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Centri sociali, non basta okkupare

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Riceviamo e pubblichiamo dall’amico Simone Pedemonte.

Da qualche anno a Roma c’è uno scontro tra centri sociali e movimenti anti-degrado. L’ultimo esempio è della scorsa settimana, quando Retake Roma ha cancellato una scritta a Porta Maggiore apparsa durante non so quale manifestazione organizzata da Roma Comune, che a quanto pare è un’organizzazione di centri sociali. La scritta, che recitava “Né pubblico né privato, comune”, è riapparsa a credo neanche una settimana dalla cancellazione. L’azione di “re-commoning” è documentata con tanto di foto di re-comunisti incappucciati sulla pagina fb di Roma Comune.

In Italia c’è bisogno di parlare di centri sociali, e il discorso vale soprattutto a Roma. Il problema non è che non se ne parli, ma che il dibattito si limiti a posizioni che non comunicano tra loro, e come al solito il risultato è che non viene lasciato spazio alle sfumature. Centri sociali e movimenti anti-degrado infatti non sono in grado di comunicare in modo costruttivo perché partono da posizioni incompatibili: quando uno dice una cosa l’altro non capisce, e viceversa. La politica da parte sua è assente da questo dibattito, almeno per quanto riguarda esponenti significativi. Al massimo ogni tanto qualche politico locale bofonchia qualche parola per accaparrarsi un paio di voti. Ma fargliene una colpa sarebbe come accusare il malato terminale di essere avido perché si ostina a rimanere attaccato all’ossigeno.

Per quanto secondo me inadatti ad affrontare questa conversazione, i movimenti anti-degrado esprimono una frustrazione diffusa nei confronti di gruppi come Roma Comune. È chiaro che alcune posizioni dei centri sociali siano ormai diventate indifendibili. Le occupazioni di spazi pubblici a tempo indeterminato – che a Roma in alcuni casi durano da decenni, molti decenni – non hanno senso e soprattutto non ne hanno nell’ottica della “riappropriazione degli spazi”, visto che gli spazi occupati vengono tolti alla collettività e magari finiscono addirittura per diventare spazi privati (vedi alcuni casi a Roma). Se vogliamo, il paradosso dei centri sociali è proprio che finiscono per riprodurre da sinistra alcune manifestazioni del “liberismo sfrenato” che agitano come spauracchio per giustificare la propria esistenza. Infatti è solo grazie alla forza fisica e ai loro pur marginali agganci politici che riescono a emergere e talvolta a sopravvivere per decenni. Sono tutti gli altri che devono sottostare alle loro prepotenze. Per quanto la loro strategia funzioni nell’ottica della sopravvivenza, credo che sia perdente in quanto strategia riproduttiva. La chiusura nel settarismo politico li porta a riprodursi tra loro all’infinito dando alla luce ormai solo mostri. Se continuano su questa strada prima o poi sarà la genetica a farli sparire.

I centri sociali però rappresentano un’esperienza che riguarda ben più persone di quelle che ne fanno parte attivamente, e rappresentano delle posizioni in cui molte persone parzialmente si riconoscono o si sono riconosciute in passato. Credo che chi li ha frequentati o li frequenta sappia di cosa sto parlando. In quanto luoghi di accoglienza (vedi caso migranti), aggregazione e intrattenimento a basso costo, o anche solo posti sicuri dove farsi una canna, credo che per molti abbiano rappresentato qualcosa al di là della politica in senso stretto. Luoghi in cui fuggire dalle grinfie dello stato e ogni tanto di valorizzazione di posti abbandonati che sono stati recuperati e restituiti alle persone, anche solo per passare il tempo. Liquidare questa realtà appiattendosi su posizioni come quelle di Romafaschifo non rende giustizia alla loro storia. Ma allora cosa deve diventare il centro sociale per sopravvivere?

Il presupposto da cui parto è che ai centri sociali va riconosciuto il merito di aver creato spazi liberi. Sono spesso stati un’esperienza utile, un caso di associazionismo tra persone che hanno sentito il bisogno di vivere in modo attivo nella propria comunità. Il problema è che, all’interno di una democrazia, il fatto che dei gruppi politici marginali e anti-democratici si arroghino il diritto di sfruttare in modo esclusivo luoghi che in teoria sono di tutti, e lo fanno non rispettando le regole, non può essere tollerato. È sbagliato come è sbagliato che un’azienda privata inquini senza pagare o che un dipendente pubblico o un partito rubino soldi dello stato. In quest’ottica la logica dell’occupazione a tempo indeterminato è diventata ridicola –appartiene a una realtà in bianco e nero. Non è sostenibile perché è ingiusta e perché nel medio periodo non crea valore per nessuno – se non per chi occupa, forse.

I centri sociali possono continuare ad avere un ruolo solo se le persone che ne fanno parte capiscono che gli spazi che vengono recuperati dall’abbandono devono essere restituiti alla collettività. Se credo che il mio quartiere sia deprivato di servizi aggregativi e simili e occupo uno spazio pubblico abbandonato, devo essere pronto a rinunciare a usare quel posto per portare avanti un’agenda politica e devo aprirmi davvero al quartiere. Chiedere ai suoi abitanti che cosa serve a tutti e poi lavorare in modo aperto per realizzarlo. Il problema è che questo metodo o qualsiasi altro metodo che preveda un’apertura al giudizio degli altri è che i centri sociali dovrebbero rinunciare alla propria autoreferenzialità e accettare che anche loro devono essere accountable. Ma probabilmente non è un caso se questa parola in italiano non esiste.

Grazie, capo. Ciao.

in humor by

Grazie, Capo: sono preziosi, dal punto di vista umano e professionale, gli insegnamenti che hai creduto di impartirmi in questi irripetibili cinque anni. Sei proprio una persona speciale.

L’abito non fa il monaco, si dice, ma come dimenticare quelle tue scarpe dai colori improbabili, i jeans sempre troppo grandi, le camicie difettose che finivano sempre per lasciare scoperti ettari di pelle bianca e flaccida. Si fa l’abitudine a tutto, o almeno così dicono quelli che hanno la sindrome di Stoccolma. Forse quindi arriverò a sentire la mancanza del tuo blaterare mattutino su questa o quella band: “è il massimo”, “seminale”, “definitiva”, “incredibilmente influente”.  E della domanda ricorrente: “Ma lo sai di che anno è questo pezzo?”. Hai sempre saputo che non me ne fregava un cazzo, di quelle band. Senza menzionare il fatto che te ne piacevano troppe, troppe: mi piacerebbe chiederti quali sono le cinque più importanti per te, solo per vederti macerare per un quarto d’ora nel tentativo di generare una lista ideale, cancellando e riscrivendo mentalmente cento volte le righe.

E’ È stato interessante, anche se in un modo un po’ decadente, certo, testimoniare della tua parabola discendente all’interno dell’organizzazione, da capetto rampante ad ameba. Il massimo dell’imbarazzo si è toccato quando sono arrivato a girarti gli annunci di lavoro adatti a te, o meglio coerenti con quello che eri fino a qualche anno fa. Non so se hai poi mandato curriculum; se lo hai fatto, nessuno si è disturbato a chiamarti per un colloquio. Non puoi vivere, né qui, né altrove.

Ti vedo passare le giornate a guardare lo schermo con espressione concentrata, anche se è chiarissimo che stai bruciando il tempo in qualcuna delle attività variamente  improduttive in cui ti diluisci ogni giorno. Tiro ad indovinare: sul monitor si avvicendano, anziché contratti e fogli di calcolo, rare performance live di band oscure e tutorial di basso. Quando vengo a farti firmare qualcosa, in modo alquanto comico, ti preoccupi di cambiare la schermata. E tutte quelle immagini pornografiche, naturalmente. A proposito, grazie per aver condiviso con me le tue fantasie sessuali su ogni donna passabile che ci è capitato di incrociare, in ufficio, al bar, in giro. Fantasie che sono diventate, con il passare degli anni, sempre più stravaganti.

A proposito di fantasie, mi sento un po’ tuo complice per aver testimoniato alle tue dettagliate esternazioni sulle torture,”simboliche” le chiamavi tu, cui progettavi di sottoporre moltissime persone con cui eravamo costretti a lavorare, ascoltato le terribili maledizioni di cui le facevi oggetto, le pratiche sessuali innominabili cui a tuo dire si abbandonavano; nonché  i tuoi deliranti progetti finalizzati a danneggiare nel modo più disastroso e definitivo l’organizzazione che ti impiega e i tuoi colleghi (truffe informatiche, ricatti, pestaggi commissionati a homeless alcolisti).

Da te ho imparato molto, e ti sono grato per questo. Sei una persona caratterizzata da un encomiabile autocontrollo: ormai da qualche mese bestemmi pubblicamente senza un briciolo di ritegno, e più volte, per cortesia o per pietà, sono andato a raccogliere il tuo cellulare dopo che, in un tiro di nervi, lo avevi scagliato contro il muro. Mi mancherà quel clima lavorativo sereno e controllato che solo tu riuscivi a creare. E no, non ti venderò mai droga, anche se me lo hai chiesto più volte.

Quando penserò agli anni che abbiamo passato insieme, ricorderò sempre con un tuffo al cuore la raffinata parabola “dello stronzo sotto la neve” con cui, citando Er Monnezza, hai incantato il piccolo pollaio costretto ad ascoltare le tue cazzate. Grazie Capo. E buona fortuna.

 

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