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Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

Star Wars: il risveglio del fomento

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Questa volta non ci avrebbero fregati. Non dopo esser passati per i cazzo di prequel. Allora non sapevamo, non potevamo sapere; allora avevamo speranza, fiducia. Ed eravamo ancora giovani, inesperti: eravamo innocenti.

Ora, non è che noi siamo gli imbecilli che ci sforziamo di sembrare. Lo sappiamo che, pur essendo oggettivamente dei bei film, il motivo per cui ci piacciono tanto sono le vacanze di Natale passate a registrarli in TV e a rivederli fino a consumare le videocassette. E questo perché, anche se Il Ritorno dello Jedi è uscito solo nel 1983, per molti di noi Guerre Stellari è sempre stato lì: esisteva, anzi è sempre esistito, nella sua accezione di classico, insieme ai film disney prima e al resto della truppa dopo (Indiana Jones, Ghostbusters, i Goonies, Ritorno al Futuro etc…).

Si, ci sono i talebani per cui è IN-CON-CE-PI-BI-LE che Han non abbia sparato per primo e i folgorati che hanno ricostruito a mano i film originali ma molti di noi sono persone per lo più normali. E noi ce li siamo visti i prequel: li abbiamo attesi come Il Vangelo parte II – Back to Bethlehem e questo è quello che abbiamo avuto in cambio. Abbiamo preso i DVD e ci siamo ritrovati scene raccapriccianti (non è una questione di blasfemia rispetto alla sacralità dell’originale, è che fanno veramente schifo al cazzo).

Abbiamo poi visto tutti i sequel/prequel/remake/reboot sfornati senza alcun senso di misura o dignità pur portare mezzo cristiano in un cinema, figli di ignavi omuncoli, parassiti di talento altrui. Cazzo, abbiamo visto Indiana Jones 4 (che Dio ci perdoni).

Cosa pensate che abbiamo provato quando Lucas ha smollato il tutto alla Disney che immediatamente ha annunciato altri TRE FILM?? Per di più con JJ Abrams (che non ha MAI fatto un film oltre il buonino) alla guida del baraccone?

Non lo volevamo questo cazzo di film. Non volevamo le false speranze per le notizie del cast e lo zig-zag tra le teorie spoiler e le teorie LOL. Non volevamo un trailer pezzentissimo a più di UN ANNO dall’uscita del dannato film.

Ma, come ho detto, siamo persone ragionevoli: stracciarsi le vesti non ci viene bene e poi, in fin dei conti, è solo un film. Saremmo andati al cinema come tutti ma con animo rassegnato, stoico. Saremmo stati pronti perché non ci saremmo aspettati nulla

Sapevamo tutto. Eravamo preparati. Eravamo consapevoli.

E tutto questo è finito nel cesso otto mesi fa in meno di due minuti.

ortolani

 

Ticket

credits Leo Ortolani, Morelli’s Movie Guide

P.S. qualsiasi cosa succeda stasera temo che non si arriverà mai al livello di gegno di quel fenomeno di Patton Oswalt.

Cinefili e cinofili: gente che non sa recitare

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In occasione dei 35 anni di Ryan Gosling, l’attore-cane che piace tanto alle donne, una breve lista di attori e attrici internazionali altamente sopravvalutati (in ordine alfabetico). Insomma, gente che in fondo non sa recitare.

 

Ben Affleck: nonostante il recente e inaspettato guizzo di Gone Girl (grazie, David Fincher), la carriera dell’ex Daredevil è caratterizzata da una recitazione piuttosto piatta e da una bocca sempre aperta – non so voi, ma darei oro per vederlo ingoiare una mosca. Pure come regista è piuttosto discutibile: il tanto declamato Argo è una delle peggiori americanate degli ultimi anni.

Margherita Buy: sempre eccellente nel ruolo di Margherita Buy.

Elio Germano: certo, affermare che Germano non sa recitare è decisamente un’eresia. Ma l’interpretazione autistica di Leopardi a metà tra il Rain Man di Dustin Hoffman e lo Shine di Geoffrey Rush se la poteva proprio evitare. Per non parlare delle pause a metà verso mentre recita L’infinito: la metrica va rispetta, cazzo.

Ryan Gosling: è bastato uno stuzzicadenti in bocca in Drive per renderlo un’icona. Ma parliamoci chiaro: lo sguardo cool e l’assenza di espressioni non è una scelta stilistica, bensì una necessità. Paralisi facciale e capacità interpretative pari a zero.

Tom Hardy: un attore con una fortissima presenza scenica, eppure non c’è mezza interpretazione che mi abbia mai veramente colpito. Forse non un cane, ma decisamente dimenticabile.

Angelina Jolie: a differenza del marito, lei non ha mai dato prova di grandi interpretazioni, salvo forse la felice eccezione di Changeling. Tutta occhioni e sorrisi enigmatici. Anche la staticità è la stessa della Gioconda.

Matthew McConaughey: una volta entrato nella parte del cowboy texano per Dallas Buyer Club (ruolo che gli ha valso un Oscar), sembra non esserne uscito più: da True Detective a Interstellar, abbiamo dubito subirci ore e ore di farneticazioni sbiascicate in un accento incomprensibile e sguardi persi nel vuoto a denotare una presunta profondità d’animo. Arridatece Clint Eastwood col sigaro in bocca, please.

Brad Pitt: che fine ha fatto il Tyler Durden scalciaculi e sventramutande di Fight Club? Da un po’ di anni a questa parte, il marito di Angelina Jolie non fa altro che regalarci sguardi da cane bastonato e interpretazioni da bravo padre di famiglia. Che palle.

Toni Servillo: no, dai, scherzo.

Léa Seydoux: come mai ci stupiamo che gli attori francesi in film internazionali risultano piatti, tristi, monotoni? Forse perché pure il loro cinema è così, ma contestualizzato va più che bene. Il problema è quando dobbiamo far interpretare a una noiosona come la Seydoux ruoli che richiederebbero un po’ di brio – vedi l’ultimo film di 007.

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

Come si vive, nei campi che ho fatto anch’io?

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Io ci sono stato, a Castel Romano: 42mila metri quadri di campo situato a più di 30 chilometri dal centro di Roma, con la fermata del bus più vicina a 4 chilometri di distanza, in parte senza energia elettrica, dotato come da copione di mondezza assortita ammucchiata in ogni dove e perfino di cinghiali che grufolano in giro, vicino alle persone. Il più grande insediamento “istituzionale” d’Europa.
Ebbene, sta di fatto che il campo rom (o per dirla come la dicono loro il “Villaggio della Solidarietà”) di Castel Romano è stato progettato e inaugurato nel 2005, dalla Giunta Veltroni.
Lo stesso Veltroni, a quanto mi risulta, che in una scena particolarmente “toccante” della sua ultima fatica cinematografica, “I bambini sanno”, chiede (con voce grave e commossa) a un bimbo rom come si viva in un posto del genere (riferendosi evidentemente a un campo, che non è dato sapere se sia quello di Castel Romano oppure un altro, ma evidentemente ai fini del ragionamento fa lo stesso), e se non sarebbe più felice di abitare in una casa vera (domanda peraltro molto acuta, un po’ come chiedere a uno costretto a mangiare cibo per cani se non preferirebbe, magari, dell’aragosta).
Ora, sui campi rom possiamo legittimamente pensarla in modo diverso: ma comunque la si veda, ne converrete, è un po’ singolare (e almeno altrettanto fastidioso) che uno che ha creduto in quel modello, al punto da adottarlo nella città che amministrava, qualche anno dopo ne denunci gli esiti degradati e degradanti attraverso la trovata da libro Cuore dell’intervista a un bambino.
Singolare e fastidioso. Ma anche drammaticamente emblematico di una classe dirigente che ha perpetuato scelte catastrofiche per decenni, alla faccia di chi già allora si permetteva di rilevare sommessamente che quelle scelte avrebbero condotto a conseguenze sempre più disastrose, e che a distanza di neanche troppo tempo finisce miracolosamente per non pagarne le conseguenze neppure a livello mediatico, arrivando addirittura al paradosso di collocarsi nell’area “di opinione” di quelli che dissentono, si rattristano, non sono d’accordo.
Responsabilità, si chiama, e di quando in quando sarebbe il caso di adoperarla. Magari, dico per dire, prendendosi la briga di fare la domanda giusta: tu che dici, bambino, ho fatto una cazzata a credere che posti di merda come quello in cui sei costretto a vivere fossero plausibili, immaginabili, concepibili nella città che governavo?
Come si dice: basterebbe poco, ma quel poco è tutto.

Un uomo irrazionale

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Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

True Puttanata

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Si è conclusa ieri sera negli Stati Uniti la seconda stagione di True Detective, la serie a cicli autoconclusivi creata dal giovane scrittore e regista Nic Pizzollato – un nome da mafioso italo-americano con un destino da creatore di crime stories, a quanto pare.

Niente spoiler sul finale, tranquilli. Al netto della stagione, mi limiterò a dire che il crollo del rating di puntata in puntata è ampiamente giustificabile con la scarsa qualità del prodotto nel suo insieme. E la conclusione non è da meno.

Insomma, True Detective è davvero brutto. Ma brutto-brutto. Anzi, fa proprio cagare.

Le faccette di Colin Farell. Cristo, le faccette di Colin Farell.

E le faccette di Vince Vaughn. Le faccette di Rachel McAdams. La faccetta – perché capace di una sola espressione – di Taylor Kitsch. I monologhi filosofici totalmente decontestualizzati. Una regia piattissima che quando prova a risollevarsi scade nel ridicolo involontario. Una trama assolutamente sconclusionata che fa di tutto per gettare lo spettatore nella confusione più totale. Dialoghi al limite del masochismo. Un senso generale di “ma perché?” tra una scena e l’altra. Le faccette di Colin Farell.

Elementi forse già presenti in nuce nella celeberrima prima stagione, ma che venivano in un qualche modo attenuati da piccoli, coraggiosi momenti di bellezza che ti facevano voglia di andare avanti, nonostante tutto: la sigla meravigliosa dei The Handsome Family, l’interpretazione di Woody Harrelson, i bei piani sequenza delle (poche) scene d’azione, lo sfondo alienante e lovecraftiano delle paludi della Louisiana, i riferimenti colti alla letteratura di genere, un intrigo semplice ma avvincente, e così via.

Ecco, se nella prima stagione l’insieme funzionava a discapito dei pipponi insopportabili di quel cane di Rust/Matthew McConaughey (a mio avviso l’attore più sopravvalutato della sua generazione) e di una certa pesantezza generale, si potrebbe dire che l’intera seconda stagione fallisce nel suo intento – quale? boh – proprio perché siamo di fronte a quasi otto ore di brodo di Rust senza capo né coda.

Il cinema si sta spostando in televisione, ormai lo sanno anche i sassi. Registi e attori dello Star System hollywoodiano si accalcano per partecipare a produzioni “minori” sul piccolo schermo in nome di una rivoluzione annunciata che, a quanto sembra, cambierà per sempre il modo di intendere l’intrattenimento. La qualità è il prossimo passo delle serie televisive, dicono.

Ma la qualità, purtroppo, non viaggia mai da sola. L’altra faccia del buon cinema, il brutto cinema, è in agguato dietro questa grande migrazione di massa da un mezzo all’altro. Scopriremo tra poco che i grandi nomi non bastano a fare un buon prodotto, e che l’impegno artistico va ben al di là delle premesse autoriali. Sappiamo tutti di cosa è capace il “grande” cinema americano. Le puttanate sono in agguato, sempre.

E True Detective, temo, è solo l’inizio.

Due o tre cose sul Festival del Film

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La settimana scorsa, dal 16 al 25 ottobre, ho vissuto al Festival Internazionale del Film di Roma, questa manifestazione che, alla sua nona edizione, ancora si ostinano a fare facendoci credere che sono capaci di organizzare le cose.

Prima le buone notizie: la selezione dei film è sempre buonissima, a mio modesto parere. Anche quest’anno sono riuscita a vederne circa una quindicina, con il picco raggiunto di tre in un giorno solo (poi dopo ero tipo morta), dunque passo a illustrarvi quelli che, secondo me, sono stati i film più significativi e non.

As the Gods Will, Takashi Miike: da recuperare assolutamente; Miike traspone il manga su pellicola lasciando allo spettatore l’impressione di leggere un fumetto, e non di vederne l’adattamento a film. Colonna sonora strepitosa, ma non vi dico la trama.

Still Alice, Wash Westmoreland, Richard Glatzer: filmone sul dramma dell’Alzheimer precoce, che, nonostante le premesse, riesce a non risultare patetico. Grandissima Julianne Moore, e Kristen Stewart forse ha imparato ad assumere più di un’espressione.

Eden, Mia Hansen-Løve: gli anni ’90 francesi attraverso la musica elettronica, con più di un accenno ai Daft Punk. Sì, ci sta sempre quell’atmosfera fastidiosa con i francesi che fumano in continuazione e che non fanno nulla tutto il giorno, ma vi assicuro che passa tutto grazie alle atmosfere musicali azzeccatissime. Cameo di Greta Gerwig, che non ho capito perché ma ormai è l’idolo delle folle, quindi magari se uno scrive che c’è pure lei nel film la gente se lo vede.

Trash, Stephen Daldry: favelas, ragazzini cenciosi, un po’ di buonismo, ma in sostanza un buon film, che si regge soprattutto sul fatto che chiunque della mia generazione veda dei bambini alle prese con un’avventura, si immagina i Goonies. Dovevano pensarla così pure i giurati del Festival, perché l’hanno premiato come miglior film.

Buoni a nulla, Gianni Di Gregorio: non ci siamo. Il Di Gregorio secondo me ha azzeccato solo Pranzo di Ferragosto, questo, come il precedente, manca di approfondimenti e di ritmo. Però Gianni oh: bravissimo. Dovrebbe recitare in film non scritti da lui.

Gone Girl, David Fincher: evitate accuratamente di andare a vedere questo film con la vostra dolce metà. Fincher devastante, che ci offre un’atroce metafora sui rapporti di coppia, senza risparmiare quelle due o tre volte in cui ti strappa pure una risata. Ben Affleck diretto da uno bravo diventa bravo pure lui; notevole Neil Patrick Harris che forse s’è riuscito a levare l’ansia di essere identificato come Barney Stinson per il resto della sua vita.

Soul Boys of the Western World, George Hencken: assolutamente da vedere per i fan degli Spandau Ballet, secondo me questo film può essere apprezzato pure da chi non li conosce per niente: io avevo sentito due canzoni in croce, e alla fine del documentario ammetto che m’è scesa la lacrimuccia.

Mauro, Hernan Rosselli: ho dormito per metà del film, l’altra metà era comunque roba completamente inutile, non ho capito dove volesse andare a parare pure se avevo letto la trama prima di entrare in sala.

La foresta di ghiaccio, Claudio Noce: signori e signore, il film più brutto del mondo. Trama banalissima, dialoghi da Occhi del cuore, buchi di sceneggiatura, attori insopportabili che parlano tipo in bergamasco o in un dialetto ugualmente antipatico, hanno voluto fare Twin Peaks ma ‘sto cazzo. Atroce, da vedere MAI.

La prochaine fois je viserai le coeur, Cédric Anger: inquietante thriller hard-boiled tratto dalla storia vera di un poliziotto serial killer, ottimo noir, protagonista bravissimo ma vorrei non incontrarlo mai a tarda notte, paura totale.

Tusk, Kevin Smith: niente a che vedere col Kevin Smith che tutti conosciamo. Tusk è un film allucinante, completamente surreale ma godibilissimo, meglio da vedere se non si sa nulla della trama; sconsigliabile però a chi si impressiona facilmente. Nota per il cast: a metà film ho capito che uno dei protagonisti era Johnny Depp; il tizio più anziano è palesemente Bryan Cranston fra 20 anni e chi trova prima il ragazzino di Il sesto senso vince una pacca sulla spalla.

Guardiani della GalassiaJames Gunn: una sola parola: BOMBA.

Nightcrawler, Dan Gilroy: ambientato ai giorni nostri ma al contempo negli anni ’70, secondo me il film migliore del Festival. Jake Gyllenhaal mi ha ricordato il Ryan Gosling di Drive, uno che non sbrocca mai proprio perché nessuno vorrebbe assistere a quel determinato momento. Io continuo a non raccontarvi le trame perché pure questo secondo me è fico da vedere senza sapere nulla.

Stonehearst Asylum, Brad Anderson: il regista aveva fatto un paio di film più belli, che erano Session 9 e L’uomo senza sonno; di questo si può dire che l’idea è molto interessante, ma che poi purtroppo non viene sviluppata come dovrebbe. Ottimo casting, notevolissimo il professor Remus Lupin di Harry Potter nel ruolo di un custode piuttosto inquietante. Kate Beckinsale sempre più bòna, mortacci sua, e niente, ogni volta che vedo Michael Caine mi sembra che il film salga una spanna in su.

Menomale è lunedì, Filippo Vendemmiati: documentario sui carcerati che dal lunedì al venerdì non stanno più al gabbio, ma li portano a lavorare; quindi, al contrario di noi, odiano i finesettimana. Iniziativa lodevolissima, ma il film manca di approfondimenti. C’è da dire che forse il regista ci voleva solo mostrare nello specifico cos’è che fanno gli impiegati, e non per forza quali sono le loro storie, ma sarebbe stato carino sapere, per esempio, quello che viene fuori alla fine, visto che per tutto il film li vediamo assemblare una macchina, ma alla fine non sappiamo a cosa serve.

Mio papà, Giulio Base: un film che poteva essere carino ma fallisce completamente per due motivi: le trovate di trama forzatissime che servono a trasformarlo in un drammone, e i dialoghi fintissimi che sembrano scritti da uno che non ha mai vissuto un giorno nel mondo reale. Ottimo per essere una fiction, ma non un film. Note positive: il bambino protagonista bravissimo, Giorgio Pasotti finalmente non urla e non parla ansimando.

Dopodiché: passiamo all’organizzazione.

Ok, non avete i soldi. Ok, volete che vengano comprati tanti biglietti da poter così avere tanti soldi.

Un paio di consigli:

a) gli accreditati sono persone come le altre. È cafone che ci trattiate come appestati, visto che la gente con al collo l’accredito ‘press’ sta, tipo, LAVORANDO, e quindi magari ecco vorrebbe vederli i film, visto che il pubblico è pagante, ma pure noi l’accredito lo paghiamo 50 pippi.

b) sul regolamento c’è scritto “non si entra a proiezione iniziata”. Bene. Le cose stanno così: il vero problema del Festival del Film di Roma è il fatto che l’Auditorium vuole megavendere i biglietti, dunque vengono prima i possessori di biglietto e dopo gli accreditati. Mi sta bene, anche perché noi abbiamo le nostre proiezioni stampa, e mi sta bene pure che alle prime uno si mette in fila un’ora prima per assicurarsi di poter entrare (nelle sale tengono comunque un minimo di posti disponibili per gli accreditati, e le sale sono grosse, quindi 9 su 10 entri comunque). Però cosa succede: che se mi fate entrare, e mi fate sedere, e dopo 20 minuti che è iniziato il film quello col biglietto improvvisamente si ricorda che doveva entrare, e voi lo fate entrare (nonostante sul regolamento ci sia scritto che non si può), e vabbè, e quello ha anche l’ardire di far alzare un’intera fila perché deve raggiungere il suo posto, è giusto che la gente si rifiuti di alzarsi. Non è capitato a me, ma ho visto gente che giustamente gli ha detto “ti attacchi al cazzo, potevi arrivare prima.” Stima assoluta.

Nota finale: i partecipanti al Festival.

Non dico che io voglia vedermi i film nel silenzio più assoluto, eh, ma vi suggerisco un paio di cose:

a) ce la facciamo a non commentare ogni singola scena? “Oh, ma quella è Trastevere!” “Nooo, c’è Johnny Depp!” “Ma lì dove stanno?” “Oddioddioddio” (sentito dire per un intero film da una signora che evidentemente non aveva mai visto un thriller): sì, stiamo guardando un film; sì, ci sono degli attori a volte anche famosi, pensa; sì, alcuni luoghi può essere che li abbiate addirittura già visti.

b) ce la facciamo a non scassare le palle mentre mi guardo il film? Se entrate a proiezione già iniziata, come già detto, vi attaccate al cazzo e vi mettete di lato.

c) ce la facciamo ad avere il buon gusto di non sembrare tutti dei piccoli Ghezzi dei poveri, che magari a me non frega una mazza emerita delle vostre recensioni e/o congetture che iniziano ancora prima dei titoli di testa?

Conclusioni: il cinema è bello, gli appassionati di cinema no.

 

JJ

 

Bignami dei film

in cinema by

Quante volte vi è capitato di avere queste conversazioni imbarazzanti in cui un vostro amico/parente/animale domestico vi parla di una pietra miliare del cinema, e voi non avete la più pallida idea di cosa diavolo si tratti, avete solo un vago sentore che forse durante le proiezioni a scuola avreste dovuto stare attenti?

Quante volte avete dovuto rispondere “Ma certo” quando qualcuno, vedendo la vostra faccia impassibile, vi ha chiesto “Ma l’hai visto 2001 odissea nello spazio?” per evitare la frase, urlata, “NON HAI MAI VISTO 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO???!!”

Diciamocelo: le studentesse/studenti di cinema sono i più facilmente intortabili, se volete rimorchiarli parlando di roba che a loro interessa (provateci con uno che studia ingegneria aerospaziale). Dunque, mi propongo di aiutarvi stilando un bignami cinematografico, che vi aiuterà a dimostrare che voi, quei film, li avete visti veramente, e non “tanto tempo fa, a pezzi…”

 

IL PADRINO (FRANCIS FORD COPPOLA, 1972)

Il giorno del matrimonio della figlia, il padre della sposa, invece di ingozzarsi delle otto portate del pranzo, è costretto a stare chiuso in un ufficio a elargire favori. La mafia è veramente una brutta cosa.

Note aggiuntive

Il Padrino è il film più citato della storia del cinema, quindi ogni volta che ci sono scene di cartoni animati o altri film in cui si vedono mafiosi crivellati di colpi, padri che elargiscono favori o bucce d’arancia in bocca, assumete un’aria pensierosa e dite: “Ma questa non è una citazione da Il Padrino?” Farete comunque bella figura, anche se non è vero.

Importante: è fondamentale ricordare che quasi tutti odiano il terzo capitolo. In caso se ne parli, fa molta impressione dire una frase tipo “Beh, però Andy Garcia è magnifico.”

 

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (STANLEY KUBRICK, 1968)

Alcune scimmie capiscono di poter utilizzare delle ossa come corpi contundenti. Monolite nero. Luci e colori. Giove.

Note aggiuntive

2001 è di Kubrick, quindi, essendo Kubrick un cineasta dalla filmografia forse piuttosto esigua, se paragonata a quella di altri registi, si può pilotare il discorso verso un altro film del regista, che magari avete visto. La frase può essere: “No, 2001 bellissimo, eh, per carità. Però io preferisco i film di Kubrick più lineari, tipo Shining.”

 

OMBRE ROSSE (JOHN FORD, 1939)

Una diligenza viene attaccata dagli indiani. Ringo (un pistolero, non quello dei Beatles), cioè John Wayne, salva la situazione.

Note aggiuntive

Ombre Rosse è un film western con John Wayne, quindi vi potreste attaccare a frasi come: “Guarda, secondo me è il miglior western di John Wayne.” Se poi volete rischiarvela, potete azzardare un “E secondo me lui era anche meglio di Clint Eastwood.” (prevedere gente che alla fine della serata si lancia sedie)

 

VIA COL VENTO (VICTOR FLEMING, 1939)

Al tempo della Guerra di Secessione, una rampolla sudista sposa un ragazzino, un vecchio, Clark Gable, ma alla fine lui se ne infischia e se ne va.

Note aggiuntive

Anche Via col vento è un film citato in ogni dove. Importantissime, da ricordare, sono tre frasi:
1. “Giuro davanti a Dio: non soffrirò più la fame!” (musica di Porta a Porta)
2. “Francamente, me ne infischio.”
3. “Domani è un altro giorno.” (musica di Porta a Porta)
Ecco, se volete fare veramente i fichi potete informare tutti i vostri amici che la sigla di Porta a Porta, in realtà, è il tema principale di Via col vento.

 

METROPOLIS (FRITZ LANG, 1927)

Uno scienziato cattivo crea un robot, che sembra una tizia buona, ma in realtà è cattiva, per evitare che i poveri insorgano contro i ricchi.

Note aggiuntive

Metropolis è anche la città dove si svolgono le avventure di Superman. Se qualcuno la cita, in riferimento al supereroe, potete fare gli splendidi e dire “Io di Metropolis conosco solo il film di Lang.”, frase seguita da uno sguardo di chi ne sa.

 

LA CORAZZATA POTEMKIN (SERGEJ M. EJZENSTEJN, 1925) (lo so che si scrive in un altro modo, ma le lettere russe non riesco a inserirle in maiuscolo, dunque fatevelo andare bene)

L’occhio della madre. Gli stivali dei soldati. La carrozzella del bambino.

Note aggiuntive

Nessuno sa di cosa parli La Corazzata Potëmkin, nemmeno Ėjzenštejn. Conosciamo solo alcune scene, citate in Fantozzi. Evitate accuratamente di parlarne con i cinefili più accaniti.

Bonus: la scena incriminata, quella con l’occhio della madre ecc. si chiama “La scalinata di Odessa”. Informazione che vale almeno un sopracciglio alzato del vostro amico acculturato.

 

SCARFACE (BRIAN DE PALMA, 1983)

Al Pacino si droga, si droga, si droga, si droga ancora e alla fine muore (ma non per colpa della droga. Almeno non direttamente).

Note aggiuntive

Scarface è in realtà un remake del meno fortunato film omonimo del 1932, di Howard Hawks. Meno fortunato perché non l’ha visto nessuno: anche tutti quelli che dicono che l’hanno visto, mentono. Quelli che dicono “è molto meglio di quello di Brian De Palma” sono pazzi e mentono. E comunque non hanno visto il primo.

 

QUELLA SPORCA DOZZINA (ROBERT ALDRICH, 1967)

Seconda Guerra Mondiale: americani fomentati contro tedeschi cattivissimi.

Note aggiuntive

Tarantino s’è ispirato a questo film per Inglorious Basterds, ma secondo me non l’aveva visto nemmeno lui.

 

LADRI DI BICICLETTE (VITTORIO DE SICA, 1948)

Tristezza a palate: padre disperato ruba bicicletta per sfamare famiglia e rischia linciaggio, no perditempo, telefonare ore pasti.

Note aggiuntive

A proposito di questo film, gira il famoso aneddoto che racconta del perfido De Sica che mise mozziconi di sigaretta in tasca al bambino protagonista per farlo piangere: non è vero niente. De Sica padre era una brava persona.

 

COLAZIONE DA TIFFANY (BLAKE EDWARDS, 1961)

Audrey Hepburn fa tanto la gran dama, col cappello a falda larga e il bocchino, ma intanto è una donnaccia (letteralmente).

Note aggiuntive

Questo è un film che, come Il meraviglioso mondo di Amélie, ha rovinato generazioni su generazioni di donne. Audrey Hepburn è il mio modello, voglio essere magradiclassesvampitellatrasognataelegante ecc ecc.
Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, fa LA ESCORT. È una persona triste e sola. Si attacca al primo tizio che le capita per non morire in solitudine. Ecco. Soddisfatte?

Bonus: ogni volta che qualcuno nomina questo film, c’è sempre quello simpatico che dice “Eiaculazione da Tiffany, eh eh eh!”
L’ho cercato su internet e ho trovato questo:

Eiaculazione_da_Tiffany

 

Seconda parte qui.

JJ

Le appassionanti avventure di zio Herzog

in cinema by

L’anno scorso cominciai la mia tesi sul cinema, poiché in altro non potevo laurearmi. In questo scritto, alla fine della fiera (e dell’università), decisi di analizzare in particolare quattro registi e il loro lavoro con gli attori, poiché secondo me avevano un rapporto molto interessante con i suddetti interpreti: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, John Cassavetes e Werner Herzog.

Io, all’epoca, di Herzog conoscevo qualcosa a dire tanto: avevo visto Grizzly Man, mi ero commossa tantissimo; Fitzcarraldo al Palazzo delle Esposizioni (sì, sono radical chic); Cave of Forgotten Dreams su youtube. Boh, ho detto, fico ‘sto regista.

Ma è studiando il personaggio e la sua vita che ne sono rimasta prima affascinata, poi mi sono interessata tantissimo, poi ho deciso che avrei voluto vedere tutti i film suoi e su di lui e alla fine sono impazzita completamente.

Perché? Quando? Esattamente nel momento che vado a illustrarvi.

Mi trovavo nella biblioteca del DAMS di Roma Tre. E già ero agitata, in quanto esterna (mi sono laràta alla Sapienza, nota università da sempre in guerra con la terza); non potevo portarmi i libri fuori, c’erano delle tizie tutte precise che si studiavano i libri sul meraviglioso mondo di Amélie e ridacchiavano perché io mi vesto male, il mio vecchio pc aveva degli adesivi delle Big Babol in bella vista e avevo sul tavolo una pila di libri polverosissimi che quando l’avevo chiesti al bibliotecario caruccio m’aveva guardato come per dire “No, non ci rimorchierai me.  Mai.”

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“IH IH IH, MI PIACE INFILARE LE DITA NEI FAGIOLI!!!”

Ma io devo scrivere la tesi, c’ho il fiato sul collo della consegna.

Apro ‘sto castoro su Herzog (n. d. A.: i ‘castori’ non sono i simpatici roditori che fanno le dighe e sponsorizzano dentifrici, in questo caso, ma una collana di libri molto ben fatti sul cinema) e inizio a leggere la biografia.

A una certa.

“Durante la lavorazione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli Herzog, per scongiurare altri problemi relativi alla lavorazione del film, fa un voto e si lancia su un cactus.”

Pausa.

Silenzio.

Rumore di libro che cade, fortissimo, sul banco.

Le tizie di Amélie si girano, mi guardano. Io cerco di rimanere impassibile.

Cactus.

Inizia a prendermi una roba di risata isterica che lèvati.

Mi viene in mente una scena analoga e al contempo diversissima, e cioè di me che (forse manco troppo) piccola, decido di afferrare una pianta grassa presente sul mio terrazzo perché “vediamo cosa succede”. Cosa è successo? Spine ovunque, disagio totale, due ore di mia madre con la pinzetta che si chiedeva “Dove ho sbagliato?”

Herzog però all’epoca del film non aveva dai 3 ai 6 anni. Ne aveva 28.

Era il 1970, e stava succedendo un bordello allucinante sul set. C’erano tutti i problemi possibili e immaginabili, e nessuno ce la faceva più, era difficile persino pensare di arrivare a fine giornata.

W. allora raduna tutta la troupe da una parte, e sale su una roccia: “Ragazzi, lo so che è dura, lo so che è un casino, che abbiamo un ritardo mostruoso e che non riusciamo a fare un passo avanti senza farne due indietro, però io voglio finire questo film.”

Maestranza a caso: “Signor Herzog, lasciamo perdere, nessuno ha la tempra morale e fisica per resistere un altro giorno.”

W. H. fa una pausa. Guarda l’uomo che ha pronunciato la frase.

“Portatemi un cactus.”

“Prego?”

“Un cactus. Voglio un cactus, possibilmente uno di quelli a tappetino, con tanti bozzetti.”

Portano ‘sto cactus. Herzog guarda la troupe. “Io mi ci lancio sopra, e voi finite il film.”

W. H. si lancia sul cactus.

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W. H. si alza in piedi.

Si gira verso l’uomo. “Cazzo ne sai te di tempra.”

Il 15 maggio 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli viene presentato al Festival di Cannes.

 

 

JJ

Sessanta Nanni

in società by

Se fossi costretto a scegliere una sola scena dei suoi film, forse sceglierei questa. E’ estate in una Roma deserta , lui indossa una maglietta nera a maniche corte e attraversa Ponte Flaminio in vespa. “Non lo so, non riesco a capire, sarò malato ma io amo questo ponte, ci devo passare almeno due volte al giorno”, dice la sua voce fuori campo. In sottofondo il suadente Leonard Cohen.  If you want a father for your child /Or only want to walk with me a while /Across the sand/I’m your man, canta il poeta di Montréal. Qualche secondo dopo un semaforo rosso, gli si accosta una cabriolet bordeaux, lui indietreggia un poco fino ad arrivare all’altezza dello sportello del passeggero. A quel punto, spegne la vespa, la mette sul cavalletto, scende e si rivolge al conducente.

“Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza e quindi…”. Nel frattempo, il semaforo è tornato verde. “Va be’, auguri”, tronca il tizio in cabriolet, che riparte e lo lascia un po’ interdetto in mezzo all’incrocio.

Il film è Caro Diario, la scena è celebre, lui è Nanni Moretti: colui che, insieme a una manciata di altri nevrotici visionari, ha alimentato il mio desiderio, la mia necessità di minoranza. Perché le maggioranze –  tanto quelle rumorose quanto quelle silenziose – mi hanno sempre annoiato e inquietato; perché le maggioranze spesso scelgono la strada più semplice, quando non ne percorrono una già tracciata. Mentre la minoranza, oltre a essere l’elemento fondante di ogni democrazia, è una condizione esistenziale, intellettuale ancor prima che numerica. Insomma, la vera patria del dubbio e del rifiuto, il posto dove mi sento a casa.

Perciò, mi sento anch’io Michele Apicella, quando in Ecce Bombo rifiuta un abbraccio di saluto, espressione di un affetto artificiale accolto e praticato dalla maggioranza. Perché “per me abbracciarsi ha ancora un significato ben preciso”. Mi sento anch’io l’Apicella di Sogni d’oro, urlante contro chi parla delle cose che non conosce ( “Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco!”).

E ancora: mi sento l’Apicella di Bianca, quello della Sacher, che non conoscerla è farsi del male; quello che non diventa amico del primo che incontra (“Io decido di voler bene, scelgo. E quando scelgo, è per sempre”). Mi sento il Michele Apicella di Palombella Rossa, preso tra i tanti fuochi dell’esistenza (e quindi della politica), che sono poi il dubbio e il desiderio e il tentativo di essere diversi dagli altri, pur ritrovandosi spesso spiccicati agli altri ( “Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi”). Perché forse il vero e fondamentale problema di ogni cosa è il “noi” come categoria dello stare al mondo.

Mi sento l’Apicella/Moretti maniaco delle parole, che sono importanti. Perché “chi parla male, pensa male e vive male” è una verità antropologica inoppugnabile. E mi sento persino il don Giulio de La messa è finita, combattuto tra lo stare fideisticamente in un mondo familiare, casalingo, dove ogni cosa sembra recitare un ruolo giusto, inequivocabile e maggioritario e il ricercare le proprie ragioni in un altrove lontano e minoritario. E poi, lo ammetto, vorrei anch’io fare un film musicale su un pasticcere trotskista (isolato e calunniato dalla maggioranza stalinista, che balla e dimentica ed è felice così), perché a forza di dare corpo al proprio serioso e coerente personaggio, si finisce col cancellare le proprie vere farfallonesche vocazioni, si finisce con l’essere maggioranza. Una fine che non vorrei mai fare.

Nanni Moretti ha raccontato un modo paranoico e insoddisfatto di stare al mondo, il modo di chi aspira a conquistarsi uno spazio non tanto per ambizione quanto per confusione, la confusione di quelli che non dànno niente per scontato, men che meno se stessi. Ha dato immagine e voce a molte delle mie nevrosi; alcune altre ha contribuito a produrle, facendo di me – come di tanti altri – un personaggio morettiano extra-cinematografico, uno che si sente e si sentirà sempre a suo agio e d’accordo con una minoranza di persone. Insomma, un vero rompicoglioni.

Buon compleanno, Nanni.

Pandorum vs. vita

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Ecco “Pandorum”, questo film che ho comprato un po’ di giorni fa su una bancarella: una specie di collage affannoso e pasticciato di Resident Evil (il regista della saga Sony è qui produttore), Alien 3, con un pizzico dell’assai più blasonato Solaris. La regia crucca conferisce un tocco di freddezza e una verniciatura vagamente intellettuale a quello che alla fine non è che un tentativo mal riuscito (la recensione de “Gli Spietati” parla correttamente di cinema “derivativo”).

C’è questa astronave pazzesca che ospita 60.000 persone, questo tizio sfigato e confuso che non sa che cazzo è successo, c’è un capo con il sangue al naso che poi si rivela un autentico squilibrato, ospiti che improvvisamente si trasformano in assassini cannibali ed ipercinetici, un viaggio che doveva durare un centinaio di anni (complice l'”ipersonno” o l’ibernazione, come a me piace dire, dato che sono old school) e che in effetti si protrae per quasi un millennio all’insaputa di tutti, l’agnizione(*) finale in cui si scopre che l’astronave non è in sperduta da qualche parte nello spazio, ma si trova ferma molti metri sott’acqua.

L’ho capito solo alle 18:00 di oggi : “Pandorum” è una visione (nemmeno troppo metaforica) della mia carriera, dell’azienda per cui lavoro e dei tipi umani che mi circondano.

Ah, e c’è anche una tough girl (deve essere una fissa di Anderson, visto che è sposato con Milla Jovovich, la sua Alice), occhi chiari, fibra solida, origini germaniche – proprio come a casa mia.

Ma in fondo niente di strano: cosa c’è di meglio del cinema di serie B per parlare della vita reale?

(*) ho scoperto solo ieri sera che cosa è, eh

 

Il culto della tough girl

in società by

Stasera sono in vena di confidenze, per cui, tanto vale vuotare il sacco: sono appassionato di film d’azione, ed in particolare quelli in cui la protagonista è una donna. Questa strana perversione mi porta a frequentare film di serie B, oppure film di produzione imponente ma privi di senso.

Mi è di un certo conforto sapere che la mia deformazione non è un caso isolato: oltre ai numerosi adepti del culto segreto della femmina spacca-culi (kick-ass chick), al fenomeno si è interessata, in modo ovviamente molto più asettico, anche Katy Gilpatric della Kaplan University (USA). Gilpatric, dopo aver analizzato quei 112 tra i 300 film d’azione usciti tra il 1991 e il 2005 in cui la protagonista era una donna, ha emesso un infausto verdetto: “la gran parte dei personaggi d’azione femminili visti al cinema non sono figure di empowerment. Infatti, il personaggio femminile tipico di questi film è di razza bianca, dotato di istruzione superiore e nubile. Queste donne vengono coinvolte in un tipo di violenza tipicamente maschile [ah, anche la violenza ha un genere? mah! NdR], dal momento che lottano soprattutto contro uomini e stranieri, usano armi e provocano alti livelli di distruzione, pur mantenendosi fedeli ai più comuni stereotipi femminili grazie al loro ruolo sottomesso e al coinvolgimento in un legame sentimentale con il maschio dominante”.

Ora, il trittico dei personaggi che meglio rispondono alla mia inclinazione per le donne del cinema dotate di “capacità di lotta superiori, intenzioni letali ed appassionate di cuoio nero” ci sono: 1) Alice dei vari Resident Evil; 2) Abigail Whistler di Blade Trinity; 3) Selene di Underworld (per lei ho cercato di vedere tutto il film, o per lo meno di guardarlo fino alla sequenza in cui si sente The Love Song dei Marilyn Manson, ma non ce l’ho ancora fatta…) Non ho citato Beatrix Kiddo di Kill Bill, né Nikita dell’omonimo film di Besson. Si tratta di due film di alta qualità, ma nei quali i distinguo della Gilpatric sono ben visibili: Beatrix, infatti, è nei guai per essere stata la donna del potente Bill (ha un figlio, in effetti, anche se lo scopre abbastanza tardi); Nikita è fuori target, in quanto la sua violenza le appartiene quanto una stretta di mano appartiene al guanto che la riveste: il suo corpo e la sua mente sono solo lo strumento della violenza di un uomo e dello stato. Curiosamente in questo caso i film di qualità sembrano in qualche modo essere più proni ai luoghi comuni sessisti della immondizia di cassetta.

Ma torniamo alla mia preferita, Alice: è vero che usa bene tutte le armi possibili (il fucile a canne mozze di Afterlife le sta un amore) e che produce tanti danni, ma secondo me è un’eroina positiva: non fa smancerie, non si capisce se ami qualcuno o no, in ogni caso non è succube dei suoi sentimenti, ammazza un mucchio di mostri e di cattivi, salva le chiappe di un mucchio di sopravvissuti, accoglie le sfide più assurde ed in particolare protegge una giovane che, ci scommetto, sarà la sua erede. Alice, insomma, mi pare un buon esempio di empowerment femminile. Gilpatric, che pure deve aver visto il primo ed il secondo film della serie, non isola questo film dalla massa degli altri. Però avrebbe dovuto farlo.

Il popolo è minorenne

in società by
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!

(Gian Maria Volontè, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970)

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

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