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L’ARTE DELL’INCLUSIONE

in arte/società by

Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

Il Darwinismo sociale e il Chessboxing

in cultura/società/sport by

Nella vita non si finisce mai di imparare e di scoprire. Io, ieri, ad esempio, ho scoperto il Chessboxing.
Per chi non lo conosce il Chessboxing, o scacchipugilato, è una disciplina sportiva mista dove due avversati si affrontano a round alternati di scacchi e di boxe. Viene definito Intellectual Fight Club ed è stato creato nel 2003 da un artista olandese, Iere Rubingh, dopo essersi letto “Froid Équateur” , del cartoonista Enki Bilal . Un anno dopo, nel 2004, nasce il primo Chessboxing Club officiale a Berlino. Eh si, non ci sono solo droghe e techno a Berlino, ma anche questi simpatici mash ups.
Tornando al dunque, ieri sera finisco a questo evento annuale di Chessboxing, che si svolge, ovviamente, in uno spazio espositivo. Certo, una palestra era troppo facile.
Alla “modica” cifra di 20 euro, che fino a qualche anno fa nessuno a Berlino avrebbe speso per qualsivoglia evento, ti ritrovi catapultato ad assistere a questo show, con un pubblico a dir poco variegato, composto di sportivi, hipsters che non hanno capito dove sono, ma tanto fa figo esserci, coatti di periferia tutto muscolo e niente arrosto a supporto dei boxeurs, artisti/fotografi/curatori/blogger/fashion addicted e altri wannabes, tutti vestiti neanche fossero sul tappeto rosso alla Première di un film a Cannes. Li sopporti perché , al di la di tutto, il chessboxing ha la bellezza della poesia e la passione della musica rock, capace di rapire anche chi come me, può combattere con i pupazzi di cartapesta e ha problemi serissimi a vincere una partita di scala quaranta.
Diamo quindi il via allo show. In mezzo al ring è posizionato un tavolo da scacchi. I due contendenti vengono chiamati dal presentatore. Il primo: Pablo, 19 anni di muscoli e arroganza, un Apollo Creed coatto e in vena di menare le mani, che si gonfia e si pavoneggia per il pubblico. Fa quasi tenerezza! Arriva poi il momento del contendente: “Signori e signore, ecco a voi Daniele di Bergamo!”. Daniele ha i capelli rosci, lunghi e lisci tenuti su da una coda bassa, si presenta con una maglietta di Mickey Mouse gialla e una simpatica panzetta della birra. E tu pensi: poverino, ora sono cazzi suoi.
Ma quello che Daniele non possiede in muscoli lo recupera quanto a intelligenza, strategia e concentrazione. Si siede, e inizia a muovere pedine sullo scacchiere a colpi di spazzola. Ha davvero sfiga però. Sta per fare scacco matto quando il tempo scade e si passa all’ incontro di boxe. Tre minuti sono lunghissimi, quando tecnicamente non si sa bene cosa si sta facendo e di fronte hai un pischello con i muscoli scolpiti nel marmo e  voglioso di vincere. Daniele le prende soltanto, le prende tante, a lungo, inizia a gonfiarsi, ma si difende, non molla.  La folla inizia a passare dalle sua parte. I tre lunghissimi minuti terminano e Daniele resiste. Non crolla. Si riposiziona al tavolo ed è scatto matto. Lui è felice come un bambino, e tutti, Hipters che ancora non capiscono dove sono e modelle comprese, sono felici per lui.
Il secondo incontro viene vinto anch’esso alla scacchiera dal pugile che più aveva sofferto in combattimento. Il terzo me lo perdo, mi attende una birra con gli amici, ma 2 su 3 mi sembra un buon risultato per la statistica.
Mentre ero li, infatti, ho pensato a molte cose: al coraggio, alla tenacia, alla costanza di allenarsi, alla capacità di giocare a scacchi, ma soprattutto ho pensato a questo: il Chessboxing è una sorta di metafora contemporanea del darwinismo sociale.
“Presso i selvaggi, i deboli di corpo o di mente vengono presto eliminati, e coloro che sopravvivono presentano solitamente un vigoroso stato di salute. Noi uomini civilizzati, al contrario, facciamo del nostro meglio per ostacolare il processo di eliminazione” scrisse Darwin.
Nella versione meno scientifica e più triviale si asserisce che nella lotta tra la vita e la morte è il più forte a sopravvivere.
La forza, però, non è solo quella fisica. La vera forza è nella mente. Non parlo di furbizia o intelligenza, ma di mente. Quella si che ti salva il culo. Quindi usiamola bene.

Il pianista di Hitler

in storia by

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. Certo, per coglierle occorre rinunciare alla giustezza della narrazione storica, alla retorica approssimativa del bianco e del nero, all’ideologia dell’interpretazione appassionata; per coglierle occorre concedere un’opportunità alla schizofrenia degli eventi, aggrapparsi, per quanto possibile, alla giostra del vissuto.

La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste storie. Un gran casino che sfugge apparentemente alle ragioni della coerenza. Fu pianista, businessman, tedesco, americano, confidente di Adolf Hitler, collaboratore di Franklin D. Roosvelt, capo dell’ufficio stampa straniera a Berlino durante il Terzo Reich, studente ad Harvard. Fu talmente tanti personaggi che è difficile raccapezzarsi, inquadrarlo, dargli un posto nella versione ufficiale, quella che si insegna e si ripete come un mantra. Del resto, non è facile oggi digerire l’armonia di gusti così lontani: quello per la musica, per l’arte, ereditato dal padre editore e dal nonno fotografo; quello per l’oltreoceano, gli Stati Uniti, patria della libertà e delle possibilità, trasmesso dalla madre americana; quello per la guerra e il valore militare, forse portato dal filo invisibile delle generazioni, da quella lontana parentela con John Sedgwick, generale unionista durante la guerra civile americana.

Negli anni trascorsi sui libri ad Harvard, anni in cui si divertiva a comporre canzoni per la squadra di football dell’università, Putzi conobbe gente del calibro di Walter Lippmann (il giornalista che introdusse il concetto di “Guerra fredda”) e il reporter John Reed. Fu nel prestigioso ateneo che si formò intellettualmente e si preparò a prendere le redini del ramo statunitense del business di famiglia, la Franz Hanfstaengl Fine Arts Publishing House. Per questo, dopo la laurea, si trasferì a New York. Qui, pur continuando a suonare il piano, portò avanti la sua attività imprenditoriale. In quel periodo frequentò, tra gli altri, un giovane attore promettente: Charles Spencer Chaplin detto “Charlie”. Strinse inoltre amicizia con Franklin e Theodore Roosvelt.

Nel 1922, in seguito alla Prima guerra mondiale e alla confisca dei beni di famiglia da parte del governo degli Stati Uniti (si trattava del resto di un’impresa “nemica”), tornò in Germania e si stabilì in Baviera, sua terra natale. A Monaco presenziò al primo discorso pubblico di Adolf Hitler, che si svolse in una birreria del centro. Vista la sua conoscenza della realtà locale, gli fu chiesto di  assistere un addetto militare americano nel monitoraggio della scena politica tedesca. Fu così che rimase affascinato dalla violenza retorica del genio politico hitleriano. Tanto che nel 1923 prese parte al fallimentare Putsch di Monaco. Nei giorni seguenti alla disfatta, fu costretto a rifugiarsi in Austria ma offrì ospitalità a Hitler nella sua casa di Uffing, un tranquillo villaggio lacustre nel pieno della foresta bavarese. Fu proprio la moglie di Hanfstaengl, Helene Niemeyer, a dissuadere il leader del partito nazionalsocialista dal sucidio quando la polizia bussò per arrestarlo. Ernst e Adolf divennero così amici intimi. L’imprenditore tedesco-americano aiutò il giovane politico a finanziare la pubblicazione del suo Mein Kampf; mentre l’altro fece da padrino a Egon, il figlio di Hanfstaengl. Grazie alla sua grande amicizia con Hitler, divenne capo dell’Ufficio stampa estera di Berlino ed assunse una certa influenza nell’entourage del dittatore. Nel periodo berlinese, quando si incontravano Ernst suonava spesso il pianoforte per Adolf, che adorava starlo ad ascoltare.

Qualche tempo più tardi, nel 1933, una serie di discussioni col ministro della propaganda Joseph Goebbels compromisero il ruolo istituzionale di Putzi, che fu rimosso dall’incarico. Quegli anni furono particolarmente difficili. Nel 1936 divorziò da Helene; lo stesso anno fu denunciato al Führer da Unity Mitford, un’aristocratica inglese amica di entrambi. Tuttavia, nonostante la situazione non esattamente tranquilla, Ernst non lasciò la Germania. La fuga avvenne soltanto nel ’37, quando un pesante scherzo di Hitler e Goebbels lo convinse a lasciare il paese. La vicenda ha dell’incredibile. Albert Speer racconta che Hanfstaengl fu fatto salire su un aereo e soltanto una volta in volo messo a conoscenza della missione che gli era stata assegnata: si sarebbe dovuto lanciare col paracadute nella zona rossa della Spagna per lavorare come agente segreto di Francisco Franco. In realtà, sostiene Speer, l’aereo si limitò a sorvolare la Germania. Quando gli fu rivelato lo scherzo, Ernst capì che era giunto il momento di fare le valigie. Andò in Svizzera, poi da lì Inghilterra e infine, fatto prigioniero, tradotto in un campo di lavoro in Canada.

Lo salvarono le sue amicizie giovanili. Nel frattempo, Frank D. Roosvelt era infatti diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Tra il 1942 e il 1944, su diretta richiesta del vecchio amico, Hanfstaengl lavorò come informatore e consulente psicologico di guerra all’S-Project. Le sue preziose informazioni permisero di schedare circa 400 leader nazisti e aiutarono gli psicanalisti Henry Murray e Walter Langer a tracciare un profilo psicologico della personalità di Adolf Hitler. Diversi anni più tardi, nel 1957, Putzi raccontò la sua storia straordinaria in un libro dal titolo eloquente: Unheard Witness (“Testimonianza inascoltata”). Morì nella sua Monaco all’età di 88 anni.

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste.

Una capitale senza teatro (ma col tiramisù)

in economia by

Nell’inverno del ’45, prima di rifugiarsi a Zurigo, Wilhelm Furtwängler diresse a Vienna la seconda sinfonia di Brahms. Da qualche mese Albert Speer, l’architetto di Hitler, gli aveva confermato ciò che ormai era innegabile: la guerra dei nazisti era persa, prudente trovare un luogo in cui riparare.

Furtwängler venne processato (e assolto) durante la fase di denazificazione della Germania: non fu mai iscritto al partito ma allo stesso modo non abbandonò mai la Germania, come invece tanti altri intellettuali dell’epoca, e continuò a dirigere fino a quando la situazione lo rese possibile. Disse durante il processo “…io mi sono sentito responsabile per la musica tedesca, ed è stato mio compito farla sopravvivere a questa situazione, per quanto ho potuto…Questo popolo, compatriota di Beethoven, Mozart e Schubert, doveva ancora vivere sotto il controllo di un regime ossessionato dalla guerra… Non potevo lasciare la Germania in quello stato di massima infelicità.”.

Oltre Furtwängler, più determinati di Furtwängler, furono i Berliner Philarmoniker: nella seconda settimana di aprile del 1945 suonarono Brahms nella Beethoven-Saal parzialmente distrutta.

Berlino cadde definitivamente il 2 maggio.

Due anni dopo la fine della guerra Berlino, distrutta dai bombardamenti alleati, poteva già contare su una sala concerti e una orchestra, che Furtwängler diresse per il primo concerto in tempo di pace. Era impensabile che una capitale potesse restare senza un teatro, senza una orchestra.

Nell’anno del signore 2014 a Roma, capitale dei compatrioti di Verdi e Puccini, dopo che il Teatro dell’Opera ha licenziato la sua orchestra, e Direttore e coreografo hanno dato le dimissioni sancendo così il fatto che il Teatro di Roma non ha un’orchestra, lo psicodramma collettivo riguarda la minacciata chiusura del Bar Pompi, aka il Regno del Tiramisù. Secondo il sovrano del tiramisù la colpa è dei cittadini residenti vicino al bar, che si lamentano per una situazione del traffico insostenibile, e dell’amministrazione comunale, che ha sanato questa situazione.

Apro le braccia e accolgo con spirito di martirio i vostri sputi e le vostre accuse di fighetteria, ma vi invito per un momento a riflettere sul futuro degli orchestrali (lavoratori anche loro, ne converrete), dei tecnici e di tutte le persone che lavorano in un teatro. Sul mancato ricavo della stagione. Sul mancato indotto delle attività limitrofe al teatro. Sull’immagine di una capitale europea che non è in grado di tenersi un’orchestra, in tempo di pace e senza i russi alle porte.

Non si chiede a nessuno di tenere accesa fino all’ultimo la fiammella della cultura -come Furtwängler, come i Philarmoniker – ma di riflettere serenamente se ad una città come Roma sia più indispensabile un luogo per la musica classica o un bar il cui tiramisù evidentemente non vale il tempo di un parcheggio regolare.

Berlino ha rotto il cazzo

in società by

Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone scuro del tavolo, quella scritta “succhiamelo tutto” sapientemente incisa nel legno da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro berlinese. Glielo leggi in faccia che diventerà un hipster. Lui, proprio lui che ha lavorato anni nell’azienda agricola dei suoi. Glieli vedi stampati in faccia i Rayban; gliela vedi tatuata addosso una camicetta a fiori di merda. Vedi persino le foto in cui sarà taggato, quelle scattate allo schiuma party con lo smartphone dall’amico italiano che sta lì da due anni e che adesso non sa più se è etero, gay o vegano. Del resto, vive a Berlino, può essere tutto quello che gli pare, no? Ma soprattutto un cameriere, visto che il suo tedesco è ancora ridicolo e non trova un cazzo di meglio. Eppure dicevano che a Berlino con l’inglese… Che poi anche il suo inglese è ancora ridicolo perché frequenta soprattutto italiani hipster come lui che tirano fuori un “genau” (“esattamente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri fighetti italiani che tirano fuori un “natürlich” (“naturalmente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri… Insomma, ci siamo capiti.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico continua a pavoneggiarsi. Sei sempre più insoddisfatto della tua misera vita provinciale. Poi, improvvisamente, inspiegabilmente, la ragione prende il sopravvento sui sentimenti; la realtà comincia a chiarirsi ed ora il tuo amico, più che un fortunato emigrante, ti sembra semplicemente un povero coglione. “Berlino ha rotto il cazzo” pensi. “Sì, diocristo, Berlino ha proprio rotto il cazzo!” ripensi. È tutto così evidente, come non averci pensato prima.

L’inverno gelido che dura sei mesi; l’estate tiepida che dura una settimana; l’odore di kebab ovunque; gli hipster; i capelli biondi; l’assenza estetica, gastronomica, esistenziale della mediterraneità; gli esterofili incalliti che non mancano occasione di sputtanare l’Italia; gli artistoidi emigrati e felici dei loro atelier tamarri; la musica elettronica; le pasticcerie vegane; le startup; i milioni di sedicenti fotografi, pittori, scrittori; le dieresi; il cibo etnico; l’anticonformismo conformista degli anticonformisti; il Mauerpark; il Checkpoint Charlie e le foto dei turisti col soldato americano e quello sovietico; la fila per entrare al Berghain; Kreuzberg; gli articoli di Vice su Berlino; quelli che leggono gli articoli di Vice su Berlino; quelli che li scrivono; il Muro; la ricerca della Berlino di Wenders.

“Sì, Berlino ha abbondantemente rotto il cazzo” pensi sorseggiando la tua chiara media, che non ti sembra più così male. Torni ad ascoltare il tuo amico, che è sempre lì davanti a te col sorrisetto da ebete. Sta parlando de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Ecco, appunto. L’ha visto la settimana scorsa e s’è innamorato della città. Ecco, appunto.

È vero, domani sarai ancora nella provincia meccanica, vedrai le stesse facce e continuerai ad essere felice a modo tuo. Come un provinciale. Ma almeno non andrai dietro uno stereotipo, non ti tufferai a bomba nella retorica esterofila che semplifica tutto e fa sembrare un paradiso tutto ciò che Italia non è. Almeno sei consapevole del marketing esistenziale che si nasconde dietro il sogno chiamato Berlino. Ci andrai se e quando lo vorrai e non spaccerai la tua vita per interessante anche quando sarà priva di slanci.

Guardi un’ultima volta il tuo amico negli occhi. Tornerà, oh se tornerà, pensi. Tornerà perché gli mancheranno il cibo, il clima, quell’italianità che adesso disprezza. Tornerà perché un giorno, in un momento di improvvisa lucidità, Berlino avrà rotto il cazzo pure a lui.

Fori imperiali, dentro provinciali

in società by

Le cosiddette smart cities, le città intelligenti, sono il prodotto dell’interazione di due forme di intelligenza: quella amministrativa e quella individuale. Nel tornante storico che i nostri centri urbani stanno affrontando, il tornante della sostenibilità (o meglio: dell’insostenibilità), le nuove visioni, le nuove concezioni della città – ma soprattutto le capacità individuali di accogliere queste visioni e concezioni e di praticarle – sono il futuro del nostro spazio di vita.

In questo senso, gran parte della partita urbana si gioca sul fronte della mobilità. Infatti, la città, che è, almeno nella sua definizione dinamica, un insieme di flussi umani e veicolari, non è immaginabile in una dimensione sostenibile senza un traffico regolare, ovvero che segua delle regole ragionevoli sia dal punto di vista funzionale (che mantenga quindi un legame con le funzioni dello spazio urbano) sia dal punto di vista interattivo (che produca un incontro tra individui e ambiente rispettoso della logica della preservazione).

In alcune delle maggiori città europee, già da qualche decennio, la pratica amministrativa e quella individuale si sono incontrate nella comprensione della necessità di un cambiamento rapido e radicale, ovvero nella formazione di una “cultura urbana” lungimirante, dunque precauzionale, rispetto alle potenzialità e ai rischi di un vivere insieme denso e perciò intenso. Al centro di questo incontro c’è senza dubbio la mobilità.

Prendiamo ad esempio Parigi, una delle metropoli più popolose ed importanti a livello politico del continente. Per chi la conosca, Parigi non è mai stata una città facile per pedoni e ciclisti: il traffico è infatti energico e nemmeno troppo gentile (al volante, parigini e romani si somigliano parecchio). Per far fronte alle oggettive difficoltà di circolazione e ai rischi per i ciclisti, da diversi anni il sindaco Bertrand Delanoë sta portando avanti un progetto di progressiva e ragionata pedonalizzazione e ciclabilizzazione di molte aree del centro. Il servizio Vélib’, un vasto programma di bike sharing lanciato nel 2007, fa parte dell’intervento amministrativo a favore di una città più intelligente e sembra aver rivoluzionato non soltanto la vita dei ciclisti parigini ma anche, in prospettiva, l’intera mobilità urbana della capitale. Anche a seguito del grande successo di Vélib‘, che è stato accolto con entusiasmo dalla cittadinanza ed è diventato un mezzo di trasporto importante, a partire dal prossimo settembre è infatti previsto un nuovo sostanzioso incremento delle zone a velocità limitata; il 37% delle strade del centro saranno cioè percorribili a non più di 20 o 30km/h da qualsiasi veicolo. Si parla di 560 km di percorso urbano. Inoltre, a questo provvedimento si accompagna la conversione di molte aree (principalmente zone di interesse artistico-culturale),  che diventeranno interamente pedonali.

Certamente, in termini di piste ciclabili c’è ancora molto da fare: i circa 500 km parigini sono ancora decisamente lontani dai più di 1000 di Berlino. Ma le dimensioni del territorio urbano (105kmq per Parigi, circa 900 per Berlino) e la conformazione urbanistica indicano che, almeno in termini proporzionali, nella città francese si sta facendo un grande lavoro; lavoro che trova le sue linee progettuali in un piano quadriennale (Vélo 2010-2014), che prevede il raggiungimento di 700 km di piste entro il 2014. Insomma, a Parigi si hanno delle idee sulle opportunità, sul futuro della mobilità urbana e si tenta di metterle in pratica.

Ora, dal breve accenno alla realtà parigina arriviamo dritti alla vicenda romana della pedonalizzazione dei Fori Imperiali. La chiusura del tratto stradale è stato salutato da taluni come una conquista di civiltà, mentre altri (soprattutto gli abitanti della zona) stanno criticando aspramente la scelta del sindaco Ignazio Marino, scelta che a loro avviso bloccherà il centro e sfavorirà le attività commerciali del quartiere.

Dunque: conquista di civiltà o scelta sconsiderata? Dal punto di vista ideale, cioè dei principi, Marino non fa altro che seguire la scia dei sindaci delle maggiori città europee, tra cui, come abbiamo visto, Delanoë: invita a ripensare lo spazio urbano in un’ottica sostenibile e quindi a riconsiderare l’utilizzo di una porzione di città carica di significati simbolici. In questa prospettiva, difficile non condividere un sentimento, che è poi una necessità pratica, di rinnovamento radicale dell’ambiente (e del paesaggio!) urbano. L’impianto ideale deve però essere applicato. E applicato ragionevolmente, altrimenti l’intelligenza che si vorrebbe esprimere, diffondere e praticare diventa inefficienza ammantata di ambientalismo.

Mi spiego: se si libera dal traffico automobilistico la zona adiacente ad uno dei monumenti più conosciuti al mondo (per la gioia dei turisti, dei ciclisti e dei passeggiatori) ma poi si ingolfa il centro storico dello stesso numero di automobili, vaganti alla ricerca di un parcheggio che non c’è perché la nuova viabilità ha eliminato una quantità considerevole di posti auto, il beneficio ottenuto non sembra valere i costi. Ad ogni modo, questo lo lascio dire agli esperti di viabilità urbana, alcuni dei quali si sono tuttavia già espressi in termini negativi.

Quel che però è difficilmente contestabile sono i dati. Roma è la capitale europea col più alto tasso di motorizzazione: ogni 1000 abitanti ci sono 699,2 automobili (a Berlino ce ne sono circa 300 ogni 1000 abitanti), mentre sul territorio comunale circolano più di 3 milioni di veicoli. Ciò significa che i romani sono fortemente legati all’utilizzo dell’auto per spostarsi in città e forse anche – ma non solo – per la scarsa copertura del territorio urbano da parte dei mezzi pubblici (a Roma ci sono 3,7 fermate di metropolitana ogni 100 kmq, contro, ad esempio, le 41,2 di Milano o le 16,2 di Napoli; ed evito di segnalare i dati delle città europee). Oltre alla copertura, il sistema metropolitano presenta evidenti problemi anche in termini di accessibilità: nel 2011 si rilevava infatti una contrazione dei posti/kmq addirittura del 9,4%. Siamo quindi evidentemente (e non serviva questo post per constatarlo) ben lontani dagli standard europei.

Inutile andare avanti, i dati sono eloquenti ed innumerevoli. Queste sono le pressanti questioni da risolvere e i casi di Parigi, Berlino ed altre importanti città europee lo testimoniano. A Roma occorre un piano ed occorre la disponibilità dei cittadini ad accettare i cambiamenti, che però non devono essere soltanto idealmente affascinanti ma devono avere dei requisiti tecnici capaci di venire incontro alle esigenze della città.

In attesa che Marino decida di seguire pienamente le orme dei colleghi europei e presenti un serio piano di incontro tra le intelligenze, ci ritroviamo a sperimentare una viabilità discutibile, che, probabilmente, quando verrà settembre e la città riprenderà a lavorare a pieno regime, ne farà vedere delle belle. In attesa che Marino decida di far seguire la progettualità agli slogan e ai provvedimenti ad effetto, vediamo i nostri ambientalisti  esultare per la pedonalizzazione di qualche chilometro, senza neanche un grammo di emissioni in meno.

Va bene, nel frattempo, godiamoci la passeggiata. Ma ricordiamoci che senza un progetto e senza la disponibilità ad accoglierlo non andremo da nessuna parte. Insomma, continueremo ad essere Fori imperiali, ma dentro provinciali.

Siamo suolo noi

in società by

Secondo l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra), ogni cinque mesi nel nostro paese viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli. Mentre ogni anno il consumo di suolo a livello nazionale equivale all’estensione delle aree metropolitane di Firenze e Milano messe insieme. Robetta, insomma. Giusto qualche cifra: in Italia si consumano circa 8mq di suolo al secondo, ovvero 340mq all’anno per ogni abitante; per oltre cinquant’anni, il nostro paese è stato ben al di sopra della media europea (2,3%), tanto che, secondo le stime, nel 1956 si consumava già il 2,8% del territorio disponibile; la Lombardia detiene il triste primato regionale, con un consumo di suolo stimato tra il 9 e il 12% (2010).

Voi direte: e quindi? E quindi, siccome oggi è la Giornata mondiale dell’ambiente, mi pareva giusto ricordarlo. Come mi pare giusto riportare due storielle a mio parere emblematiche dei differenti approcci possibili alle questioni ambientali (e quindi all’utilizzo del territorio); approcci differenti che rivelano diversi dispiegamenti di “capitale sociale”  e di gestione della cosa pubblica. Lascio giudicare voi.

Milano, Italia.
Bosco di Gioia era un’area verde di 12.000 m², una piccola oasi di arbusti ed alberi nel cuore della Milano cementifera, che fino ai primi anni sessanta appartenne alla contessa Giuditta Sommaruga. Prima di morire, nel 1964, la contessa fece testamento e decise di lasciare il parco in eredità all’Ospedale Maggiore, chiedendo espressamente che fosse utilizzato per costruire nuovi reparti, al fine di “lenire le sofferenze dell’umanità”, e che questi reparti fossero intitolati alla memoria di sua madre Emilia Longone vedova Sommaruga.  Nel 1983, il Niguarda (l’Ospedale Maggiore si era nel frattempo diviso nei due enti Policlinico e Niguarda), che ne era divenuto proprietario, a dispetto delle volontà della nobildonna, decise di vendere l’appezzamento insieme ad altri terreni ed edifici di sua proprietà. Questa decisione fu incentivata dal fatto che l’area, che nel piano regolatore del 1980 era destinata a verde comunale, entrò a far parte della variante Z2 e divenne edificabile.  Tuttavia, siccome il bene era inalienabile, si dovette ricorrere ad un’autorizzazione della Regione, autorizzazione che fu concessa soltanto cinque anni più tardi, nel 1988. A quel punto si poté procedere con le operazioni di vendita e fu indetta un’asta. L’impresa Cogefar Torno – già proprietaria dell’area adiacente – se la aggiudicò per 11 miliardi di lire. Nel frattempo, il terreno continuava ad essere utilizzato in affitto dal vivaio Fumagalli, che vi introdusse più di 200 esemplari di piante. Il vivaio continuò a curare il Bosco Gioia fino al 2001, anno in cui fu costretto, in seguito allo sfratto, ad abbandonare alla natura selvaggia tutto il bosco con la sua preziosa varietà botanica. Tra un ricorso al Tar degli abitanti del quartiere e un sit-in di protesta si arriva al marzo 2005, quando un gruppo di cittadini costituisce il “Comitato Giardino in Gioia” e raccoglie più di 15.000 firme contro la distruzione degli alberi e la cementificazione della zona. Nel mese di aprile, Rocco Tanica, tastierista degli Elio e le Storie Tese (che poi dedicheranno alla vicenda la canzone “Parco Sempione”), entra in sciopero della fame e si stabilisce in un camper parcheggiato davanti al bosco, attirando per qualche tempo l’attenzione di stampa e telecamere.

Conclusione: tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio del 2006, mentre molti milanesi si trovavano fuori città per le vacanze, le ruspe radono al suolo l’intera area verde. Ora sull’ex Bosco di Gioia si erge il maestoso grattacielo di 161,3 metri che ospita l’attuale sede della Regione Lombardia. La realizzazione del progetto, voluto fortemente dalla giunta Formigoni, è costata 400 milioni di euro.

Berlino, Germania.
L’aeroporto di Tempelhof sorge nella parte sud del quartiere Tempelhof-Schöneberg. La struttura originaria, di dimensioni decisamente ridotte rispetto a quella che si può osservare oggi, fu costruita nel 1927 da un gruppo di imprenditori ebraici. Negli anni trenta, per dare corpo all’ambizioso progetto di Albert Speer per la Berlino nazista, l’intero complesso fu espropriato e ristrutturato e Tempelhof diventò un terminal all’avanguardia, unico in Europa: un vero e proprio fiore all’occhiello per l’architettura di Regime e la sua propaganda. Dopo la caduta del regime nazista, nell’immaginario dei tedeschi, quello continuò certamente ad essere l’aeroporto di Hitler, ma anche lo scalo dove, tra il giugno ’48 e il maggio ’49, atterrarono gli aerei anglo-americani, che consentirono alla città l’accesso a medicinali e viveri e quindi di resistere al blocco sovietico. Tuttavia, col passare degli anni, il terminal diventa sempre meno efficiente, anche perché già nel 1948 parte del traffico aereo viene convogliato sul più moderno aeroporto di Tegel, aperto al traffico civile nel 1960. Sebbene abbia continuato a funzionare anche dopo l’unificazione, nei primi anni duemila la struttura è ormai obsoleta e nel 2008 l’ultimo aereo tocca la pista berlinese. Quando si comincia a parlare di riqualificare l’area ormai in disuso, c’è chi parla di un immenso centro commerciale, chi propone un quartiere a luci rosse, chi addirittura, come l’architetto Jakob Tigges, docente del Politecnico di Berlino, immagina di costrurci una montagna di mille metri per far sciare i berlinesi. Tutte possibilità che non piacciono né agli abitanti della zona, che si costituiscono nel comitato “Tempelhof per tutti”, né ai Verdi tedeschi e al partito di sinistra Die Linke, che cominciano una serie di proteste piuttosto veementi. Nel 2008, dopo un lungo periodo di lotta talora anche violenta (non sono mancati gli scontri con la polizia), il Senato cittadino stabilisce che l’area dell’ex aeroporto debba essere riqualificata e diventare il parco più grande della città (300 ettari), superiore anche al celebre Tiergarten.

Conclusione: i berlinesi si ritrovano nel parco nelle belle domeniche di sole.

Lottare per divertirsi

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Leggendo questo divertente articolo, ho scoperto che entrare al Berghain / Panorama Bar di Berlino non è uno scherzo. A quanto riferisce il cronista, superare la selezione all’ingresso può risultare impossibile. Ben vengano dunque i consigli del giornalista, anche se essi non sono per niente risolutivi.

Ma chi ha diritto di entrare al Berghain? “Una persona figa, open-minded, rilassata”. Parrebbe di capire, se soffri e/o sei nevrotico, non ce la farai mai. E’ però vero che avere uno “stile unico e leggermente “dark”” può aiutare, se non a varcare, per lo meno a far schiudere le fatidiche porte del locale. In due parole, ce la puoi fare se non soffri per niente, perché sei “rilassato”, ma anche se soffri, però in modo stiloso: trent’anni dopo la comparsa sulla terra di Robert Smith e di Peter Murphy ciò è praticamente impossibile.

Se pensi di puntare tutto solo sull’abbigliamento sei fuori strada: se da un lato “vestirsi alla moda aiuta”, non è però escluso che un “un ragazzo in t-shirt e jeans” possa superare il vaglio del buttafuori del locale, un tizio preoccuante, dal volto tatuato e pieno di piercing. Essere (o fingersi?) gay aiuta, ma non costituisce un jolly.

L’unico elemento certo fornitoci da Evo Lucian è che al Berghain / Panorama Bar “amano le sciarpe”. Ma come dovrà essere la sciarpa “giusta”? Per dire, quella che mi ha fatto la nonna (di lana grezza grigia pesante come la cappa di San Martino e lunga come l’autostrada del sole) può andare? O meglio una pashmina – certo che con 10 sottozero…

Se fossi un giovane che desidera ardentemente coronare la sua esperienza berlinese con una nottata in questo locale, dopo la lettura di questo articolo sarei preda di uno smarrimento cosmico. Forse comincerei ad agitarmi perché non sono abbastanza figo e di mentalità aperta? Va de sé, quando ci si autoanalizza, al netto dei casi di depressione conclamata, si tende ad attribuirsi minimo un 5/6 in “fighezza” e un otto (per lo meno) in “apertura” mentale. Ma, credimi, Sven, il tizio dalla faccia tatuata, potrebbe non essere altrettanto di manica larga, e mandarti a casa con un 4 e 5, rispettivamente. Come avrebbe detto Winnie The Pooh, “Oh rabbia!”.

Da un punto di vista sociologico, è interessante rilevare come vi siano persone, per il resto sane di mente, pronte a sottoporsi all’occhiuta, imprescrutabile ed inappellabile selezione informale che attende i candidati all’ingresso in quello che solo ironicamente si puà definire un locale “aperto al pubblico”.

A me personalmente sembra sempre (e non da oggi) di vivere in una sessione d’esame ininterrotta: scuola, università, carriera. Senza contare i ragionamenti implacabili che ti impone ogni sera l’uomo allo specchio, pronto a rimarcare tutte le occasioni in cui hai fallito come padre, compagno, cittadino. O,semplicemente, potevi fare di meglio.

Fuori da casa, in ogni momento bisogna dimostrare di avere “i numeri”, “le competenze/conoscenze”, “la preparazione” per “andare avanti”, per poggiare un piede sul gradino successivo di questa scala a chiocciola intinta nel nulla per ottenere quella promozione, quel progresso, che ovviamente conduce al prossima ordalia. Ecco, mi sembra già una vita stressante così, ed è, veramente, fantastico che si trovino persone disposte a sottostare ad un giudizio di dio anche per andarsi a divertire.

Ai gestori del Berghain / Panorama Bar di Berlino, invece, va tutta la mia ammirazione per aver trasformato un normale locale notturno (sia pure in una delle città più fighe del mondo) in una specie di giardino delle delizie, un luogo quasi spirituale, che, al pari di un’idea regolativa, sembra talora essere stato collocato laggiù solo per cimentare il nostro eroico Streben.

 

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