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Adda passà ‘a nuttata

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Nonostante tutto il rispetto e la stima che posso provare nei confronti del coming out di Monsignor Charamsa (ammirazione ancor maggiore se si considera la scaltrezza di una mossa che, fatta alla vigilia del Sinodo sulle famiglie, creerà non pochi imbarazzi e difficoltà in seno alla Curia), non posso fare a meno di interrogarmi sull’effettiva utilità di tale gesto in una dimensione, per così dire, politica, delle “riforme”.

Soprattutto in considerazione di un’intervista al Papa di ritorno dagli Stati Uniti apparsa qualche giorno fa su corriere.it, in cui il Pontefice affermava, nella disattenzione più generale, che “le donne sacerdote? Non si può fare.” Insomma, dichiarazione durissima (ovviamente passata in sordina) e chiusura totale riguardo a un argomento che tocca milioni di persone, in nome di presunte decisioni definitive prese da Giovanni Paolo II. Se vi aspettavate una rivoluzione “di genere” da parte di Bergoglio, temo dovrete aspettare un bel po’.

Non fraintendetemi, non penso che la questione del sacerdozio femminile abbia più importanza delle unioni omosessuali – o viceversa. Credo anzi che, sul piano dei valori, un riconoscimento statutario debba per forza comportare l’altro. Tuttavia, non è insensato pensare che una Chiesa che non riesce ad includere nei suoi ranghi una buona metà della popolazione mondiale, quella coi cromosomi XX, difficilmente potrà aprirsi a una minoranza che, storicamente, ha iniziato ad acquisire diritti persino dopo le donne.

La Chiesa è patriarcale fino al midollo, e tale rimarrà fino a quando le sue gerarchie continueranno ad avere solo e unicamente il pene. Sebbene una teologia “al femminile”, come auspicato nell’intervista di cui sopra dallo stesso Papa Francesco, possa effettivamente apportare dei contributi alla causa delle donne cattoliche (e non solo), certe questioni rimarranno inalterate ad infinitum, a meno che non vengano scardinate dalle fondamenta le logiche fallocentriche del soglio pontificio. Come dice lo splendido Gian Maria Volonté nel ruolo di Giordano Bruno, “Chiedere a chi ha il potere di riformare il potere?! Che ingenuità!”

Ora, in un mondo precluso alle donne, fatico davvero a vedere il minimo spazio per gli omossessuali. Proprio per questa ragione, persone coraggiose e intelligenti come Krzysztof Charamsa dovrebbero tirare i remi in barca e aspettare che finisca il Medioevo.

Gesuiti euclidei

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Scrive Paola Vismara, a proposito dello slancio missionario post-tridentino: “I gesuiti si distinsero per le novità del loro metodo, detto di ‘accomodamento’ o ‘adattamento’. Si proponevano infatti di inserirsi all’interno delle culture locali, assumendone qui caratteri che non fossero ritenuti incompatibili con l’essenza del messaggio cristiano.”*

Per quanto riguarda il cosiddetto ‘accomodamento’ dei padri gesuiti – che continuò fino alla soppressione dell’ordine nel 1773 a seguito dei casini delle reducciones in Paraguay (avete mai visto Mission? Bene, proprio quella storia lì) – Antonio Prosperi sottolinea l’elemento ‘teatrale’ della predicazione: “La missione offrì il quadro ideale per sperimentare sui fedeli delle campagne i poteri e gli artifici dell’oratoria sacra come sapevano usarla degli specialisti.”**

Insomma, nell’Abruzzo eretico come nell’Amazzonia pagana del XVII e XVIII secolo, i Gesuiti allestivano veri e propri spettacoli teatrali (con tanto di palco), da cui intrattenere e coinvolgere emotivamente la folla sui temi della dottrina cattolica, attraverso l’uso di artifizi retorici e trovate guittesche.

3 settembre 2015: una folla di curiosi si accalca davanti a un ottico in centro a Roma per osservare Papa Francesco, un Gesuita, mentre compra un paio di lenti nuove per gli occhiali. L’ennesimo caso in cui Bergoglio si presenta in una situazione di vita quotidiana, come una persona qualunque, in nome di un presunto ritorno ecclesiastico al pauperismo evangelico.

Avrà mica (inconsapevolmente) ragione Gramellini, quando dice che con Francesco “il monaco fa l’abito”?

L’abito nero direi, quello della retorica gesuita.

 

 

*Paola Vismara, “Il cattolicesimo dalla ‘Riforma cattolica’ all’assolutismo illuminato”, in G. Filoramo e D. Menozzi (a cura di) Storia del Cristianesimo. L’età moderna, edizioni Laterza, Bari 2008: p. 191.

**Antonio Prosperi, “Il missionario”, in R. Villari (a cura di) L’uomo barocco, edizioni Laterza, Bari 1991: p. 212.

Colonizzazione ideologica

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Dal Vangelo secondo Matteo (12, 46-50):

Gesù stava parlando alla folla. Sua madre e i suoi fratelli volevano parlare con lui, ma erano rimasti fuori. Un tale disse a Gesù: “Qui fuori ci sono tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlare con te.” Gesù a chi gi parlava rispose: “Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli?” Poi, con la mano indicò i suoi discepoli e disse: “Guarda: sono questi mia madre e i miei fratelli: perché se uno fa la volontà del Padre mio che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre.”

 

Sempre dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-38):

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.”

 

Dal Vangelo secondo Papa Francesco (10 gennaio 2015):

“La colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

 

Il soggetto dell’affermazione di Bergoglio è l’adozione della teoria gender nei libri di testo degli istituti scolastici. Lo stesso concetto è stato ripreso ieri dal presidente della CEI Angelo Bagnasco, il quale ha parlato del rischio di colonizzazione delle menti dei bambini da parte di una “visione antropologica distorta” che mina l’idea di famiglia naturale.

Fermi tutti. Sono confuso.

I passaggi del Vangelo che ho citato qui sopra non sono forse insegnati a catechismo? I preti non leggono questi passaggi durante la messa della domenica? Oppure viene fatta una selezione preventiva da parte di catechisti e sacerdoti per non turbare le menti dei bambini?

Perché a me sembra che Gesù l’idea di famiglia naturale l’abbia decisamente mandata a puttane. Prima di tutto la comunità di Dio, servire il Signore, due preghierine, poooooooooooooi, se c’è tempo, un saluto alla mamma, ciaocia’ vecchia. I legami familiari nel Nuovo Testamento vengono decisamente gettati alle ortiche, e i Cristiani delle origini (quelli nel menù giornaliero dei leoni dell’Anfiteatro Flavio, per intenderci) non erano altro che un gruppo ristretto di persone, un gruppo del popolo, che “cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

Sarà mica che pure Gesù era frocio?

Scorci Vaticani I

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Un refolo d’aria solleva le lunghe tende di lino bianco, raggiunge le narici di Jorge Mario, lo sveglia, sono le sei.
Il Papa si inclina sul fianco destro, si mette a sedere, infila i piedi nelle pantofole di pelle marrone ancora fredde «Ramón.» chiama.
L’alto maggiordomo tehuelche, fedelissimo, già a Buenos Aires, già a Córdoba, ancora prima a Santa Fe, entra nella stanza da letto papale.
«Buongiorno Santo Padre.»
«Buongiorno Ramón.»
«Ordini Santo Padre.»
«Ramón, per cortesia, mi porti el solito colibrì, un mazzo di tarocchi Mondiano ancora nel cellophane, una racchetta da badminton y el dedo de San Giovanni Battista.»
«Per il dito ci vorrà un po’ Santo Padre, devo far venire l’elicottero da Firenze.»
«Claro,» risponde Jorge Mario «claro.»
Mezz’ora dopo arriva il dito.
Jorge Mario toglie con delicatezza il colibrì dalla gabbia, lo posa davanti al mazzo di carte, prende il dito di San Giovanni Battista e lo usa per indicare il mazzo di carte, poi si rivolge al colibrì e con voce gentile sussurra «Adesso, amigo mio, tu lo escarti.»
Il colibrì fissa i tarocchi.
«Escartalo amigo mío, ahora.»
Il colibrì non fa nemmeno un tentativo.
Jorge Mario impugna la racchetta da badminton e trattenendo il respiro colpisce il colibrì con una violenza tale da farlo esplodere, poi torna a sedersi sul letto, china il capo.
«Ramón.» chiama.
«Ordini Santo Padre.»
«La colazione Ramón,» mormora amareggiato Jorge Mario «fai preparare la colazione.»

Abbiate un po’ di Bergoglio

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Dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano, dacci oggi la nostra telefonata quotidiana, dacci oggi la nostra stretta di mano, il nostro bacio, la nostra parola di speranza, i nostri sorrisi umili e casti quotidiani. Il Papa, la carta stampata, il giornalismo laico “de sinistra”: una storia d’amore senza precedenti, un afflato terzomondeggiante, cattolicheggiante, giornalisticheggiante. Basta. Basta con le telefonate alle casalinghe di Voghera sbattute in prima pagina. Hanno da preparare il ragù, che è un patrimonio dell’umanità, specie con le pappardelle. Basta chiamate improvvise agli studenti veneti o sardi o piemontesi. Hanno da studiare la geografia, ché non sanno manco se Matera è in Basilicata oppure in Molise. Basta al grande miracolo del darsi telefonicamente e pauperisticamente del tu. Giornalisti, italiani, amici, parenti abbiate uno scatto d’orgoglio laico, laichino, laichetto (orgoglio, non ho detto Bergoglio, non vi eccitate). Basta papeggiarsi con la punta delle dita, basta genuflessioni atee, tastierizzazioni spirituali. Ah, gli atei, che belle creature: sempre a parlare di Dio e dei suoi portavoce. E Begoglio il povero e Bergoglio l’innovatore e Bergoglio facciasimpatica.  Basta, sul serio. Parliamo di calcio, piuttosto. Della difesa dell’Inter, del centrocampo del Milan, del nuovo grosso centravanti della Fiorentina, Mario Gomez. Che c’ha il cognome argentineggiante ma è tedesco, giuro. Cosa dite? Come l’altro Papa, quello che s’è dimesso per il bene della Chiesa? No, va be’, ci rinuncio. Amen.

 

Contro ogni pauperismo, forza Ratzinger!

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Siamo gia’ invasi dalle opinioni di chi invece ritiene che passare allo stile dimesso e un po’ triste di FrancescoI sia una grande rivoluzione culturale. Mi iscrivo al gruppo di quelli che non ne possono piu’.

In particolare sorprende che, probabilmente perche’ irretiti da qualche personaggione alla don Gallo, i piu’ entusiasti siano i soliti lettori di Repubblica*. Erano tutti scontenti della Chiesa che non comprende l’amore, che odia la vita, la modernita’ e le cose mondane: potevamo starci. Ora che la Chiesa aggiunge potenzialmente un’altra posizione reazionaria alla gia’ lunga lista delle posizioni reazionarie degli ultimi lustri, cioe’ il pregiudizio contro la creazione di ricchezza, l’odio per il gusto delle cose del mondo, l’antipatia per la bellezza, arrivano gli autoproclamati “progressisti” a lodarla? Beh, allora sono proprio dei lettori di Repubblica**, se lo lascino dire!

Piu’ seriamente, sarebbe il caso che ci lamentassimo degli sfarzi della Chiesa solo nella misura in cui siamo coattivamente portati a contribuirvi, ma non ci sarebbe nulla di male se questi sfarzi fossero il risultato di contribuzioni volontarie. Anzi, un Papa attento all’estetica e’ una scelta strettamente migliore rispetto a un Papa sciatto, a parita’ di altre condizioni. Si dira’ che le chiese che si finanziano solo con donazioni volontarie tendono naturalmente ad essere piu’ sobrie nei costumi. Ma sono considerazioni che in questo contesto reputo interessanti grossomodo come il parere del cardinal Bertone sulle unioni omosessuali.

Prima di chiudere, una nota per i fan dei pretacchioni: e’ vero, il capellone diceva quella cosa dei ricchi e dei cammelli. Ma lo diceva prima della rivoluzione industriale, del capitalismo, etc.. Ossia in un’epoca in cui di ricchezza se ne creava poca, lentamente , molta se ne distruggeva nelle guerre, e il mondo era un grosso gioco a somma zero. Oggi la ricchezza va celebrata, non odiata. E l’opposto va detto per la poverta’: la poverta’ e’ una montagna di merda. Si combatte, non si elogia.

Ah. C’era poi, perche’ noi parliamo di Jesus Christ Superstar, mica abbiamo letture del catechismo, uno che diceva che ogni spesa che il capellone faceva per il suo benessere, tranne la mera sussistenza, era un’offesa in quanto quei soldi avrebbero dovuto essere donati ai poveri. Un tale Giuda.

 

 

scarpe-papa

 

 

* per “lettore di Repubblica” si intendera’, su questo blog, da ora e per sempre, una categoria ontologica di essere umano piu’ ampia, che meriterebbe approfondite analisi.

** qui volevo forse dire, piu’ semplicemente, “pirla”.

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