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Dio

Non tutti sono Charlie (per fortuna)

in religione/società by

Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

Elogio della bestemmia

in politica/società by

Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Quando W.H. Aveva tre anni, era affascinato dalle figure mitiche che popolavano la sua infanzia; figure che vivevano attraverso i racconti di sua madre.

In particolare gli piaceva Santa Claus, che, secondo tradizione, appariva tutti gli anni il 6 dicembre, giorno di San Nicola, accompagnato da una specie di demone, un tale Krampus: questi portava con sé un librone in cui erano registrate tutte le cattive azioni che le persone avevano commesso durante l’anno. Krampus era una specie di CIA bavarese.

"Auguri da Krampus" Niente affatto inquietante
“Auguri da Krampus” Niente affatto inquietante

Insomma, questi si presentavano alla porta e tac! niente Natale per i bambini cattivi.

Potete quindi immaginare quanto ha strippato il piccolo H. quando, proprio la sera del 6 dicembre, qualcuno bussa alla porta di casa.

“Mamma, non aprire! Deve essere Santa Claus insieme a Krampus!”

“Werner, non essere ridicolo. Ne abbiamo già parlato.”

“Ma Krampus scoprirà  che oggi ho allagato la cantina!”

“Werner, io… COSA HAI FATTO?!”

“Volevo vedere come funzionavano i tubi.”

Ma prima che la discussione possa degenerare, la porta si apre da sola.

E sulla soglia, senza calzini, con una tuta da lavoro marrone e le mani sporche di grasso, non appare Krampus, bensì Nostro Signore.

Herzog se lo ricorda benissimo: era proprio Dio, racconta, e si trovava nel salotto di casa sua, immobile sulla soglia.

Senonché all’epoca aveva solo tre anni, e terrorizzato da quell’apparizione, scappa sotto il divano e si fa la pipì addosso, mentre la madre tenta di tirarlo fuori a colpi di scopa.

“Werner, vieni a salutare il signore!”

Il piccolo W. si fa coraggio e esce timidamente dal suo nascondiglio.

“Mi guardava in modo molto tenero ed era veramente gentile. Ho subito capito che era il Signore in persona!” (sic)

Il Signore scambia qualche parola con sua madre, poi si allontana (sempre senza calzini) nella gelida serata di inizio dicembre, mentre H. lo guarda allontanarsi, pieno di ammirazione.

Il piccolo Werner si chiude nella sua stanzetta, e inizia a riflettere su quanto sia stato fortunato: quello è senz’altro un segno.

Non erano Santa Claus e Krampus che venivano a ricordargli quanto era stato pessimo, era Dio, che si consultava con sua madre per assicurarsi che il bambino avesse un futuro adeguato alle sue capacità.

Qualche ora più tardi, la signora Stipetić mette a letto il piccolo Werner.

“Werner, hai detto le preghiere?”

“A che servono? Dio era qui.”

“Eh?”

“Dio era qui.”

“…Buonanotte Werner. Domani arriverà l’idraulico, detrarrò il costo dalla tua paghetta.”

Werner quella notte sogna il suo futuro, un futuro che, secondo ciò che era accaduto poco prima, avrebbe spalancato per lui una vita piena di avventure e di Klaus Kinski. Una vita che ci avrebbe regalato capolavori quali Grizzly ManCave of Forgotten Dreams La Soufrière.

Per chiarire: alla fine non era Nostro Signore, ma “un tizio di una compagnia elettrica che passava di lì per caso” (W. H. in un’intervista del 2008).

“Ragazzi, non drogatevi!”

JJ

Colonizzazione ideologica

in religione/società by

Dal Vangelo secondo Matteo (12, 46-50):

Gesù stava parlando alla folla. Sua madre e i suoi fratelli volevano parlare con lui, ma erano rimasti fuori. Un tale disse a Gesù: “Qui fuori ci sono tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlare con te.” Gesù a chi gi parlava rispose: “Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli?” Poi, con la mano indicò i suoi discepoli e disse: “Guarda: sono questi mia madre e i miei fratelli: perché se uno fa la volontà del Padre mio che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre.”

 

Sempre dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-38):

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.”

 

Dal Vangelo secondo Papa Francesco (10 gennaio 2015):

“La colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

 

Il soggetto dell’affermazione di Bergoglio è l’adozione della teoria gender nei libri di testo degli istituti scolastici. Lo stesso concetto è stato ripreso ieri dal presidente della CEI Angelo Bagnasco, il quale ha parlato del rischio di colonizzazione delle menti dei bambini da parte di una “visione antropologica distorta” che mina l’idea di famiglia naturale.

Fermi tutti. Sono confuso.

I passaggi del Vangelo che ho citato qui sopra non sono forse insegnati a catechismo? I preti non leggono questi passaggi durante la messa della domenica? Oppure viene fatta una selezione preventiva da parte di catechisti e sacerdoti per non turbare le menti dei bambini?

Perché a me sembra che Gesù l’idea di famiglia naturale l’abbia decisamente mandata a puttane. Prima di tutto la comunità di Dio, servire il Signore, due preghierine, poooooooooooooi, se c’è tempo, un saluto alla mamma, ciaocia’ vecchia. I legami familiari nel Nuovo Testamento vengono decisamente gettati alle ortiche, e i Cristiani delle origini (quelli nel menù giornaliero dei leoni dell’Anfiteatro Flavio, per intenderci) non erano altro che un gruppo ristretto di persone, un gruppo del popolo, che “cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

Sarà mica che pure Gesù era frocio?

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