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Cultura

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

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La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

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Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Fascismi rossi

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Due aggressioni in due giorni, quelle subite da Angelo Panebianco durante le sue lezioni, in quello che dovrebbe essere il tempio del confronto e dell’apertura al dibattito, alla diversità senza preclusioni, baluardo ultimo contro ogni forma di censura e imbavagliamento, che fanno pensare. C’è un substrato strisciante in molte università pubbliche italiane, di piccoli gruppi ben organizzati e attivissimi che vivono in un perpetuo sessantotto in cui trovano legittimazione e complemento. Non sono interessati alla realtà, all’attualità o al vivere sociale, checché ne dicano, ma operano in un universo parallelo – in bianco e nero – nel quale o si è con loro o si è contro di loro. Non c’entrano niente coi partiti, di solito. Nascono e vivono auto-organizzati. Non se ne legge molto, nonostante provino a far sempre un gran rumore, perché la loro protesta ha dei tratti farseschi, ma terribili; terribili nei modi e nella violenza, in una rabbia generalizzata e totalmente ripiegata su se stessa, atavica nel suo essere completamente slegata dalla realtà. La retorica utilizzata è quella della lotta, del blocco, dello scontro e mai del confronto, della riappropriazione e dell’espropriazione – in un paradigma completamente ortogonale a ogni vivere civile.

Sono minoranze squadriste, queste, che sopravvivono nonostante non siano più legittimate da niente che non siano i loro stessi circoli, e che si pongono come alternative ai “fascisti”, con cui spesso e volentieri si incontrano e scontrano, come i cani che se la prendono con la propria immagine riflessa allo specchio. Su tutto questo variopinto tessuto si tace, fino a che non accadono episodi da squadracce come questo. E non è nemmeno la prima volta che succede. Diceva Flaiano che in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Aveva ragione. Non è finito il fascismo, specie a sinistra nelle università.

Identità e tradizioni: il Natale talebano

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Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

Vaccinazioni e “scelte culturali”: la salute di tutti nelle mani di pochi

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In tutta la sporca faccenda del calo delle vaccinazioni, sui cui spero di tornare presto con la collaborazione di qualche amico medico, un ulteriore elemento di preoccupazione è costituito dalle affermazioni di politici di rilievo sull’importanza di una presunta “scelta culturale”, a discrezione degli individui, in merito alla prevenzione delle malattie infettive (ne trovate due esempi qui e qui).

Sembra infatti che l’idea che le sensibilità sociali, politiche religiose e religiose del singolo debbano prevalere persino su interessi di carattere pubblico, come nel caso dei vaccini, dove si è sottolineato a più riprese che i numeri contano, eccome, soprattutto per quanto riguarda le masse. Insomma, se tuo figlio non viene vaccinato pure il mio è potenzialmente a rischio, il che dovrebbe ridurre notevolmente lo spazio di manovra della tua tanto amata scelta culturale. Eppure, a sentire molto voci autorevoli, tutto ciò passa in secondo piano rispetto alla libertà di coscienza del genitore pro-choice.

Sarebbe quindi ora di smetterla di addure la “cultura” – sebbene il concetto , così come utilizzato da certi stregoni della comunicazione, non mi sia del tutto chiaro – a pretesto di qualsiasi scelta di natura, appunto, pubblica, tanto più in una dimensione politica altamente suscettibile a diverse forme di manipolazioni. La predisposizione ad attribuire caratteri intoccabili e immutabili al background culturale di certi gruppi di individui ha prodotto nella storia, purtroppo, degenerazioni terribili e violenze di portata epocale. Un esempio parossistico ma efficace di questo pericolo ce lo offre la Germania di Hitler: cos’altro non è il Nazismo, se non la libera scelta culturale di un certo numero di individui che decide di far (pre)valere i propri diritti e interessi ideologici? L’arianità non è forse anch’essa un’espressione culturale al pari di tante altre? Il Lebensraum, lo “spazio vitale”, non è una necessità spirituale, costruita su basi materiali, che realizza una relativissima, culturalissima “spinta vitale”?

Diciamola una volta per tutte: la “cultura” è una puttanata, persino pericolosa, soprattutto se utilizzata per giustificare scelte e azioni di carattere meramente politico. E nel caso delle vaccinazioni, dove si parla della salute di tutti, l’idea risulta ancor più sconcertante e deleteria. Ci si chiede di scegliere tra opinioni personali e pericoli reali, conclamati, che riguardano indifferentemente ogni singolo cittadino di questo paese: in una società civile, un problema del genere non dovrebbe neanche porsi.

Altrimenti, l’unica alternativa per evitare la poliomielite rimane una bella lettura del Mein Kampf.

 

Questioni di genere

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Ogni volta che si solleva il problema del “genere” o “gender” (non importa se per discutere le affermazioni di Papa Francesco o per ragionare sulla politiche scolastiche svedesi), si dà per scontato di aver bene in mente di cosa si parla quando si usa il termine in questione – o la sua variante britannica.

Il dizionario, apparentemente, sembra aiutarci. Dice lo Zanichelli (edizione 2005): “Appartenenza all’uno o all’altro sesso, spec. con riferimento al contesto culturale e professionale dell’individuo”. Prendendo un dizionario inglese on-line a caso (http://dictionary.reference.com/browse/gender) la definizione di gender è fondamentalmente la stessa: “either the male or female division of a species, especially as differentiated by social and cultural roles and behavior.” Anzi, il sito britannico entra ancor più nello specifico: “Although it is possible to define gender as “sex,” indicating that the term can be used when differentiating male creatures from female ones biologically, the concept of gender, a word primarily applied to human beings, has additional connotations—more rich and more amorphous—having to do with general behavior, social interactions, and most importantly, one’s fundamental sense of self.”

Il che potrebbe facilmente chiudere la questione, catalogando il concetto di genere/gender come un semplice dato addizionale al substrato biologico: si prende un individuo alla nascita culturalmente spurio ma biologicamente definito (maschile o femminile), si aggiungono un pizzico di cultura, un pizzico di influenze comportamentali, un pizzichino di individualità, e il risultato finale è appunto il genere – e tutto ciò che, da un punto di vista socio-culturale, ne consegue.

Le discussioni, seguendo dunque tale linea di pensiero, vertono quasi sempre sul ruolo effettivo di questa (presunta) gendrificazione: l’individuo gendrificato si stacca veramente da quello biologico? Se sì, è giusto che questo accada o meno? In che direzione va pilotato questo processo?

Ovvero, prendendo un esempio banale ma immediato: alla femminuccia va regalata la bambola che fa ruttini e scoregge? Le risposte possibili a questa domanda sono tre: a) sì, perché di fatto il genere non esiste, è una questione di istinti “naturali”; b) sì, perché il genere esiste ed è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: questa è la nostra cultura e deve rimanere tale); c) no, perché il genere esiste e non è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: la nostra cultura va cambiata).

Tutte e tre le risposte, sebbene ideologicamente distanti, partono da una premessa comune a cui ho accennato in precedenza: l’esistenza di un individuo spurio, allo stato “naturale”, destinato con la crescita ad evolversi in una direzione piuttosto che in un’altra. Il che ci porta a dare per assodata una dicotomia profonda tra natura e cultura, laddove il genere rappresenta – secondo alcuni – l’espressione per eccellenza di quest’ultima istanza.

Ed è proprio su tale punto che si pone la difficoltà nel definire il concetto di “genere”: risulta infatti davvero difficile immaginarci questo individuo culturalmente spurio, un essere oltre qualsiasi contesto sociale. Al di fuori dell’utero, persino il neonato reagisce a degli stimoli che sono già di per sé “culturali” (le parole articolate della madre o il suono artificiale prodotto da un sonaglino). Lo stesso vale per i famosi casi dei bambini-lupo cresciuti dagli animali in stile Libro della jungla: da tempo gli etologi ci dicono che la socialità di certi mammiferi evoluti presenta dei tratti di “culturizzazione” difficilmente distinguibili dai nostri. Insomma, anche Mowgli è immerso nella cultura.

Per semplificare, potremmo dire che la natura dell’uomo è la cultura. Il che rende abbastanza ridondante l’idea di “genere” come aggiunta al presunto substrato biologico di cui sopra. Nella realtà sociale, non vi sono gameti, ma solo interazioni tra persone. Da questo punto di vista, il genere non dice nulla di più di quello che viviamo, su base quotidiana, per il fatto stesso di essere umani.

È impossibile culturalizzare ulteriormente la nostra cultura-natura. Il problema non è dunque se e in che misura plasmare gli individui (questo è un processo continuamente in atto, la base stessa della nostra umanità), quanto che senso dare alla realtà in cui viviamo. Se si tratta di crescere ed educare i nostri figli, smettiamo allora di nasconderci dietro certi reificazioni inutili e tautologiche, e facciamo invece appello ai nostri desideri, alla nostra visione del mondo, alla nostra personalissima idea di felicità.

Il genere non è tanto una questione di educazione, ma piuttosto di interpretazione.

 

Nota finale: per evitare di appesantire un post già di per sé non particolarmente accattivamente, ho omesso i riferimenti bibliografici. Se volete qualsiasi chiarimento o indicazione in proposito, chiedete e vi sarà dato.

L’ombrello di Amazon

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Martin Angioni è stato costretto a rassegnare le dimissioni dall’incarico di Country Manager di Amazon Italia. Ed è un peccato: sotto la sua direzione, la filiale italiana dell’azienda americana ha iniziato a vendere online elettronica di consumo e lanciato il Kindle nella nostra lingua. Dal 2010, Amazon ha rappresentato per migliaia di italiani un’esperienza di consumo inedita, dimostrando (con i fatti, non con slogan inconsapevolmente autoironici) di porre le esigenze del cliente al centro della sua pratica commerciale. Io, ad esempio, ho imbottito il mio dispositivo di lettura Kindle con una sessantina di libri, pagandoli di rado più di una somma compresa tra uno e tre euro. Nei casi in cui non sono rimasto soddisfatto del prodotto acquistato (il Kindle Fire), ho potuto restituirlo senza spese e né fastidi, facendolo prelevare direttamente dal mio ufficio e senza dover giustificare la mia scelta. Sfido chiunque a fare la stessa cosa in un qualsiasi centro commerciale “a terra” (dove comunque si paga un 20 – 30% in più).

Su Amazon Italia ho anche comprato decine di libri cartacei con riduzioni di prezzo significative (anche del 40%), almeno fino all’approvazione della legge Levi, che, tra le altre follie, ha stabilito il famigerato tetto agli sconti praticabili (15%). Qui vale la pena di aprire una piccola parentesi: al pari di simili iniziative in Europa, anche questo aspetto della legge Levi ha il chiaro obiettivo di contrastare Amazon e di (tentare di) tutelare un modello di business obsoleto. In un mondo normale, razionale, si attirano i potenziali clienti abbassando il prezzo delle merci offerte (anche gli spacciatori, all’inizio, fanno così): ma da noi ha prevalso la tesi opposta. Rileggiamo con quali (risibili) argomentazioni Romano Montroni, ex direttore della Feltrinelli divenuto pasdaran della piccola editoria indipendente, difende questa legge folle: “Entrata in vigore nel 2011, [essa] è stata pensata per cercare di arginare l’arroganza e la prepotenza innanzitutto di Amazon, poi della grande distribuzione e delle librerie di catena, che, usando come leva lo sconto, cercavano di accaparrarsi clienti: è ben noto che purtroppo in Italia si vendono pochi libri e si legge ancora meno, essenzialmente per la mancanza di un progetto politico-culturale per far nascere nuovi lettori.” Riassumiamo: tenendo (artificialmente) i prezzi alti, si guadagnano, anziché perdere, lettori. Ecco. E che dire dell’orrore di poter comprare libri nei centri commerciali, dove la gente comune deve andare solo per soddisfare volgari esigenze materiali? Vendere un romanzo in quella bottega infame dove ci si può approvigionare al più di pannolini e spaghetti? Giammai. La vera preoccupazione di Montroni e di quanti hanno sostenuto questa assurdità è ovviamente altra: “con lo sconto libero, le librerie indipendenti, che hanno un giro d’affari minore, sarebbero destinate a soccombere. Così come le case editrici medie e piccole, costrette a concedere ai distributori margini che finirebbero per strozzarle.” Insomma, bisogna mantenere in piedi un sistema inefficiente per far contenti i librai, anche se questo danneggia i lettori, che sono poi quelli di cui uno come Montroni dice di preoccuparsi tanto. Del resto, gli illiberali non si accontentano di menarti, ti prendono pure per il culo, sostenendo che lo fanno “per il tuo bene”.

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Per vendere più libri, facciamoli pagare più cari. Ipse Dixit.

Ma torniamo al siluramento di Angioni: a far arrabbiare i suoi capi è stato il modo (franco, sprezzante, sopra le righe) con cui ha risposto ai quesiti che gli ha posto Giuseppe Laganà, inviato di Presa Diretta, che ha tentato di metterlo in difficoltà (con modi ed argomentazioni discutibili) sul tema della presunta elusione fiscale di cui sarebbero responsabili le perfide multinazionali USA che operano in Italia. Prima di entrare nel merito, mi preme sottolineare la scarsa deontologia di Presa Diretta che, nella trasmissione andata in onda il 29 marzo, ha fatto un uso spregiudicato di quelli che avrebbero dovuto essere dei commenti fatti da Angioni “fuori onda”; una buona parte del minuto circa di girato che riguarda il manager è stata infatti da un’inquadratura troppo bassa: quindi, o l’operatore del programma di Rai Tre era ubriaco, oppure quel filmato è stato ripreso con la camera disposta in un modo da far ritenere all’intervistato che essa fosse spenta. Ovvero, per essere più chiari, è stato rubato.

Nel “servizio” (ma sarebbe più corretto parlare di imboscata), il manager viene “acchiappato” mentre esce dall’ufficio – sta infatti indossando il cappotto – ed apostrofato con quella che a Laganà deve essere sembrata una domanda molto furba: “Amazon ha una stabile organizzazione in Italia?”. Risponde Angioni: “Ma che significa?“, esplodendo in una risata sguaiata. Anche se articolata in modo discutibile, perfino irritante, la replica del dirigente fotografa un problema autentico. Sia chiaro, però, non un problema di Amazon Italia, ma della Guardia di Finanza. Il Corpo, infatti, a dispetto di anni di indagini, non è mai riuscito provare in modo inequivocabile che Amazon Italia abbia appunto una “stabile organizzazione” nel nostro paese, requisito che farebbe scattare l’obbligo di pagare le imposte in Italia. Angioni dunque può dunque legittimamente sostenere: “A me non risulta“. Laganà insiste: “C’è una tassazione molto più bassa in Lussemburgo…“. Qui Angioni non è troppo convincente, dal momento che si limita a trincerarsi dietro ad un “fanno tutti così”. Il che è certamente vero, ma non centra il punto, che secondo me è: un’azienda ha la piena libertà di organizzarsi in modo da ottimizzare i suoi costi, compresi quelli fiscali. Non è illegale stabilire una sede sociale in Lussemburgo. Se il Lussemburgo ha una tassazione agevolata, la questione riguarda non le aziende che hanno la massa critica per sfruttare questo arbitraggio, ma il legislatore europeo che ha generato o sta perpetuando questa discontinuità.

Come è facile constatare ogni volta che si acquista qualcosa su Amazon.it, la nostra controparte è Amazon EU Sàrl, una società a responsabilità limitata lussemburghese. Tale società si avvale dei servizi prestati dalle controllate italiane Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Services, che remunera con commissioni (è questa l’unica parte di ricavi che, una volta nettata dei costi, verrà tassata in Italia). Non solo: i ricavi della capogruppo lussemburghese vengono usati per pagare “royalty” per l’utilizzo dei diritti sulla proprietà intellettuale del gruppo, che da un lato “asciugano” l’utile sulla capogruppo, e dall’altro producono ricavi non imponibili, dal momento che la controllata che fattura le royalty non è soggetta a tassazione in Lussemburgo. Un vero “pranzo gratuito”, a cui si sono accomodati, oltre ad Amazon, anche Apple, Starbucks e FIAT. Strano che ai giornalisti di Presa Diretta questo dettaglio sia sfuggito. Amazon avrà anche sfruttato (rimanendo nell’ambito del rispetto della legge) le disarmonie fiscali europee, ma per lo meno non è stata sovvenzionata dalla nostre tasse per decenni, come invece è successo alla FIAT.

Dunque, non essendovi nulla di sostanziale da dire nel loro servizio contro Amazon, quelli presa Diretta decidono di buttarla in caciara, scippando un off-record nel quale Angioni, in modo pittoresco (e tuttavia comprensibile per chi con la Guardia di Finanza abbia avuto a che fare nel mondo reale) riassume la sua odissea: “tre anni”, sostiene, con la GdF appollaiata nei suoi uffici a setacciare la contabilità e a “fare le pulci” al suo personal computer, senza approdare a nulla. Comprensibilmente liberatorio, pertanto, il gesto del folle sconosciuto (meglio conosciuto come il gesto dell’ombrello) per il quale il “cattivo” Angioni perderà il posto e finirà negli annali.  Un super-villain, ricordiamolo, sotto la cui direzione Amazon ha gettato le basi per la creazione di oltre 1200 posti di lavoro in Italia, senza contare l’indotto. Benché sia tra quanti non apprezzino molto il suo stile da spaccone, infine, le circostanze e le modalità con cui si è svolta l'”intervista” (per metà rubata, non dimentichiamolo) me lo hanno reso immediatamente simpatico.

A ben vedere, il problema del giornalismo stile Presa Diretta non è solo quello di essere fazioso, quanto sciatto e confuso. Trovo abbastanza fastidioso il giornalismo schierato, ma almeno a Presa Diretta non si può rimproverare il fatto che tale orientamento sia nascosto dietro una patina di obiettività.  Tuttavia, continuo a pensare che, per portare validamente argomenti ad un’agenda politica, sia inevitabile capire di che cosa si parla, prima, evitando possibilmente di cercare la carezza di una certa parte di popolo, rapida a sobbollire di “giusta indignazione” non appena le si dia modo di saltare addosso ai “soliti noti”, tra i quali le multinazionali non possono mancare. E’ abbastanza evidente la debolezza intellettuale che fa capolino dietro la rabbia giacobina di certe domande: ad esempio quella, assai sobria, che Laganà pone a Fabio Vaccarono di Google: “Che cosa c’è di etico nella elusione fiscale?”. Domanda non solo ingiusta (si sta assumendo come presupposto che Google Italia stia eludendo le imposte in Italia, senza portare un-solo-argomento-valido a supporto di questa tesi), ma anche antropologicamente indicativa. Che cosa sarebbe “giusto”, “etico” secondo gli amici di Presa Diretta? Forse che pagare milioni di euro di imposte in Italia, potendo evitarlo, sarebbe più “morale”? Sarebbero contenti, in questo caso? Par di sentire l’eco di quella sirena (ubriaca) che faceva biascicare a qualcuno di sinistra il mantra delle “tasse che sono una cosa bellissima”. Basta l’intelligenza, non occorre – e neanche conviene, davvero – tirare in ballo la morale. Anche perché altrimenti dovremmo chiedere ai colleghi di Presa Diretta quanto è “etico” rubare un’intervista, mandandola in onda solo per sottoporre al ludibrio popolare il gesto inelegante di una persona di successo in modo da trasformarlo nell’emblema dell’arroganza capitalista. Senza contare, ovviamente, che Angioni ha pagato la sua bravata con la perdita del suo posto di lavoro, mentre i giornalisti di Presa Diretta continueranno per lunghi anni ad infliggerci tesi preconfezionate e conclusioni raffazzonate.

I gay, prima malati e adesso trendy

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Al di là dei casi puntuali come questo, sui quali credo che ormai valga la pena di soffermarsi soltanto a livello aneddotico, un fatto mi pare chiaro: quelli di Santa Romana Chiesa devono aver capito che la storiella secondo la quale i gay sarebbero una massa di pervertiti e di malati da curare e da recuperare non regge più nemmeno con l’Attack; ragion per cui, a quanto pare, hanno deciso di cambiare completamente strategia.
Ci avrete fatto caso anche voi: ultimamente i nostri amici fondamentalisti parlano sempre più spesso, e con aria sempre più preoccupata, di “cultura gay”, “ideologia del gender”, “indottrinamento”, come se l’omosessualità fosse riconducibile più che altro a una scelta delle persone, o a una sorta di condizionamento “culturale” che esse subiscono, magari a partire dalla scuola.
La cosa singolare è che questa impostazione, evidentemente dettata dalla necessità di trovare un minimo appiglio cui continuare ad aggrapparsi dopo la caduta in disgrazia delle vecchie cantilene, è per molti versi esattamente opposta alla precedente: laddove si parlava di patologia, e quindi di un’obiettiva condizione -ancorché “disfunzionale”- degli individui, oggi si denuncia la “delegittimazione della differenza sessuale”, additando un fenomeno prettamente intellettuale, appartenente alla sfera dell’opinione e dei convincimenti personali più che a quella della fisiologia o della psiche.
Le persone diventerebbero gay, insomma, per una scelta di tipo culturale, per moda o perché qualcuno le convince a farlo: come se le proprie preferenze sessuali (perché di sesso, ancorché in senso lato, stiamo parlando) potessero dipendere da elementi del genere.
Badate, anche su questo bisogna essere “laici”, e non negare ideologicamente che certe situazioni possano effettivamente essere riscontrate. Voglio dire: a me per primo, occasionalmente, è capitato di avere notizia diretta o indiretta di qualche caso di “omosessualità di tendenza”, specie in età adolescenziale e in ambienti particolarmente “progressisti”; ma obiettivamente si tratta di casi così marginali, sporadici e limitati nel tempo da rappresentare un campione letteralmente insignificante ai fini di un ragionamento complessivo.
Insomma, se la vecchia strategia era priva di una gamba, quella del riscontro scientifico, mi pare che a quella nuova manchi anche l’altra, cioè la verifica empirica che tutti compiamo ogni giorno attraverso l’esperienza personale.
Chissà, magari i nostri amici credono che per avvicinarsi al cielo sia utile formulare teorie campate per aria.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

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Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

Bignami delle opere famose, parte II

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Seconda parte della rubrica che aiuta a riprodursi anche senza Valvassori e Valvassini.

Prima parte qui.

 

Emily Bronte, Cime Tempestose:
Due tizi non riescono a mettersi insieme e succede un casino.

Hasbro, Monopoli:
Delle amicizie finiscono a causa di alberghi in Parco della Vittoria.

Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso:
Un tale è arrogante ma riesce a risolvere dei misteri. Mormoni.

Primo Levi, Se questo è un uomo:
Primo Tripadvisor sui lager nazisti. L’occupante non ne rimane soddisfatto.

Bram Stoker, Dracula:
Un tizio in Transilvania pratica la poligamia; poi va a Londra e muore.

Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde:
Uno non riesce a decidere cosa scrivere sul proprio passaporto.

Giacomo Leopardi, La vita solitaria:
A uno piace una, ma lui ha la gobba.
 
Virginia Woolf, Gita al faro:
Non succede niente.

Anthony Burgess, Arancia Meccanica:
Dei giovani amanti di Beethoven picchiano tutti.

Stephen King, Shining:
Una compagnia di alberghi sceglie un alcolizzato con famiglia a seguito per fare da custode a un hotel sperduto fra le montagne.

Stanley Kubrick, Shining:
Jack Nicholson fa il pazzo e Stephen King si indigna.

James Joyce, Ulisse:
Un tale non ha mai imparato la punteggiatura alle elementari ma decide comunque di scrivere un libro.

Senofonte, Anabasi:
Nessuno capisce un cazzo nemmeno se riesce a tradurlo.

Giuseppe Bertolucci, Berlinguer ti voglio bene:
Nonostante le sue parafrasi della Divina Commedia, Benigni sa essere molto volgare.

Philip Roth, Pastorale Americana:
Raccontare di avere un tumore alla prostata non rende le cose meno noiose.

Herman Melville, Moby Dick:
Un capitano zoppo si rende conto che il sushi di balena è incredibilmente costoso.

Richard Wagner, La Valchiria (dalla tetralogia L’Anello del Nibelungo):
Ammazza che palle ‘sti compositori tedesch-BADA APOCALYPSE NOW!!!

The Beatles, Yellow Submarine:
D’accordo Ringo, ti facciamo cantare.

Giovanni Della Casa, Galateo overo de’ costumi:
Tutti i modi corretti per dissimulare una figura barbina a tavola.
 
J. W. Goethe, Le affinità elettive:
Un tale ci spiega perché è meglio votare Oscar Giannino che Beppe Grillo.

JJ

Bignami delle opere famose, parte I

in società by

Troppo spesso, nelle conversazioni intrattenute fra un brandy e un sigaro, si fa riferimento a importanti opere di ogni genere. Troppo spesso non si sa come intervenire in modo intelligente.

Dunque, questo piccolo bignami ad uso di chi è meno acculturato farà sì che possiate sfoggiare un sapere infinito senza passare troppo tempo fra libri, musica  e altre forme d’arte, e tutte le dame del circondario saranno vostre (a patto che possediate anche un piccolo appezzamento di terreno). *

* Se invece siete una dama, passate direttamente al post successivo.

Dante, La Divina Commedia:
Uno prima va all’Inferno, poi in Purgatorio e alla fine in Paradiso.

George R. R. Martin, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco:
Muoiono tutti.
 
Niccolò Machiavelli, Il Principe:
Negli anni Novanta un calciatore prima gioca nella Roma, poi va all’estero.

Charlotte Bronte, Jane Eyre:
Una ragazza è brutta, ma alla fine sposa uno ricco.

Victor Hugo, I miserabili:
Un ispettore della polizia non riesce ad arrestare un ladro di pane e quindi si suicida nella Senna.

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita:
Dei coatti vivono proprio male.

Petronio, Satyricon:
Un tizio è impotente ma viaggia tanto.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno:
Uno proprio non riesce a smettere di fumare.

Zola, J’accuse..!:
Un noto calciatore si lamenta con l’arbitro per la squalifica ai mondiali del ’94.

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal:
Un uomo muore, ma non per davvero.

Giovanni Boccaccio, Decameron:
Nel Trecento ai nobili della peste nera non gliene fregava un cazzo.
 
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi:
Nel Seicento due tizi devono sposarsi, ma non ci riescono; poi alla fine però ce la fanno. Anche qui peste.

Giovanni Pascoli, Myricae:
Un tizio ha un rapporto ambiguo con le proprie sorelle.

Platone, Simposio:
Dei greci si ubriacano e parlano inserendo molte subordinate nelle frasi.

Mauro Repetto, ZuccheroFilatoNero:
Uno dei due componenti degli 883 decide di intraprendere la carriera da solista; poi va in Francia a girare fiction.

Boris Pasternak, Il Dottor Zivago:
In Russia nevica in continuazione.

Alexandre Dumas, La signora delle camelie:
La Francia di fin de siècle è piena de zoccole, un tale va a scegliersi l’unica con la tubercolosi.

Leonardo da Vinci, Gioconda:
Un quadro, creduto grande, è molto piccolo e coperto da giapponesi.

AA.VV., La Settimana Enigmistica:
Un sacco di casalinghe aspettano i mariti sulla porta col mattarello. Nessuno capisce come cazzo si risolve il quesito con la Susi.

Charles Dickens, David Copperfield:
Un mago, negli anni Ottanta, si fa segare in due; poi nessuno se lo ricorda più.

 

Qui la seconda parte

 

 

JJ

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