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Autodifesa e autolesionismo

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Qualche giorno fa è morto per un infarto Ermes Mattielli. Il nome di questo rigattiere vicentino dirà probabilmente poco o nulla alla maggioranza di chi legge. Mattielli, 63 anni, invalido e senza reddito fisso, fino al 2006 rivende oggetti usati che tiene in un deposito adiacente alla sua abitazione. Il 13 giugno 2006, il rigattiere sente dei rumori provenire dal deposito. Prende la pistola e va a vedere che succede. Qui individua due intrusi e li investe con 14 colpi di pistola. I due ladri riportano ferite gravi e uno dei due rimane invalido. Dopo una prima sentenza più mite per eccesso di legittima difesa, Mattielli viene condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere e a 135 mila euro di risarcimento ai due ladri.
La sentenza che condanna una persona per aver difeso la sua proprietà è apparentemente assurda e una buona parte della destra ci si è buttata a pesce al grido di “lo Stato ha sulla coscienza Ermes Mattielli”. Il fatto è che moltissimi, compreso chi scrive, provano un sentimento di profonda solidarietà verso un uomo che, ormai esasperato dai continui furti, si è ritrovato a commettere un gesto dalle conseguenze irreparabili. Ma il comportamento di Ermes Mattielli, per quanto fosse umanamente comprensibile, non lo era davanti alla legge. Il rigattiere non ha sparato per difendere sé stesso. Ha commesso un errore di valutazione in quanto i due ladri erano disarmati e ormai in fuga. Se non fosse stato condannato, si sarebbe sancito un potere di vita e di morte da parte di un un cittadino all’interno della sua proprietà. Il giudice non ha potuto che constare che per Ermes Mattielli fosse evitabile sparare quei colpi: avrebbe potuto restare in casa e chiamare le forze dell’ordine o dare loro un avvertimento.
Non c’è livello di esasperazione che possa giustificare 14 colpi di pistola da parte di un cittadino per proteggere non sé stesso ma la sua proprietà privata. Dal momento in cui ha deciso di affrontare i ladri, Mattielli si è messo, purtroppo, dalla parte del torto. Questo assolve “lo Stato” dall’averlo portato alla rovina economica, psicologica e fisica? Certamente no. Il rigattiere era già stato oggetto di svariati furti e lo Stato si è dimostrato incapace di difendere la proprietà privata (che poi sarebbe uno dei suoi compiti principali). Farebbero dunque bene i vari Salvini, Buonanno e Meloni a concentrarsi su questo problema invece di caldeggiare una rischiosa corsa alle armi da parte di cittadini comuni, i quali rischiano di passare dall’autodifesa all’autolesionismo senza nemmeno accorgersene.

Il far west delle proposte di pancia

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Dopo la strage di Milano, in cui hanno perso la vita tre persone (un giudice, un avvocato e il coimputato dell’assassino) si è alzata una levata di scudi contro la presunta facilità della concessione del porto d’armi. Giardiello era in legale possesso dell’arma con cui ha compiuto il massacro.

Come puntualmente accade dopo eventi di questo tipo, si tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Però, quella stalla, c’è modo e modo di chiuderla. Se il contadino erigesse un muro di cemento armato, magari con delle pratiche feritoie per le balestre, tutti gli darebbero dell’imbecille, e a buon ragione. Allo stesso modo, imbecilli sembrano le richieste, ora, di rivedere i processi di assegnazione delle licenze di porto d’armi.

Giardello, per ottenere la sua semiautomatica licenziata per il tiro al volo, ha percorso l’iter previsto: diverse visite mediche (di cui una con medico legale), certificati di pulizia della fedina penale, autorizzazione della questura. Non aveva la licenza per portarla con sé (solo per difesa personale, ventimila casi in tutta Italia), ma per usarla a fini sportivi. Avere avuto una legge più severa a riguardo avrebbe cambiato qualcosa? Decisamente no. E allora perché perdiamo tempo a parlarne sull’onda, pericolosissima, della carica emotiva post-strage? È come pensare che la scelta di avere, negli aerei, sempre due persone in cabina di pilotaggio possa mettere al riparo da eventi come quello del disastro Germanwings. Siete seri?

Che poi, è sempre il solito discorso: ricorrere alla forza di legge come riparo rispetto ad eventi imprevisti e imprevedibili. Introducendo quindi divieti, burocratizzazioni, complicazioni assortite che colpiscono tutti nel tentativo di prevenire ciò che prevedibile non è, cioè provando a intrappolare comportamenti individuali che –non avendo una sistematicità– non saranno influenzati da nessun regolamento. Se qualcuno decide di sparare, una mattina, spara.

La cretineria, e l’arroganza, è sempre quella di pensare che sia possibile ingabbiare azioni e inclinazioni (giuste o sbagliate che siano) con dei divieti. La domanda di droga, la domanda di armi, di prostituzione c’è, esiste, e con essa esisterà anche un’offerta. Resta da capire quale fetta di questa offerta sia da consegnare al mercato nero, investendo in forze ordine pubblico che cerchino di reprimerla; o quanta regolarizzare, mantenere sotto controllo, monitorare. Rafforzare il divieto rischia di far perdere solo monitoraggio e coscienza della situazione, senza avere alcun effettivo beneficio di disincentivo.

C’è chi parla di “far west italiano” (Repubblica, ça va sans dire), a fronte di un mercato delle armi italiane che praticamente esporta e basta. Non sono un fan del mercato delle armi all’americana, ma nemmeno delle proposte stupide. Oltre che fastidiose, rischiano di diventare un pericolo.

Alfano, per non smentirsi, comunque ha già aperto ad una possibile nuova legge.

Armi, acciaio e “liberali” dei miei stivali

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Si lamentano, certi “liberali” di casa nostra. Non gli va giu’ che dopo l’ennesima strage americana qualcuno chieda una seria politica di restrizione alla vendita di armi da fuoco. Dicono che e’ come vietare alla gente di bere alcolici perche’ poi potrebbero mettersi al volante e ammazzare qualcuno. Sfugge a queste menti sopraffine che la finalita’ dell’alcol non e’ quella di far diventare pirati della strada mentre l’unica finalita’ delle armi e’ quella di impallinare il prossimo. Non c’e’ nulla di illiberale in uno Stato che detta le condizioni per una certa attivita’ che potrebbe avere delle conseguenze sul prossimo: lo Stato ci richiede di non trovarci al volante per poter consumare alcol legalmente e ci richiede (o ci dovrebbe richiedere) di passare un attento esame psicologico, e magari una buona ragione, per poter detenere un’arma legalmente. Fine della storia. Cari “liberali” del cazzo, voi seguite ciecamente i peggiori istinti della pancia americana, quella ferma al 1700, quella che crede ancora che detenere armi sia un diritto umano inalienabile e che la pena di morte non sia una punizione crudele. Per essere veri liberali ci vuole ben di piu’ del dire no a qualsiasi regola, giusta o sbagliata che sia.

Un angelo in attesa

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Prima di oggi non avevo mai rubato. Jules mi aveva detto che il suo giocattolo era una “figata pazzesca”, ma si è sempre rifiutato di farmelo provare: “Roba militare, segreto di stato”. Mi è dispiaciuto doverlo strangolare, ma è stata tutta colpa sua. Se solo me lo avesse prestato per un pomeriggio… Ma no, un uomo tutto d’uno pezzo, il nostro Jules, un vero soldato. Magari avrà anche una medaglia, adesso. “Ho fatto male a parlartene, lo vedi” – diceva – E anche: “Sei pericoloso, non sono cose per te”. Ad un certo punto, era arrivato a rimangiarsi la sua confessione etilica: “Figurati se mi metto a rubare una cosa dell’esercito!”.

Ma mentiva. Infatti a casa sua ne ho trovato uno. Dopo avergli tirato il collo, sono corso nella rimessa, e l’ho trovato nel bagagliaio della sua macchina . Ero terrorizzato, ma anche eccitatissimo, di lì a poco mi sarei trasformato in un magnifico angelo. Quando l’ho sollevato dal baule della macchina di Jules, con le mani tremanti, ho realizzato che pesava molto più di quello che pensassi. Una scarica d’ansia mi ha percorso la schiena come una scossa elettrica: e se non lo avessi saputo usare? E se, alla fine, l’angelo non fosse stato all’altezza della sua missione?

Ora sono qui, nel piccolo parco davanti alla piscina. La droga mi ha reso lucido, anche se il cuore va per conto suo. Erin sarà qui non più tardi delle 12:00. Anche oggi si farà accompagnare da quel farabutto senza nome, che presto non avrà neanche più una faccia. Ogni tanto appoggio le due pistole automatiche per terra per asciugarmi le mani dal sudore; poi le riprendo. Dietro il pannello elettronico a generazione di pattern frattali sono proprio come un angelo. Un essere superiore, senza sesso, terribile, invisibile agli uomini. Sceso dal cielo a compiere il destino di due di loro.

Quando il demonio pubblica le sue ricette

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L’eccellente pezzo di Leonardo Bianchi su Rivista Studio ricostruisce la vicenda storica della Paladin Press, una piccola casa editrice americana nata negli anni Settanta, specializzata nella pubblicazione di libri infami. Nel catalogo Paladin, infatti, si trovavano manuali che trattano, tra le altre cose, di “sopravvivenza, cambio di identità, investigazione privata, spionaggio, (…), (…), violazione di serrature, sorveglianza e controsorveglianza, creazione e manipolazione di esplosivi, lotta col coltello, cecchinaggio, (…), (…) e tecniche di polizia”.

Benché alcuni dei libri della Paladin affrontino il tema della violenza con un pizzico di umorismo, il contenuto delle sue pubblicazioni resta in genere profondamente asociale, distruttivo e disturbante. E’ evidente che Peder Lund, uno dei fondatori ed attuale capo della Paladin (probabilmente anche in conseguenza delle sue esperienze personali), sia ossessionato dal tema della lotta in un modo che sembra presentare aspetti patologici. Ma questi sono problemi suoi.

Nel 1993 un criminale, per compiere un triplice omicidio particolarmente odioso, si è servito di alcuni dei “trucchi” contenuti in uno dei manuali della Paladin (quello del perfetto assassino, “Hitman” appunto, scritto da una casalinga divorziata sotto lo pseudonimo di Rex Feral). Poiché la pubblica accusa riconobbe formalmente che “Hitman” aveva fatto da guida all’assassino, i familiari delle vittime hanno trascinato in tribunale la Paladin. Nel 1997 un giudice federale archiviò il caso contro Paladin, in quanto a suo avviso gli scritti pubblicati dalla Paladin erano soggetti alla tutela prevista dal Primo Emendamento; la successiva riapertura del caso, scatenata due anni più tardi dal ribaltamento della prima sentenza da parte di una corte d’appello, si è conclusa con un patteggiamento da parte della compagnia di assicurazione della Paladin. La società, a dispetto della determinazione di Lund ad andare fino in fondo nel procedimento giudiziario, decisero in sostanza di togliersi il dente risarcendo i parenti delle vittime.

Il caso giudiziario ha sollevato il tema della eventuale responsabilità giuridica di chi, come Lund, attraverso le parole scritte su un libro da lui pubblicato (non scritto), ha indubitabilmente fornito il know-how ad un autentico assassino. Lund, dal mio punto di visa, ha una responsabilità morale nel crimine: al suo posto, avrei dei seri problemi a dormire la notte.

Però occorre essere chiari: spiegare come si uccide una persona, però, non è reato; perfino l’istigazione all’assassinio dovrebbe essere rilevante giuridicamente solo nel caso in cui si riesca a dimostrare che, in assenza di tale istigazione, esso non si sarebbe consumato (ed in ogni caso, la responsabilità penale è personale). Questo a prescindere dal fatto che personalmente trovi ripugnante il semplice concetto di omicidio ed aberrante uno scritto che tratti in modo scientifico, asettico, le tecniche di soppressione di un essere umano.

Come è scritto molto bene qui, non c’è grande differenza tra il fabbricante della AR-7 con cui sono stati uccisi i due Horn e la signora Sanders, e chi ha pubblicato il mefitico libello “Hitman”: entrambi hanno fornito uno strumento, non una volontà criminale. E’ curioso dover assistere alla progressiva erosione “a fin di bene” del Primo Emendamento (si veda, tra le altre cose, il Feinstein Amendment SP 419 del giugno 1997, che trasforma in reato la pubblicazione di informazioni sull’assemblaggio di esplosivi) mentre langue il dibattito sull’obsolescenza e l’obiettiva pericolosità del Secondo Emendamento. Insomma, è vietato leggere cose infami, ma rimane facile metterle in pratica.

Film dell’orrore

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La tragedia di Aurora, Colorado, mi obbliga ad alcune riflessioni:

1) Saremo mai al sicuro dalla follia umana? E’ comunque certo che anche una società compiutamente liberata non potrà dirsi immune dal corto circuito di un cervello gonfio di odio;

2) L’assassino è uno studente di neuroscienze, anche se pare avesse intenzione di mollare. Trovo ironico il fatto che magari conosca nei dettagli il funzionamento chimico-fisico di questo o quel processo neurologico mentre la chimica del suo cervello non ha trovato niente da ridire quando l’organo lo ha validamente assistito nell’organizzazione sistematica di un progetto finalizzato all’assassinio di un numero quanto più alto possibile di innocenti;

3) Gli Stati Uniti non cesseranno mai di stupirmi: il loro maledetto Secondo Emendamento (che autorizza i cittadini a tenere armi con sé) è un dogma di fede: non importa quanta gente innocente sia morta a causa della facilità con cui chiunque possa acquistare armi con restrizioni minime (di solito, l’obbligo di registrare gli estremi dell’acquirente ed il divieto per il venditore di consegnare l’arma prima che le autorità confermino la legittimità del possesso). Né quanti altri studenti e bambini che vanno al cinema dovranno ritrovarsi con un buco in testa. Sembra ci sia rassegnazione sullo strapotere della NRA (National Rifle Association): perfino i Democratici preferiscono non sollevare il tema, perché porta via voti anche dal lato loro. Unica eccezione, il sindaco di New York Bloomberg, che oggi ha fatto una dichiarazione piuttosto netta:

“Sapete, i complimenti reciproci vanno bene, ma forse è il caso che due persone che aspirano a diventare Presidente degli Stati Uniti d’America si alzino e ci dicano che cosa intendano fare in materia [di controllo delle armi], dato che questo è chiaramente un problema in tutto il paese.”

4) Anche gli USA hanno i loro Giovanardi. Il deputato repubblicano Louie Gohmert ritiene che l’eccidio del cinema di Aurora sia una specie di risposta divina ai “continui attacchi lanciati [dagli Americani poco pii] alle fedi giudaico-cristiane”. A forza di infastidirlo con continui insulti, il Dio giudaico-cristiano si arrabbia, e manda sulla terra un “folle atto terrorista come questo”. Gohmert ha raggiunto lo zenith quando ha sostenuto che, se ci fosse stato tra le persone del pubblico un cittadino armato, questi avrebbe potuto, se non evitare la strage, almeno limitare i danni, uccidendo il killer. Ha ribadito il concetto anche quando qualcuno gli ha fatto notare che, anche se in Colorado è legale portare armi con sé purché nascoste, nessuno è intervenuto per freddare Holmes. Magari nessuna delle vittime dell’attacco è andata al cinema con la pistola; oppure non è stato possibile usarla. Ergo, i “sacrosanti” diritti derivanti dal Secondo Emendamento non servono poi a tanto in caso di emergenza.

5) Due delle più gravi stragi causate dal folle regime di circolazione delle armi da fuoco (Columbine e Aurora) negli USA sono avvenute in Colorado. Non credo dipenda dal fatto che si tratta di uno Stato noioso, dove non c’è niente da fare la sera, quanto piuttosto da qualche legge sulle armi particolarmente lasca.

6) Poiché Holmes, per alcuni aspetti si è presentato con caratteristiche esteriori prese in prestito dai “cattivi” del fumetto e del film Batman, adesso verrà fuori che sono i film violenti a creare mostri. E’ già successo nel caso di Columbine: allora, il problema era la musica “satanica” dei Rammstein, KMFDM e Marilyn Manson (peccato che i due omicidi/suicidi non sentissero nemmeno quel tipo di musica, che frettolosamente qualcuno ha etichettato “goth” – in realtà industrial-metal).

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