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Daesh

Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

in mondo by

Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

Anche a scuola, libertà è partecipazione

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Come spesso accade, da un fatto che poi si è rivelato una fantasia è seguito un interessante ma disordinato dibattito in cui ognuno ha un po’ combattuto coi suoi fantasmi. Absinthe se l’è presa con me, Capriccioli coi preti, e Gino Cornabò con una parte del mio argomento. Ex falso quodlibet.

Ora, io sono notoriamente capriccioliano, e mi turba pure dargli torto, peró credo che la sua antipatia per i preti gli faccia perdere di vista la questione di fondo, che invece Gino Cornabò afferra. Poi non sono d’accordo nemmeno  con Gino Cornabò, e proveró a spiegare dopo perchè, ma va detto questo: separare il campo in due, tra “secolarizzati” e “religiosi” è un errore madornale. Significa mettere qualsiasi religione nel bacino degli intolleranti, e tutti i non religiosi nel bacino dei tolleranti. Sappiamo benissimo che è l’opposto di così, che i grandi massacri degli ultimi 200 anni in Occidente sono avvenuti per mano di regimi parecchio secolari. Se avviciniamo lo sguardo, vediamo che le motivazioni “non religiose” battono quelle religiose anche per i terroristi, in Europa. Ce lo fa notare Ian Bremmer, giusto oggi (link qui):

 

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Ora, il bigottismo di cui parla Alessandro esiste: solo che non c’entra niente con Daesh. E sopratutto è trasversale, appartiene ai non religiosi come ai religiosi, nello stesso modo in cui i religiosi possono essere tolleranti come fanatici. Di certo la storia (non solo il comunismo, anche il terrorismo come da grafico qua sopra) ha dimostrato che non serve credere in un trascendente per essere violenti in questa terra.

Ma, si diceva, il punto è un altro. Il punto è nel post di Gino Cornabò, che riassumiamo nei due concetti:

  1. l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria
  2. Il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo

Il primo argomento è molto pericoloso. È vero, come si diceva in altre occasioni, che la chiesa cattolica mantiene ancora alcuni dei suoi privilegi storici e che questi sono, in uno stato liberale, completamente ingiustificati. Mi pare peró che, dato questo, siano tutti offuscati da una sorta di argomento sostanzialista, non saprei come chiamarlo, per cui se si mette uno spazio a disposizione chi ha più “tela da filare” sono i cattolici, e allora meglio la tabula rasa della competizione aperta. Ancora una volta, si preferisce bandire tutto perchè non si ha fiducia nella possibilità di un campo di gioco che non sia “inclinato”: e infatti lo stesso Gino Cornabò ( in corrispondenza privata, come si dice ) a dichiarare che “allora mi dovete davvero consentire di fare il presepe pastafariano, l’esposizione dei libri dell’UAAR, etc. Se me lo fate fare, come attività estemporanee, allora va bene”. Ma certo, è proprio questo il punto! Ed è proprio per questo che il secondo argomento è altrettanto sbagliato. La scuola non “prende le parti”, e dovrebbe anzi mostrarsi chiaramente imparziale nel ruolo di permettere ai suoi studenti di esprimersi in libertà, senza dover necessariamente fare da grancassa delle pretese dei genitori. Per questo è, secondo me, perfettamente lecito dire “no grazie” all’arcivescovo che si autoinvita a benedire, e anche dire “no grazie” a delle mamme che chiedono di fare i canti, o il presepe. Diverso è se un numero qualsiasi di studenti, fossero anche di sei anni, prende l’iniziativa per tutta la serie delle stesse cose.

È diverso perchè è importante trasmettere da subito il messaggio che in società esistono una diversità di idee, e questo rende una scuola diversa da una partita a calcio: in una partita si puó vincere, perdere o al piú pareggiare. In una scuola, da un confronto di idee accade che tutti vincano, ma mai che tutti perdano. Garanzia di questo ne è certamente l’imparzialità della scuola, e una salutare anche se temporanea assenza dei genitori. Oppure, tornando all’inizio del problema, possiamo decidere che una scuola è solo un luogo dove si impara a leggere e far di conto. Come, grossomodo, era il modello dei paesi totalitari, che nel Novecento in molti hanno guardato con invidia perchè invece nelle scuole occidentali ci si divertiva e si cazzeggiava troppo.

Abbiamo visto com’è finita.

 

La vera guerra non è tra religioni, ma tra religione e secolarizzazione

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Vediamo di capirci: al netto delle differenze che pure esistono e che sarebbe stupido negare (prima tra tutte, il radicale cambio di prospettiva intervenuto col Nuovo Testamento, che è fondamentale e dall’altra parta manca del tutto), la differenza tra noi e quelli dell’Isis non sta nel cattolicesimo, ma nella secolarizzazione; con ciò dovendosi intendere, in estrema sintesi, il fatto che dalle nostre parti la religione diventa sempre più ridotta alla sfera privata degli individui e corrispondentemente sempre meno importante nella vita pubblica.
Il punto, in altri termini, non sta nel fatto che la nostra religione sia più pacifica, più tollerante, più dispensatrice di amore rispetto alla loro, ma nella circostanza che per noi la religione conta molto meno rispetto a quanto conti per loro: il che, evidentemente, sposta la prospettiva dalla fin troppo spesso evocata “guerra tra religioni” ad una (secondo me assai più appropriata) “guerra tra religione e secolarizzazione”.
Se si accetta questo punto di osservazione, l’importanza della specifica “religione” di cui si parla tende a sfumare: e insieme ad essa si rivelano meno chiari e utili i confronti, che di questi tempi sembrano andare per la maggiore, finalizzati a stabilire quale libro sia più compassionevole tra Bibbia e Corano; mentre diventa sempre più nitida la percezione del fatto che i veri problemi siano il modo in cui e lo scopo per il quale quei libri vengono usati.
La questione non mi pare secondaria, e porta con sé alcune angosciose riflessioni.
Prendete le polemiche sui canti natalizi a scuola, tanto per fare un esempio. Basandosi sul modello Islam vs. Cattolicesimo gli strenui difensori delle tradizioni italiche, quelli che si stracciano le vesti per il “no” di un preside a “Tu scendi dalle stelle”, dovrebbero essere annoverati nell’esercito “amico”, vale a dire dalla “nostra parte”; al contrario, seguendo il modello che individua il discrimine nel diverso grado di secolarizzazione, essi appaiono (se non altro concettualmente) molto più vicini al “nemico”.
Il che non equivale a dire, naturalmente, che saranno i residuali bigotti che abitano l’occidente a spalancare materialmente le porte a Daesh: piuttosto, indica un metodo di scontro che è intrinsecamente perdente, perché utilizza le stesse armi del nemico con una potenza di fuoco molto più ridotta. In altri termini, se il terreno di scontro diventasse questo avremmo perso la guerra in partenza.
Riflettiamoci, prima di renderci protagonisti, sia pure involontari, di intelligenza col nemico.
Il resto mi pare la solita polemicuccia, che tra l’altro da qualche tempo va in scena ogni anno, qua e là, con poche varianti.
Terrorismo o non terrorismo.

Latakia, Ivy Mike e il Casus Belli

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 ” Accettando l’invito ad un incontro faccia a faccia che si terrà a breve, pubblico un altro contributo di

Arik il Rosso:

I cambiamenti fulminei delle condizioni geopolitiche di vaste aree del mondo hanno generato una instabilità negli equilibri geostrategici che si erano consolidati alla fine della “Guerra Fredda”, con la caduta dell’URSS ed il suo successivo salvataggio a suon di dollaroni!!! Tuttavia, in un mondo sempre più “globalizzato” e sempre più interconnesso, ove le condizioni di vita tendono ad un livellamento generale, i rapporti tra Stati cambiano repentinamente. In tal senso, si porti ad esempio come la querelle dell’annessione forzata della Crimea si sia rivelata controproducente all’ascesa della Russia, sia nei rapporti diplomatici e commerciali con l’UE, sia sul fronte dei mercati.

Il 14 luglio scorso a Vienna, USA, Cina, UE e Russia hanno sottoscritto un accordo con cui abolire le sanzioni all’Iran in cambio di una cessazione della ricerca nucleare a scopi militari: “Iran Deal”… Ovviamente Bibi, avendo pienamente ragione, non ha digerito affatto la cosa; sono ben note le intenzioni dell’Iran a riguardo dell’argomento!!! Washington si è rivelata troppo morbida, firmando un accordo ambiguo, che concede troppo spazio di manovra all’Iran per quanto concerne la ricerca nucleare per scopi civili, con sbocchi quasi certi nel campo militare al fine della creazione di un arsenale atomico.

In questa storia s’incunea perfettamente l’azione diplomatica israeliana, gestita con estrema maestria; frapponendosi tra l’unica superpotenza rimasta oggi, gli USA, fautori ad arte della recessione russa ( l’estrazione dell’Ural ha dei costi di gran lunga più elevati rispetto al WTI o allo Shale Oil americano, onde per cui se gli Usa immettono sul mercato cinque volte la domanda di petrolio, come hanno fatto, i prezzi a barile precipitano così in basso che i russi non riuscirebbero neanche a ripagarsi i costi di estrazione, come è successo) e la stessa Russia, ex superpotenza in campo militare ed economico, che non accetta di essere che un semplice elemento di disturbo nel panorama geopolitico mondiale, pur avendo un cospicuo magazzino di spent fuel da riprocessare e con cui ottenere plutonio a basso costo…

Indi per cui il generato “danno” nei confronti di Israele da parte degli USA, in quanto firmatari dell’Iran Deal, ha dato vita ad una compensazione nei confronti di IDF che si potrebbe esprimere sotto forma di elenco: nuovi F35, aerocisterne KC46 Pegasus, convertiplani V22 Osprey e ulteriori sistemi d’arma fin’ora mai esportati dagli Usa, vedi F22 Raptor.

Contemporaneamente, l’appoggio della Russia sotto forma di consulenza militare al governo laico siriano del presidente Assad, ha generato un ulteriore “danno” nei confronti di Gerusalemme; non ci si dimentichi che la Siria è ufficialmente in guerra con Israele, che la Russia è la nazione più vicina all’Iran del presidente Rouhani e che in Israele risiedano stabilmente diverse migliaia di cittadini russi con attività commerciali ben avviate… Siccome a casa mia chi “ Rompe” poi deve pagare e tenersi i cocci, i “ Danni” devono essere risarciti: da qui la decisione della Russia di “agire in Medio Oriente in maniera responsabile, per garantire la sicurezza dello Stato ebraico ed evitare di mettere in pericolo le forze russe dispiegate nella zona, in caso di interventi non necessari da parte delle forze di difesa israeliane”.

Dopo l’incontro con Putin, la delegazione israeliana composta da Bibi, dal comandante del Mossad e dal comandante delle IDF, non ha mancato di “Riferire con dovizia di dettagli all’amministrazione USA, perché i nostri legami con gli Stati Uniti sono di importanza straordinaria”… Come rifarsi l’intero arsenale “yankees” senza spendere un solo shekel e contemporaneamente sfruttare i “mugiki” come guardiani dei “vestaglioni”…

Come avevo anticipato in “Daesh, i Protocolli di Sion e l’arte di ingannare l’avversario”, ciò che è potrebbe non apparire e ciò che appare potrebbe non essere… Per quanto riguarda poi le B61-12 nel Palatinato, rimane un problema di virilità tra Goyim. Per me, adesso, è giunto il mese della meditazione e dell’ espiazione.

Arik il Rosso

Daesh , I Protocolli di Sion e come trarre in Inganno l’avversario

in politica/storia by

Ricevo e pubblico:

Nel gergo del servizio segreto il termine inganno comprende una vasta gamma di stratagemmi per mezzo dei quali uno Stato cerca di trarre in inganno un altro Stato, generalmente nemico, circa le proprie forze e intenzioni. Le tecniche d’inganno sono antiche quanto la storia, si pensi solo al “Cavallo di Troia”, oppure, come ci racconta Tucidide, la strategia dei greci contro Siracusa nel 415 a.C. In quest’ultimo caso i greci inviarono tra le file dei siracusani una spia, che riuscì a farsi passare per disertore e a convincere il nemico ad attaccare i greci accampati in un determinato campo ad una certa distanza dalla città. Contemporaneamente l’esercito greco s’imbarcò sulle navi e si diresse verso Siracusa, rimasta sguarnita di truppe; totalmente indifesa !!!

Il metodo migliore per far giungere in modo convincente e rapido un’informazione falsa ma verosimile al nemico è quello del caso; ovviamente affinché la riuscita sia massima, questo caso deve avere per il nemico tutte le apparenze di un inatteso colpo di fortuna… Ad esempio, l’inganno che gli Inglesi perpetrarono ai danni dei tedeschi qualche mese prima dell’invasione della Sicilia nel 1943. Nello specifico, ai primi di Maggio di quell’anno, fu rinvenuto sulla costa sud della Spagna, nei pressi di Gibilterra, il cadavere di un maggiore inglese con assicurata al polso una valigetta contenente le copie della corrispondenza tra lo Stato Maggiore dell’Impero e il generale Alexander in Tunisia. I documenti illustravano un piano d’invasione dell’Europa meridionale attraverso la Sardegna e la Grecia. I tedeschi abboccarono all’amo inghiottendo l’intera canna da pesca, non a caso Hitler spedì in fretta e furia una divisione corazzata in Grecia e gli italiani fecero orecchio da mercante, evitando, volutamente o no, di rinforzare le proprie armate in Sicilia. Ovviamente il cadavere rinvenuto in Spagna apparteneva ad un civile morto in un incidente d’auto che venne vestito con l’uniforme da maggiore, nelle cui tasche vennero inseriti i documenti che comprovassero la sua falsa identità.

Quello dei Greci e quello degli Inglesi rappresentano i due modi fondamentali per ingannare il nemico, ossia l’infiltrazione tra le linee nemiche di uno o più agenti che si fingano disertori per fornire informazioni false oppure inscenare un incidente. In entrambi i casi, sia per operazioni di penetrazione che per operazioni d’inganno, il compito principale per un servizio di controspionaggio è far si che il nemico si fidi. Veri e propri “Uffici di Disinformazione” che confezionino, redigano e distribuiscano falsi documenti ufficiali con lo scopo di offrire visioni inesatte, distorsione di orientamenti politici ed economici, distorsione delle finalità politiche di determinati governi o creazione di particolari movimenti rivoluzionari a sfondo razziale, politico o religioso, che suscitino reazioni da parte di governi o coalizioni di governi sempre e comunque fraintendibili a seconda degli interessi economici e geopolitici delle aree interessate; finanziare ed armare popoli per disarmarne altri, il cui disarmo porterà ad armare ulteriori popoli il cui scopo sarà quello di combattere una recessione economica indotta dal finto armare un finto popolo.

Con particolare attenzione si guardi e si rifletta sull’escalation del fenomeno “Daesh”, l’acronimo arabo di ISIS (Islamic State of Iraq and the Levant) che Stato non è…. Oppure sugli ottocenteschi “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un falso di fattura alquanto rozzo e dozzinale, redatto a Parigi da agenti della polizia segreta Zarista con lo scopo di provare l’esistenza di una cospirazione ebraica per il dominio del pianeta. Divenendo così la fonte principale della propaganda antisemita, sulla cui base nasce e si evolve l’idea di una licenza di genocidio, rinnovando una paranoia nutrita nei secoli; la stessa paranoia che aprì la strada allo sterminio degli ebrei !!! Quando si ordisce un inganno, possono cadere nella trappola gli amici così come i nemici e in seguito, colui che ha ingannato può non esser più creduto, magari quando più se ne ha bisogno… Si pensi al caso “Cicero” e alla reciproca diffidenza tra Himmler e Kaltenbrunner, a capo del servizio segreto nazista, e Ribbentrop, ministro degli esteri del III Reich… Tutto ciò per ribadire il concetto che ciò che appare potrebbe non essere e ciò che è potrebbe non apparire, come potrebbe essere vero il contrario, a seconda della convenienza !!! Come disse Elvis Presley “We can’t go on together, With suspicious minds, and we can’t build our dreams, on suspicious minds….. . We’re caught in a trap…..”

Arik il Rosso

Chi è Arik il Rosso:

Io sono un “Fico d’India”, sono figlio di una terra secca e arida !!! In genere la gente si fa diverse idee sulla mia figura, alcune sono attendibili, altre menzognere… L’errore più grosso che la gente fa su di me e quello di dipingermi come un guerriero, un ossesso che si diverte a sparare. Io odio la guerra!!! Soltanto chi ha fatto tante guerre quante ne ho fatte io, soltanto chi ha visto tanti orrori quanti ne ho visti io, soltanto chi vi ha perduto amici e vi è rimasto ferito come vi son rimasto ferito io, può odiare la guerra nella misura in cui la odio io… E se proprio lo volete sapere, gli anni più felici della mia vita sono quelli che trascorro nella mia fattoria, a guidare il mio trattore e allevare le mie belle pecore…

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