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L’ARTE DELL’INCLUSIONE

in arte/società by

Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

Piccolo manuale di small talk

in humor/ by

Ciao.
Un annetto fa io e il collega Omar “JJ Spalletti” Kalašhnikov scrivevamo a tre mani e un ginocchio due graziosi manualetti di convivenza urbana per sociopatici (1, 2) succesivamente editi da Marsilio Editore e infine usciti in edicola col noto mensile di indagine scientifica Tushy (conosciuto in Italia col nome di Riza Psicosomatica).
Succede però che, malgrado tutta la tecnica e l’impegno, arriva il momento in cui la società devi affrontarla per forza, specialmente attraverso quelle micro-conversazioni che i britannici chiamano “small talk“.
Anche se gli smartphone hanno il merito di levarci dall’imbarazzo in innumerevoli situazioni di compagnia forzata non sono, me tapino, ancora in grado di creare un vero e proprio campo magnetico di solitudine sociale, nè alcuno tra i meccanismi di autodifesa tanto comuni in natura: la nube d’inchiostro della seppia, la scarica elettrica del serpente marino, la capacità di planare via dai problemi della volpe volante australiana, gli aculei dell’istrice, lo sconvolgente gozzo di Iginio Massari.
È dunque per questa ragione che mi appresto a scrivere questo umile manuale di small talk facendone dono a chiunque volesse usufruirne.
Di seguito alcuni soggetti semplici, addirittura banali, per levarvi dalle pesche.

L’aborto
Forse di primo acchito non vi sembra un tema semplice, avete torto, basta usare il giusto tatto e mettersi nei panni di chi vi sta di fronte: cosa vorrebbe sentirsi dire sull’aborto?
Ecco quattro rapidi modi di iniziare una conversazione sull’aborto.

  1. Ora noi parleremo dell’aborto.
  2. Anche tu qui col bambino? Dimmi, come sarebbe stata la tua vita se lo avessi abortito?
  3. Allora, per il buffet io ho portato una cheescake alle fragoline di bosco, alcune bottiglie di Chinotto Lurisia e un’insalatona di patate con piselli, maionese, feti e cardamomo. Ma no amici miei, stavo solo scherzando, lo sanno tutti che feti e cardamomo non legano.
  4. Bella giornata, eh? Clima perfetto per un aborto!

Introdotto l’argomento il grosso è fatto, ora potete iniziare con la conversazione vera e propria:
1) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposta una donna? Non si sa di preciso, però è doverso citare la signorina Wilma Tamara Killercat di Midwest City, Oklahoma, che andò sotto i ferri quarantuno volte e tutte quante prima dei sedici anni.
2) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposto un uomo? ZERO (hahahahahaha)
3) Che sapore hanno i feti? Simile alla rana pescatrice ma più nodosi.
4) Cosa succede dopo l’aborto se i “genitori” ci ripensano? Eh, bisogna ricominciare la procedura da capo, è probabile che compaia un aumento dei sensi di colpa che potrebbe manifestarsi sotto forma di secchezza vaginale (lei) e disfunzioni erettili (lui).
5) Dove finiscono i feti abortiti? Dipende, per legge dovrebbero essere smaltiti dalla clinica – e nella maggior parte dei casi trasformati in burrocacao – ma se allungate una bustarella all’infermiera le possibilità sono pressoché infinite: potreste consegnarlo al vostro tassidermista di fiducia, pressarlo e incorniciarlo, appesantirlo con dei piombini da pesca e adoperarlo come elegante ferma-carte, cucirlo sopra un guanto e usarlo come marionetta per spaventare fratellini e sorelline, tatuargli sulla minuscola schiena TOO LATE ADINOLFI e lanciarlo a una manfestazione delle sentinelle in piedi.
E così via.

Disabili
Grandissimo topic.
Vero è che la gente si risente molto se il soggetto non viene affrontato con la doverosa delicatezza, quindi vi invito a far tesoro dei quattro incipit qui sotto, sono frutto di una dura selezione e sono stati provati e riprovati per ottenere la massima efficacia.

  1. Ho un amico spastico che ti somiglia tantissimo
  2. Ieri ho aiutato una ragazza disabile ad appoggiare la spesa nel baule dell’auto e lei per gratitudine mi ha fatto un pompino, dopo per il rimorso l’ho dovuta uccidere. No dai scherzo, BY THE WAY hai mai dovuto disfarti di un cadavere?
  3. Ma tu ci pensi mai ai disabili? No, dico, come saranno diventati così? È un processo tipo quello del bruco che diventa farfalla?
  4. Giochiamo a chi ha più disabili in famiglia? Comincio io, papà sordo in vita (+2 punti) nonna alzheimer morta (+1 punto) nonno demenza senile morto (+1 punto). No amico mio, essere bassi non vale, no, non è una disabilità, ti dico che non vale, insisto, giungiamo ad un compromesso: è una disabilità ma vale solo mezzo punto.

Siete dentro, via alle danze.
Utilissime le storie di vita vissuta, come la seguente.
Mentre ristrutturavo casa ero solito recarmi presso un’isola ecologica per il conferimento dei rifiuti, ivi un ragazzo affetto da sindrome di Down assisteva i cittadini, la sua assistenza consisteva soprattutto nel prenderli malamente per il culo, tipo:

lui: io aiuto le persone che portano l’immondizia
io: ah, molto gentile, mi dai una mano con questi sacchi?
lui: col cazzo, sono mongolo.

Poi il bastardo rideva, non avete idea di quante volte gliel’ho visto fare.
Aveva anche altre uscite sagaci, tipo:

io: hai visto come ho separato bene tutto quanto? Cemento da una parte, ferro dall’altra.
lui: bravo, purtroppo ho finito le medaglie.

Un grandissimo figlio di puttana.
Proseguite con ficcanti analisi sociali, ad esempio: avere il cazzo piccolo può essere considerata una disabilità? Le donne – che notoriamente non hanno il cazzo – sono allora tutte disabili?
Sapete perché non vedete mai disabili cinesi? Perché tipo ha che fare con l’immigrazione…container…funerali…astici…reticolo endoplasmaticogalassia nana ellittica del cane maggiore…A ME COMUNQUE NON LA SI FA!

Pedofilia
Lo so, lo so, vi state chiedendo in quale situazione questo potrebbe mai essere oggetto di small talk.
Fidatevi di me, come per l’aborto basta usare uno degli incipit qui sotto, sono incipit garantiti, se non dovessero funzionare voi tornate qui e ve li sostituiamo con degli incipit nuovi.

  1. Pedofilia! Incredibile come dietro un nome così promettente si nasconda una pratica per certi versi discutibile.
  2. Anche tu qui con i bambini? I miei? No guarda, io sono un pedofilo in ricognizione…SCHERZONE HAHAHAHAHA…no invece sono serio…CI SEI CASCATO DI NUOVO…del resto cosa ci posso fare quelle piccole natiche sode mi fanno uscire di senno…TAAAAAAC, EH MA SEI PROPRIO UN BOCCAOLONE DAI!
  3. Io i pedofili li ammazzerei tutti presenti esclusi.
  4. Indovinello: cosa ci fa un pedofilo col cazzo di fuori dentro il cortile di un asilo? Allora? Non lo sai? È UN PEDOFILO COL CAZZO DI FUORI NEL CORTILE DI UN ASILO HAI BISOGNO DELL’AIUTO DA CASA?

Entrati nelle grazie dei vostri interlocutori è arrivato il momento della discussione, ad esempio:
1) Giacere coi bambini non è prima di tutto scomodo da un punto di vista ergonomico? I migliori pedofili dicono di che si, è scomodo ma ne vale comunque la pena.
2) Farsi fare una sega da un bambino di otto anni può davvero essere considerata pedofilia? Siamo sicuri? E se prima lo hai bendato? Ah ma allora vuoi il proibizionismo vuoi. E come ti permetti di giudicarmi? Non ci ha insegnato niente Gesù con la storia sullo scagliare la prima pietra?
3) Cosa succede alla canzone Felicità di Al Bano se le parole “la felicità” vengono sostituite con “scopare bambin”?
Niente di particolare, rimane comunque un brano molto orecchiabile.
4) Immaginate per un attimo di essere pedofili, quale bambino di vostra conoscenza molestereste per primo?
5) Una recente indagine del prestigioso college di Auanaganas, New Mexico, ha dimostrato che se è vero che alcuni genitori sono spaventati dai pedofili è altrettanto vero che moltissimi genitori sono atterriti dalla possibilità che un pedofilo possa considerare il loro figlio poco attraente. Del resto a voi farebbe piacere che un pedofilo considerasse vostra figlia “bruttina”?
E avanti così, senza paura.

Disabilità mediatica

in società by

Lo so, che siete in buona fede.
Lo so, sul serio, e quindi mi spiace davvero dirvi quello che sto per dirvi.
Però devo provarci, anche se non so bene come; anche se non sono per niente sicuro di riuscire a spiegarmi come vorrei. Perché quelli come me a volte fanno fatica perfino a metterli a fuoco, i magoni che gli si agitano dentro. Figurarsi spiegarseli. E poi spiegarli agli altri.
Il fatto è che io ce l’ho, un fratello con Sindrome di Down. Più piccolo di me di dieci anni. E so che i bambini con Sindrome di Down fanno simpatia.
Pure troppa, ne fanno.
Al punto da essere diventati, mediaticamente, la faccia “cool” della disabilità. Il che, per carità, è pur sempre un veicolo. E i veicoli sono roba preziosa, perché portano le persone da qualche parte: nel caso di specie, in un modo o nell’altro, le conducono in una dimensione esistenziale che forse non conoscevano, le aiutano a sviluppare una sensibilità della quale erano ignare, gli aprono gli occhi su un mondo che esiste, del quale magari sapevano poco e niente.
Eppure.
Eppure c’è qualcosa di doloroso, nel ritrovarsi dalla parte dell’icona. Faccio fatica a dire con esattezza da dove viene, ma sono sicuro che c’è. C’è, perché quel dolore lo sento, ed è come una coltellata che arriva dopo una carezza, con una rincorsa lunga abbastanza da farsi sentire quando meno te lo aspetti, a letto mentre stai per addormentarti e ci metti qualche minuto, per capire che è.
Non sono per niente sicuro che si sarebbe scatenata una “commovente gara di solidarietà planetaria” se il bambino rifiutato (pare, ma non è certo) dalla coppia australiana fosse stato focomelico. Se fosse nato con la Sindrome di Turner. Con il leprecaunismo. Con la policefalia. Con la micromelia.
Anzi, sapete cosa? Sono abbastanza sicuro che non si sarebbe scatenata affatto, la commovente gara. Manco per il cazzo. Guardate, la butto là a caso: forse i giornali neppure l’avrebbero scritto. Perché, sapete com’è, un conto è piazzare in homepage un bel neonato Down paffutello e dolcissimo, un altro è mettercene uno fa raccapriccio solo a guardarlo.
Fidatevi: uno lo sente tutto, il peso di questa cosa.
Sente il dolorosissimo peso del sospetto che in molti, troppi casi non sia la disabilità, quella che spinge alla “gara di bontà”. Ma la sua mediaticità. Che con la disabilità, plausibilmente, può entrarci poco e niente. Che si tratti di fuffa e maniera e piacere di coccolare, sia pure da lontano, una specie di piccolo pet con la linguetta di fuori, come si fa con un cagnolino o con un gatto.
Sente il peso infinito del rischio che perfino la Sindrome di Down possa venir asfaltata e annichilita, nella realtà problematica che porta con sé, dalla sua immagine rassicurante e finisca per diventare, appunto, un’icona di bontà fine a se stessa.
Un’immagine vuota, dietro la quale finisce per non esserci niente.
Io lo so, che siete in buona fede. Dico sul serio. Però è questo, che mi si muove dentro ‘sti giorni.
Fidatevi, fa male. E a tratti, in un modo che davvero non saprei descrivere, fa pure incazzare.
Anche se magari non sono riuscito a spiegarlo come avrei voluto.

L’altra faccia dell’Europa

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Pensate a cosa vi hanno fatto vedere in Italia nell’ ultimo anno quando dicevano di parlare di scienza. Avete visto soprattutto aule di tribunali, estremisti urlanti, santoni, complottisti, iene e persone disperate. E poi urla, slogan, tifo da stadio, veleni, accuse.

Ora guardate questo video.

TOBI è un progetto internazionale che sviluppa tecnologie per l’interazione tra computer e cervello, per migliorare la vita di persone affette da gravi disabilità. Lo sviluppo di questo progetto si basa sul paradigma del living lab, che è uno delle idee più interessanti che si sono affermate negli ultimi anni in ambito scientifico. Questo modello definisce ambienti di innovazioni aperta (open innovation, accessibile a enti pubblici, enti privati e cittadinanza), collocati in situazioni di vita reale (real life settings, come Francesco e la dimostrazione nella biblioteca).

Il coinvolgimento attivo degli end-user, degli utenti finali del prodotto di ricerca, è uno dei cardini su cui si basa il modello del living lab: annullare la distanza tra lo scienziato e il paziente per favorire un percorso di co-creazione. I risultati che ne derivano non escono come per miracolo da un laboratorio, ma rappresentano il frutto di un percorso paritario tra beneficiario e sviluppatore, in cui le esigenze dell’uno sono il driver della ricerca dell’altro.

TOBI ha ricevuto un finanziamento europeo, senza il quale non sarebbe riuscito a partire, e come TOBI decine e decine di altre iniziative simili. I finanziamenti europei sono una certezza per la ricerca italiana, e consentono ai nostri ricercatori di accedere a fondi e collaborazioni difficilmente raggiungibili con gli strumenti nazionali.

Sparare a zero sull’Europa delle lobby e delle banche  è un giochino stupido e pericoloso perchè ignora (o finge di ignorare) che l’Europa è anche altro, qualcosa di molto più vicina a noi di quanto non si pensi.

 

 

Diversamente

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di Barbara Bussolotti

Si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. Lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. È smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un’estensione fisica reale, lo sguardo è spento. Come se avesse un bottone da qualche parte, l’unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
Il sesso è un’abilità e lui è diversamente abile. Dunque il sesso è diversamente sesso. Gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
Si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. È abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un’ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
– Il mio amico olandese ha un’assistente sessuale. Una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all’arte del piacere. Mi dispiace per te, invece.
Lui è diverso. Diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. Non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. Di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. Di spostargli le natiche più in avanti, quel po’ che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
– Il mio amico non la deve pagare. È un suo diritto, il sesso. Il piacere. Provarlo. È come quello di vivere la vita. Il sesso fa parte del corpo, dunque della vita, no?
Si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. Che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. E pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. Lei è lì per farlo godere.
Gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. Lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sedia a rotelle.
Il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l’uno e per l’altra. Lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. Gli piace. Ansima. Lei è sta lì impacciata e manca di parole e concentrazione. Conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
Il piacere è servito. Lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. Lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. Lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
Lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. Sì, il sesso è un diritto di tutti. Non è che un disabile non voglia godere, no. Questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. Non è affatto comune. È un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

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