un blog canaglia

Tag archive

charlie hebdo

Non tutti sono Charlie (per fortuna)

in religione/società by

Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

Empatia a comando

in mondo/società by

Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Ve lo spiega Rosario vostro special edition “guerre di religione”

in cultura by

Oh, siccome vi vedo carichissimi su questa cosa della religione, senza che ovviamente ci capiate un cazzo di niente come di consueto (in due parole: o siete troppo bigotti e minchioni che credete alla gente con le ali in Paradiso – ma che so’, piccioni? (cit.) – oppure vi credete sto grancazzo col vostro relativismo stupido e inutile – le grandi evoluzioni dell’Uomo, che vi piaccia o no, sono per larga parte da ascrivere a gruppi organizzati e irregimentati, non a singoli, piantatela di sentirvi Gauss, Cristo, Socrate, Newton, Einstein, Zidane, ecc -) vi racconto questo simpatico aneddoto che spesso racconto nei miei post sull’Impero Bizantino.

A partire dal V secolo d.C., quando in Europa non si capiva più nulla perché i tedeschi sputavano sulle nostre candide tuniche e si arrubbavano gli ornamenti d’oro delle nostre deliziose statue di marmo copiate dai greci, del Cristianesimo serio non si occupava solo Papa, ma anche i bizantini. E facevano i bellissimi concilii di Calcedonia, Nicea, Trebisonda, insomma, sceglievano i posti in virtù della bellezza dei nomi che avevano. E come dar loro torto?

Siccome all’epoca non avevano né il terziario né Facebook, in qualche modo dovevano capire come impegnare quelle enormi praterie di tempo libero che avevano. E quindi si scannavano (letteralmente: i vescovi si pigliavano a schiaffi durante i concilii, oppure venivano fatti sparire awww) sulla natura di Cristo. Cioè le genti cristiane si odiavano tra loro perché alcuni cristiani erano convinti che Cristo fosse soltanto divino, mentre altri credevano che aveva una doppia natura, umana e divina.

Lo so, state pensando “ma che cazzata è mai questa?”. Eppure non solo la gente si odiava, ma la cosa rappresentava un problema serissimo per tutto l’Impero, e quindi i potenti dell’epoca dovevano giocoforza occuparsene. O fare finta di occuparsene per fare contenti i poverelli che a ‘ste cazzate ci credevano sul serio, così come fanno oggi per i soldi per noi “occidentali”, o come sono le vignette per quei pazzi squinternati.

Oh. Tornando a noi, e alla natura del Cristo, nel corso del IV e V secolo d.C., era fortissimo il dibattito su questa benedetta natura di Cristo, se umana, divina, o entrambe (la faccio semplice, lo so, se volete parlare di teologia seriamente contattatemi in pvt). Tanto forte che, dopo la decisione del concilio di Calcedonia del 451 d. C. di considerare due nature per Cristo, umana e divina, la quasi totalità dei vescovi egiziani si incazzò tantissimo, considerarono eretici tutti gli altri, e si rilanciarono come i pazzi sul monofisismo, secondo il quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina, e quindi Cristo aveva una sola natura, appunto divina. Il concilio di Costantinopoli del 553 d.C. non fece altro che peggiorare le cose, e quindi, nel corso del VII secolo, la situazione era diventata insostenibile. Non potevano più convivere nello stesso Impero, specie quello bizantino in cui l’Imperatore era anche custode della cristianità e dell’ortodossia, due diverse teorie cristologiche.

A questo punto, i vari Denis Verdini dell’epoca non sapevano più che pesci prendere. Provarono prima col Monoenergismo (“amico egiziano, senti, due nature no, nun se po’ fa, però famo che aveva un’unica energia, eh? No eh? Vabbe’…”) e col Monotelismo (“amico egiziano, so che la cosa dell’unica energia ti pareva un po’ una presa per il culo, quindi ho pensato: ehi! Sempre due nature, però una sola VOLONTA’! EH? EH? DAJE! GRANDE! RELIGIONE DI STATO!”)

Ora. Io la prendo a ridere, e vabbe’, ma vi rammento che, se nel VII secolo la religione di stato era il Monoenergismo o il Monotelismo, e tu te ne uscivi con “buongiorno Esarca, secondo me Cristo ha due nature e due energie!” ti tagliavano il naso. Ma piuttosto, come si concluse questa storia? Molto semplicemente: a seguito della conquista araba dell’Egitto del 640-641 d.C., la reazione di Costantinopoli fu pressappoco la seguente:

“Ah ma quindi siete stati conquistati dagli arabi? E non c’è alcuna speranza che sia una di potere riconquistare l’Egitto? Perfetto, chivvesencula a voi e a ‘sta cazzo de natura unica, noi siamo duofisiti, lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. Anzi, ortodossia religione di stato, che è ‘sta cazzata dell’unica energia e dell’unica volontà?”

Charlie Hebdo e gli istantanei paladini della libertà di parola

in società by

Cari i miei razzisti del “padroni a casa nostra”, che finalmente avete un motivo per riempire di insulti i musulmani senza che nessuno vi dica nulla perché – forza ragazzi, “siamo tutti Charlie Hebdo!” – vi fate scudo della libertà d’opinione.

Cari i miei bigotti promotori dell’Editto Bulgaro, paladini della libertà di opinione mentre mettevate giù la cornetta dopo una bella telefonata ai vertici AGCOM e che ora vi stracciate le vesti per mostrare sotto la scritta “Siamo tutti Charlie Hebdo”.

Cari i miei giornali e giornalisti, che già ora lanciate appelli “Siamo tutti Charlie Hebdo”, mentre sui vostri schermi e sulle vostre pagine scorrono le vignette di Charlie Hebdo unicamente rivolte all’Islam (qualcuno su RaiNews24 ha detto, mandandomi ai pazzi: “Charlie Hebdo non mancava di fare satira pesante anche sulla religione cristiana, per esempio su Papa Ratzinger” “Si, ma si percepiva sempre la tenerezza nelle vignette.”), quelle stesse immagini che vi cagavate addosso a pubblicare quando fu Calderoli a mostrarle e anzi condannavate chi, tra i media, le ripubblicava.

Ecco, carissimi, se volete un po’ di tenerezza pubblicate sui vostri profili, siti, giornali, televisioni questa vignetta di Charlie Hebdo.

Perché difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

 

untitled

Go to Top