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Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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In ritardo di un giorno, mea culpa, ieri ero molto malata (no, non sto morendo).

Ci troviamo dunque a casa di zio Herzog.

E’ il 1974, e W. beve la sua birretta delle 17:45 mentre si legge il giornale.

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Questo è il primo risultato se si cerca su google “Herzog beer”. Herzog significa ‘duca’, quindi vabbè. Però è sottointeso che ora la voglio.

Poi, annoiato, si accende il televisore. E becca un documentario sui musicisti di strada.

Ora, noi conosciamo bene lo zio H. : questa è materia sua.

Rapito dalle immagini, individua subito il caso umano di cui si innamora: emarginato, emaciato, con la faccia di chi ha vissuto il male.

“E’ perfetto. Lo voglio in tutti i film.”

Werner Herzog aveva appena notato Bruno S.

Al secolo Bruno Schleinstein, quest’uomo è l’apoteosi di ciò che affascina il regista: emarginatissimo, sociopatico, infanzia passata fra un ospedale psichiatrico e un altro, paura della vita, delle persone che lo hanno sempre picchiato e scacciato. Una sorta di Elephant Man, ma senza Elephant.

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Uno con questa faccia non è che presenti un curriculum proprio da aspirante fisico nucleare. Ma un aspirante fisico nucleare poteva fare Kaspar Hauser? No.

Herzog impazzisce. Fa di tutto per procurarselo come attore, perché lo vuole per interpretare L’enigma di Kaspar Hauser, una storia molto popolare in Germania, che racconta, sostanzialmente, quasi la vera vita di Bruno S. (con piccole, insignificanti differenze).

Alla fine della fiera zio H. deve solo scontrarsi con la troupe, che è dubbiosissima nell’accettare come attore principale di un film un..un..un barbone, Werner! Che diavolo ti salta in mente??

“Ragazzi” incalza lui “voi non capite. Bruno è perfetto. E’ lui che mi serve, è lui che voglio. Lui E’ Kaspar Hauser! Nessuno -ripeto- nessuno potrebbe farlo meglio!”

“Werner, è un azzardo. E se scappa con i soldi? E se impazzisce?”

“Per cortesia, ragazzi…”

L’unico che dà man forte al regista è il suo operatore di fiducia Jörg Schmidt-Reitwein. Herzog, incoraggiato dal suo appoggio, se ne frega di quello che dicono gli altri (“Ti prego Werner, siamo disposti a lavorare persino con Kinski!”) e la butta su “io metto i soldi, io decido. E ve dovete fida’.”

A malincuore, tutti accettano il loro destino.

Iniziano a girare il film. Bruno, però, ha paura di tutto: delle luci, dei rumori, delle mucche, dei contadini, di tutto. Soprattutto, ha paura delle telecamere.

Herzog allora passa con lui delle ore nella sua stanza da letto a rassicurarlo, ascoltandone i timori e cercando di far sì che la sua autostima cresca un po’.

Bruno, incoraggiato da Werner, migliora moltissimo (esattamente ciò che accade a Kaspar nel film). Comincia a essere più sicuro di sé, e per rimanere nel personaggio non si toglie mai gli abiti di scena, nemmeno alla fine della giornata.

Un giorno Herzog entra nella sua stanza e lo trova che dorme sul pavimento, vestito da Kaspar Hauser. Io leggo questa cosa e mi scende la lacrimuccia.

Bruno girerà due film con W. H., poi smetterà di recitare e si dedicherà alla pittura e alla musica.

Otto anni più tardi di Kaspar Hauser, durante le riprese di Fitzcarraldo, impegnato in una discussione con Mario Adorf a proposito del nuovo protagonista del film (ricordiamo che Jason Robards era quasi morto di dissenteria e quindi l’avevano spedito a casa), Herzog si sente dire che lui (Adorf) sarebbe stato un ottimo Fitzcarraldo. Oltre a ciò, aggiunge Mario, sarebbe stato anche un Kaspar Hauser migliore di quello “sprovveduto dilettante” [sic] di Bruno S.

Herzog dissente: “Bruno era Kaspar Hauser. Tu non l’avresti fatto così bene.”

Adorf si offende. Herzog commenta dicendo “Amen”.

Nell’agosto del 2010 Bruno S. muore.

Zio H. lo ricorda dicendo queste parole:

In tutti i miei film, fra tutti i grandi attori con i quali ho lavorato, lui è stato il migliore. Non esiste interprete che si sia nemmeno lontanamente avvicinato a lui. Voglio dire, alla sua umanità, allo spessore della sua performance… non c’è nessuno come lui.”

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JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi, per la consueta rubrica, vi propongo tre aneddoti brevi invece che uno lungo.

L’aneddoto votato il migliore sarà eletto il migliore fra i tre.

1. Herzog vs La musica

Quando aveva 12 anni, al piccolo Werner fu imposto di cantare davanti a tutta la classe. Lui non voleva. La professoressa ha insistito, forse anche in maniera troppo concitata.

Immaginatevi come dev’essere sentirsi urlare da una professoressa in tedesco.

A causa di questo inconveniente, W. H. (che fu anche minacciato di espulsione dalla scuola da parte della preside, per questo suo rifiuto) decise di smettere di ascoltare musica, di cantare (sì, anche sotto la  doccia) e di utilizzare strumenti musicali fino alla veneranda età di 18 anni.

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“hahwndwoswesefai alegria macarena, EEEEH MACARENA!”

2. Herzog vs il disagio sociale

A sua detta, durante i primi anni della sua vita zio Herzog abitava in un paesino talmente sperduto che mangiò la sua prima banana a 12 anni e fece la sua prima telefonata a 17.

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3.  Herzog vs Abel  Ferrara

Nel 1992 esce Il cattivo tenente, di Abel Ferrara.

Nel 2009 esce Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans, di Werner Herzog.

Nonostante il film porti lo stesso titolo, Herzog ha affermato che non si trattasse assolutamente di un remake (certo,  le coincidenze so’ tante. C’è pure lo stesso produttore. Però vabbè).

Abel Ferrara, di tutta risposta, non l’ha presa tanto bene.

Interrogato sul film, pare abbia detto (a proposito di chi ha lavorato sul film del 2009, maestranze comprese): “Spero che quella gente muoia all’inferno.  Spero che si trovino tutti sullo stesso tram, e che esploda.” [sic]

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“Ma io so come difendermi.”

Al di là dell’immagine del tram, che fa molto vintage, la pesante critica di quel bonaccione hippy di Abel Ferrara viene affrontata da Herzog, al quale la riferiscono, con una risata: “E’ stupendo! Pensa che io stia facendo un remake. Ma lasciatelo combattere contro i mulini a vento. A parte questo, chi è Abel Ferrara? Non ho mai visto un suo film. Non so chi sia. E’ italiano? Francese? Chi è?” [sic]

Inutile dire che quando ho letto queste affermazioni ridevo come un’idiota.

In ogni caso purtroppo il bagno di sangue non ha avuto luogo.

Anzi, addirittura i due si sono chiariti, in occasione del festival del Film di Locarno, in Svizzera,  nel 2013, dopo che Herzog ha affermato che con A. F. ci avrebbe bevuto volentieri una bottiglia di whisky.

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Werner Herzog: Unisciti a noi per un bicchierino! Abel Ferrara: Levami quella CAZZO di macchina fotografica da davanti!

Happy ending, una volta tanto.

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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1974.

A Parigi, Lotte Eisner ha un infarto che la colpisce molto duramente, costringendola a ricoverarsi d’urgenza.

Ha poche speranze di riprendersi, e se ne sta nel suo letto d’ospedale un po’ triste.

Sì, ok, ma chi è questa, e cosa ce ne frega?

Lotte Eisner è una grandissima donna, una critica cinematografica, una poetessa e scrittrice, che ha sempre difeso il cinema sin dai suoi albori: ad esempio si batte contro la censura tedesca che vieta la proiezione de Il testamento del Dottor Mabuse di Lang nel 1937. Ancora prima, difende il diritto d’espressione quando i nazisti bloccano l’accesso al cinema in cui si proietta La Corazzata Potemkin. Anni dopo, il ragionier Fantozzi avrà una potentissima opinione in merito.

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“GRAZIE, LOTTE EISNER!!”

Finisce poi in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto ebrea, ma riesce a fuggire, iscrivendosi successivamente all’Università di Montpellier per sviare i sospetti.

La Eisner diventa quindi un punto di riferimento per molti registi tedeschi, come Fassbinder e Wim Wenders, che le dedica addirittura due film.

Torniamo al 1974: zio Herzog in quello stesso anno ha dedicato a L. E. L’enigma di Kaspar Hauser (non è propriamente un film che normalmente si dedicherebbe a una signora, ma questa è Lotte Eisner, mica una qualunque.  E poi che fai, ti fai battere da Wim Wenders? No, eh).

Mentre si occupa delle sue cose matte (probabilmente sta cercando qualche altro emarginato della società al quale far girare un film), apprende che la Eisner è lì in territorio francese che lotta contro la morte.

Non fa le valigie, non si preoccupa di prendere il biglietto di un treno, o di un aereo, non prende né biciclette o monopattini, ma esce di casa e, il 23 novembre 1974, da Monaco di Baviera, inizia a camminare verso Parigi.

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“Svolta a destra e imbocca Hirschgartenallee. Svolta a sinistra. Svolta a destra. Svolta a sinitra. Svolta a destra. Svolta a sinistra. Svolta a destra.” (sic google maps, dopo che mi sono chiesta quanti chilometri fossero-774 per la cronaca)

 

 

Il 14 dicembre Herzog è al capezzale dell’amica, le porta fiori, cioccolatini e abbracci.

Lotte: Werner! Come mai sei qui, non hai un film da girare?

Werner: No, volevo assicurarmi che stessi bene.

L: Beh, ora sono fuori pericolo, però in realtà ho rischiato grosso.

W: Lo so, per questo sono venuto a piedi.

L: Eh?

W: Eh, che cosa avrei dovuto fare? Stavi morendo, ho deciso che avrei camminato da Monaco di Baviera fino a Parigi per far sì che stessi meglio.

L: Ma sei matto??? Fa freddo, cazzo!

W: Lo so, lo so, lo so. Ma io ti voglio bene.

L: …pure io.

Lotte Eisner muore a novembre. Però del 1983. Ce l’hai fatta, Werner.

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Lotte e Wernerone sulla spiaggia in cui zio H. ha girato “Nosferatu, il Principe della Notte”. Tutto è bene quel che finisce bene.

Quel matto di zio Herzog raccoglie tutte le disavventure della passeggiatina invernale in “Sentieri nel ghiaccio”, che ancora non ho sul comodino ma che devo assolutamente procurarmi, perché probabilmente ci saranno mille altri aneddoti bellissimi, tipo lui che si lamenta di cose tipo “Oh, ma a questa non je poteva piglia’ un infarto a luglio?”

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1976 succede che sull’isola di Guadalupa, nelle Antille francesi, c’è un vulcano, detto “La Soufrière”, che minaccia di eruttare.

Cioè, non è che minaccia. Roba de Pompei.

Tutti si guardano in faccia: niente, tocca evacuare.

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Sembro tranquillo, eh? Infatti.

75000 persone circa devono abbandonare le proprie case, per spostarsi non sanno ancora bene dove. Una bella seccatura, certo, ma in previsione di quello che stava per succedere è un rischio che non si può proprio correre.

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Zio H. sta lavorando al montaggio di Cuore di Vetro, quando apprende la notizia: in seguito all’evacuazione dell’isola suddetta, c’è un contadino che se ne frega altamente di quello che succederà al vulcano e che decide di “io sono nato su quest’isola e morirò su quest’isola”.

Ed Lachmann e Jörg Schmidt-Reitwein, i suoi operatori di fiducia, si voltano: hanno sentito il rumore di Herzog che si alza dalla poltrona e getta il quotidiano che stava leggendo a terra, in modo molto, troppo teatrale.

“Cosa succede, Werner?”

“Fate i bagagli, ragazzi! Si parte per l’isola di Guadalupa!”

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“I WANT YOU to join ecc. ecc. daje rega’ zainetti e telecamera in mano che ci aspettano i lapilli!”

“Eh?”

“Werner, stiamo montando Cuore di Vetro, non è che possiamo lasciare il lavoro a metà perch-”

“C’è un vulcano che sta per eruttare.”

“Motivo in più per rimanere a casa.”

“Sì, ma c’è questo contadino che rifiuta di andarsene con gli altri!”

“Si vede che sa quanto costa un affitto fuori dalle Antille francesi.”

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“Confermo che un affitto in centro a Parigi è veramente ‘na roba spaventosa. Poi calcola che c’ho il gatto, che faccio, lo lascio qui? E dai.”

“Non dite idiozie! Si parte domani all’alba.”

Herzog abbandona la stanza tutto felice.

Jörg Schmidt-Reitwein si volta verso Lachmann: “Ed, dalla prossima settimana prima di fargli leggere il giornale, a turno ce lo scorriamo tutto e tagliamo via le notizie sulla gente eroica o cose del genere, ok?”

“Ci sto.”

Herzog e due non troppo convinti Lachmann e quell’altro col nome difficile e non mi va di fare copiaincolla partono per Guadalupa, rischiando di morire sotto il magma e robe simili.

Ed chiede a Werner: “Cosa succede se il vulcano erutta?”

“Uh… beh, moriamo. Cosa vuoi che succeda?”

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“Rega’, ma quella è lava?” “Io te l’avevo detto che era una pessima idea.”

Non si portano nessun altro perché nessun  altro avrebbe accettato un tale rischio. Calcola che stai su un’isola evacuata, eh.

Intervistano i contadini rimasti (alla fine erano tre), si fanno i giretti per la città e trovano uno scenario post-apocalittico, con le strade vuote, i maiali che banchettano nelle case e le televisioni ancora accese.

Herzog è contentissimo, gli altri due un po’ meno ma alla fine gli vogliono tanto bene.

In 10 giorni zio H. e compari raccolgono il materiale necessario per far sì che di quell’isola condannata rimanga un ricordo significativo.

Poi però succede che il vulcano in realtà non erutta.

75000 persone tornano nelle loro case (e spengono la televisione), visibilmente sollevate, e Herzog ci rimane malissimo perché “adesso pare tutto finto. Oh, io c’ho rischiato la vita.”

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1978 a Errol Morris, un giovane regista esordiente, viene presentato Werner Herzog.

Herzog è già piuttosto lanciato, coi suoi film: ha realizzato, fra i tanti, Cuore di Vetro, film in cui tutto il cast era sotto ipnosi (galline comprese), Aguirre, furore di Dio, il primo con Kinski, La Ballata di Stroszek e Nosferatu, il principe della notte.

Insomma, è più o meno sulla cresta dell’onda.

Morris è uno studente di cinema, incontra zio Herzog e, comprensibilmente, rimane affascinato dal personaggio.

Herzog è tutto ciò che non è lui: un regista realizzato, che ha fatto affidamento solo sulle sue qualità e la sua forza di volontà.

“Non riuscirò mai ad essere come te, Werner. Io sono solo uno studente di cinema con tante speranze.”

Herzog sospira.

“Errol, noi tutti abbiamo dei sogni, ma solo pochi di noi hanno il coraggio necessario per realizzarli. E poi avanti… essere un regista è facile, tutti possono farlo!”

“Ma tu parli perché già sei diventato quello che sei!”

“Ragazzo, il mio primo film l’ho fatto con due soldi. Due. E sai come mi sono procurato la telecamera per girarlo? L’ho rubata.”

“L’hai… cosa?!”

“Beh, dopo l’ho restituita.”

“Ok, d’accordo, mettiamo che sia pure così. Il problema è che io non… ecco… non so nemmeno da dove cominciare!”

“Beh, che diamine, prendi la telecamera e parti! Va’ a filmare le scimmie nella Foresta Amazzonica, gli scorpioni nel deserto… insomma, fai tu!”

“Non… non è così facile come sembra. Vedi..”

“Queste sono scuse. Sono solo stupide scuse. A questo punto credo che il tuo problema sia un altro.”

“Sarebbe a dire?”

“Probabilmente non sei in grado di fare il regista.”

“Come?”

“Mi hai sentito. Sono sicuro che non riusciresti a fare un film nemmeno se avessi un budget illimitato donato dalla 20th Century Fox in persona. E che io sia dannato se mi smentisci. Anzi, ricordi come Rockerduck dice sempre di volersi mangiare il cappello? Bene, se riuscirai a fare un film, giuro che mangerò una scarpa.”

“Una scarpa..?”

Les Blank, regista e amico di Herzog, è presente a tutta la conversazione. Divertito dalla scommessa, decide di fare da testimone al fatto.

“Werner, questo è il momento più bello della nostra giornata: se dovesse accadere, posso filmarti?”

“Va bene… tanto questo sbarbatello non ce la farà mai.”

Ottobre 1978: esce “Gates of Heaven”, primo film di Errol Morris.

Aprile 1979: Werner Herzog, di fronte a una platea di gente divertitissima, mangia una scarpa “di pelle, perché solo un codardo avrebbe onorato la scommessa con una scarpa di tela.” [sic]

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Cosa avrei dato per esserci.

Agli amici che gli suggeriscono di non mangiare la suola, che magari fa male, Herzog risponde “Sono sopravvissuto a tanto di quel KFC che una scarpa non mi farà alcun male.”

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“…’no sguardo de tabasco, du’ cipollette…”

12/2/1980: Al Festival di Berlino viene proiettato “Werner Herzog eats his shoe”, documentario firmato da Les Blank, in cui zio Herzog mangia una scarpa cotta per 5 ore in una pentola.

“Giulia, ma tutta questa storia è improbabile, dai, come..”

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Eddai, su.

 http://www.dailymotion.com/video/xl61of_werner-herzog-eats-his-shoe_shortfilms

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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E’ il 2006, siamo a Los Angeles, e il critico cinematografico della BBC Mark Kermode sta intervistando Herzog su una terrazza panoramica.

I due parlano di tante cose, ma in particolare di Grizzly Man, straordinario documentario di zio Herzog sul quale vorrei aprire una piccola parentesi interna all’aneddoto, poiché merita davvero un po’ di spazio.

Grizzly Man racconta la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che, dal 1990 al 2003, ogni singola estate soggiornò nel Grizzly Maze, in Alaska, nella riserva naturale di Katmai. Treadwell prendeva la sua telecamera, la sua tenda e si metteva per tre mesi nel parco, a studiare i suoi orsetti. Si filmava mentre parlava di sé, degli orsi, delle volpi e di mille altre cose.

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“Occhio che dietro c’hai… ah no, giusto.”

Era un personaggio particolare, Treadwell, un uomo scampato all’alcolismo, che aveva trovato nei grizzly una sorta di nuova famiglia, un modo per evadere da una realtà che gli stava parecchio stretta. Li proteggeva, diceva lui, oltre che studiarli. Va detto che Treadwell non hai mai preso un soldo bucato per questa attività, eh. Insomma, era uno che “gli animali sono meglio delle persone”.

Solo che nel 2003 lui e Amie Huguenard, la fidanzata che ogni tanto lo accompagnava, incontrano un grizzly che non è proprio contentissimo di trovarli nel loro habitat, e quindi se li mangia. Eggià.

La parte inquietante di questa storia (oltre a tutto il resto) è che sul luogo dell’accampamento è stata ritrovata la telecamera di Treadwell, ancora accesa, che aveva filmato l’incidente, a tappo chiuso. Dunque sì, esiste l’audio della questione. Brutta storiaccia.

Lato ancora più inquietante: se su google si cerca “Timothy Treadwell” la prima cosa che viene fuori è “audio”: c’è un’intera fetta di umanità che vuole ascoltare la morte di quest’uomo per mano di un orso (sì, l’ho cercato anche io, ovvio). In realtà esistono solo pochissime persone che hanno ascoltato quella cassetta, custodita da Jewel Palovak, amica di Treadwell. Una di queste, naturalmente, è lo zio Werner.

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Assicuratami dunque che vi siate tutti procurati Grizzly Man,  torno al nostro aneddoto.

Sulla terrazza c’è un bel sole, una brezza leggera, un Herzog tutto allegro e disponibile come al solito, senonché a un certo punto BANG! (cioè, non proprio bang, però un rumore simile). “Come un fuoco d’artificio”, descriverà il rumore l’intervistatore. Zio Herzog sobbalza appena. “Sono stato colpito” ride “ma non preoccuparti, non è nulla di che.” E’ stato colpito da un proiettile ad aria compressa all’altezza dell’inguine. Da chi? Boh. Mai saputo. Ma Herzog non si interessa  a queste banalità, ricordiamo che è sopravvissuto a un salto su un cactus, alle riprese di Fitzcarraldo, a Kinski che sfonda il muro di casa per i colletti delle camicie stirati male.

Kermode, giustamente, si preoccupa, Herzog non si scompone nemmeno.

Il critico lo convince a spostarsi, nonostante zio H. sostenga che là fuori si sta benissimo.

Dunque salgono in macchina e si spostano all’interno della casa di Kermode.

Dopo essersi accomodati su due sedie, Mark K. si accorge che Herzog non ha affatto guardato cosa gli è successo. Ma nemmeno per curiosità.

“Uhm… Werner, sei ferito, non credi sia meglio andare in ospedale?”

“Ospedale? Ma per cortesia. Vogliamo continuare con l’intervista?”

“Ma ti hanno sparato!”

“Ti dirò: non è una cosa che mi capita tutti i giorni; tuttavia non posso dire di esserne stupito, prima o poi sarebbe dovuto succedere.”

“Fammi vedere però…”

Herzog si slaccia i pantaloni commentando “Mi spiace, non dovrei farlo davanti a una telecamera” e mostra delle simpatiche mutande fucsia e un po’ di sangue.

“Stai sanguinando!!! Guarda! Diamine, Werner, ti chiamo almeno un medico!”

“Oh” risponde serafico zio Herzog “it’s not a significant bullet.”

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“It’s not a significant bullet. I am not afraid.” (sic)

“Giulia, questo te lo sei inventato, non è successo davvero…”

“Toh: https://www.youtube.com/watch?v=ylXqc8TQ15w

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi partiamo da più lontano.

Klaus Kinski, da giovane, occupa un attico a Monaco, riempiendolo di foglie dai colori autunnali, e si mette a vivere lì.

Un giorno, però, la temibile polizia tedesca gli impone di andarsene, pena l’arresto. Kinski non si piega alla loro volontà: minaccia di salire sul tetto, di buttarsi di sotto, grida, strepita, ma alla fine viene buttato fuori.

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“Non lascerò mai questo attico. MAI.”

Una gentile signora, Klara, che ha un debole per gli artisti, decide di trarlo d’impaccio e se lo porta a vivere nella pensioncina che gestisce.

Lo nutre, gli fa il bucato, gli stira le camicie, ripassa le battute dei provini con lui, gli rifà il letto e non gli chiede una lira *.

Nel frattempo, la famiglia Stipetić va ad abitare proprio in quella pensioncina.

Stipetić, già, perché (subtrivia) Herzog al secolo si chiamava proprio così, aveva assunto il cognome della madre, dato che il padre non era mai stato troppo presente nella sua vita (in sostanza non gli chiedeva mai di fare due tiri con il suo vecchio).

Solo che poi una volta evidentemente avrà chiesto alla mamma, Elisabeth, come si chiamasse il padre. E il padre si chiamava Herzog, che in tedesco significa ‘duca’. Quindi Werner ha guardato la madre e le ha detto “Guarda. Io ti voglio bene, eh. Però Herzog. Cioè. Lo sai pure te che se voglio fare il regista di cui si innamorerà Giuliastràni a 28 anni dovrò avere un cognome molto più incisivo di Stipetić.”

“Chi è Giuliastràni, Werner?”

“Lascia stare, non è importante.”

Dicevamo.

All’ora di pranzo la famiglia Stipetić/Herzog (Elisabeth, Werner e i suoi fratelli Lucki e Tilbert) è intorno al tavolo insieme alla signora Klara.

“Mamma,” chiede Lucki, educatamente, “potresti passarmi il pan-”

In quel momento, una delle pareti del salotto salta letteralmente in aria. Si sente un botto clamoroso, che i vicini avranno battuto forsennatamente con la scopa su uno dei muri ancora in piedi per invocare il silenzio.

La porta è in terra, divelta dai cardini. Schegge di legno ovunque, intonaco e pezzi di muro sul pavimento, un fumo bianco e innaturale incornicia la scena. La signora Klara è a terra, Herzog ha scoperchiato il tavolo e lo sta usando come scudo per proteggere la sua famiglia, Elisabeth stringe i figli al petto e pensa: “Dio mio, hanno bombardato Monaco. E’ la guerra, di nuovo.”

Improvvisamente, iniziano a volare tutt’intorno quelli che sembrano panni bianchi. Sono camicie.

Una figura si erge davanti alla voragine; mentre il fumo si dirada tutti pensano al peggio: soldati? Rapinatori? Mitomani? Esattori delle tasse? Testimoni di Geova?

E’ Klaus Kinski, pallidissimo, con le vene del collo pulsanti e gli occhi fuori dalle orbite, che cerca con lo sguardo la padrona di casa.

“KLARA!! BRUTTA STRONZA!! I COLLETTI DELLE MIE CAMICIE!!”

“Klaus…?”

“I-COLLETTI-DELLE-MIE-CAMICIE!!! NON SONO STIRATI BENE!! GUARDA COSA HAI FATTO, BRUTTA STRONZA!!”

Altre camicie volano in aria, sui piatti rotti, sul pavimento, su Herzog.

Zio Werner a quell’epoca ha 13 anni, sin dal suo primo incontro con K. K. ne ha avuto puro terrore, e, ancora nascosto dietro al tavolo, pensa una cosa tipo “Santo cielo. Spero di riuscire a portar via la mia famiglia da questo inferno il prima possibile. Non voglio mai più avere a che fare con questo folle.”

 

JJ

 

* un marco.

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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Famosi sono gli incredibili disagi che W. H. dovette affrontare per concludere le riprese di Fitzcarraldo, un film che sarebbe andato a Cannes nel 1982, ma le cui riprese erano iniziate tre anni prima.

Il fatto è che si girava in Amazzonia, dove, diciamocelo,  le condizioni non erano proprio delle migliori. Umidità, animali selvatici, dissenteria erano forse i problemi meno gravi che zio H. doveva affrontare in quel periodo.

Ora, divaghiamo un attimo. Non so se abbiate visto il film, ma la storia racconta di un uomo che si batte per portare un Teatro dell’Opera nella sperduta Iquitos, dove vuole far esibire i giganti della lirica. Ecco, Herzog per quella parte aveva pensato a Jason Robards, che all’epoca era già piuttosto famoso. Il Fitzcarraldo di Robards poi avrebbe dovuto essere affiancato da Mick Jagger, che sarebbe stato una sorta di ‘spalla’ del personaggio principale.

“La pianti de canta’ i pezzi tuoi?? Stamo a lavora’!”

Quindi Robards & Jagger, lanciatissimi nei personaggi, erano già al 40% della lavorazione del film, quando Robards passa una giornata intera in bagno. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Herzog chiama un medico.

“Guardi, Robards ha una forma acuta di dissenteria.”

“Oh. Ma io dovrei finire il film.”

“Signor Herzog, se non lo mandiamo subito in un ospedale con attrezzature adeguate, quest’uomo non solo morirà, ma non sarà bello da vedere.”

Accannato Robards, Herzog è nella più nera disperazione.

Se si leggono i suoi diari (raccolti in La conquista dell’inutile, gran libro), ci si accorge di come il progetto del film andasse a corrispondere perfettamente con quello diegetico dello stesso Fitzcarraldo che voleva portare l’Opera a Iquitos: ‘na cosa che te dico no. Herzog si identifica sempre di più col suo protagonista, e  vive di nuovo una serie di sfighe incredibili. Ma in Amazzonia non ci sono cactus.

In tutto ciò, il film se l’è dovuto produrre come al solito da solo, perché la 20th Century Fox, che aveva accettato di metterci il vil danaro, quando ha saputo che la nave che avrebbe dovuto attraversare una montagna era una vera nave, e non un modellino, ha detto “Signor Herzog, noi i soldi glieli diamo, ma per l’amor del cielo, usi un modello in scala!”

“No, io la nave la voglio vera. E voglio che scavalchi la montagna, per passare dall’Ucayali al Pachitea, è questo il senso del film.”

Niente soldi dalla 20th Century Fox. Proprio non riescono a essere dei sognatori, questi squali al potere.

Un giorno H. si sveglia, e infilandosi uno scarpone sente che c’è qualcosa dentro. “Un calzino appallottolato?” Lo tira fuori con noncuranza.

E’ una tarantola grossa come un pugno.

H. la appoggia in terra e si siede, aspettando la morte, che forse in un momento come quello sarebbe stata un’ottima scusa per non affrontare un altro giorno di lavorazione.

La morte non arriva; arriva però un’altra defezione: Mick Jagger è tipo mezzo il leader dei Rolling Stones, non è che può stare in Amazzonia a grattarsi, deve andare in tour. Arrivederci e grazie, pure quello ce lo siamo giocato.

Herzog accarezza sempre di più l’idea di mollare tutto e chiudersi in una vita di eremitaggio, tuttavia afferma: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e io non voglio vivere in questo modo. Vivo o muoio con Fitzcarraldo.”

Allora tiene duro.

Solo che qui, al di là di tutto il bordello causato dalle condizioni miserevoli in cui H. & compagni si trovano a dover girare il film, non c’è più un attore principale. Herzog arriva a pensare di poterlo interpretare proprio lui stesso, “Tanto arrivati a ‘sto punto siamo diventati la stessa persona.”

Mario Adorf gli fa: “Oh, zi’, se vuoi ci sto io, eh! Calcola che potrebbe funzionare una cifra.”

“No Mario, tu non sarai mai Fitzcarraldo, mi dispiace.”

Adorf si offende. “Pazienza”, commenta Herzog nei suoi appunti.

C’è una sola alternativa, e H. lo sa. Chiamare Kinski.

Appresa la notizia, Kinski stappa una boccia di champagne: “Lo sapevi, Werner, che io ero l’unico che avrebbe potuto interpretare Fitzcarraldo, lo sapevi da subito!”

L’ottimismo di K.K. dura qualcosa come 5 minuti, perché appena giunto in loco inizia a impazzire per qualsiasi cosa. Cibo scadente, umidità, fame, insetti, cose.

Una volta Herzog, di fronte alle sue lamentele su nonsisabenecosa, gli mangia davanti agli occhi una tavoletta di cioccolato che aveva tenuto nascosta (cibo ambitissimo in quelle condizioni). Kinski sta zitto e medita vendetta. Herzog scrive sui suoi diari che l’aveva fatto con malcelata cattiveria e soddisfazione.

Finché un giorno K. fa una delle sue sfuriate in maniera particolarmente teatrale, a causa del caffè troppo tiepido (tutte cose che se volete si trovano nell’eccezionale Burden of Dreams di Les Blank, documentario sulla realizzazione del film in questione: roba de Kinski che strilla come una scimmia, incurante di essere ripreso).

Fra gli strepiti del pazzo, H. si limita a preparare il set per la scena successiva, dimostrando una notevole e olimpica calma: non è facile organizzare le cose mentre uno ti urla nell’orecchio di licenziare l’assistente alla regia.

Gli indios locali sono allibiti: vedono questo tizio biondissimo che grida di tutto in tedesco e accanto un uomo calmissimo che sposta dei cavi.

Sono terrorizzati da Herzog, e allo stesso tempo provano rispetto per lui.

Timidamente, il capo degli indigeni si avvicina al regista: “Signor Herzog, quel demone bianco la infastidisce? Se vuole, ecco, noi avremmo delle punte avvelenate…insomma, potrebbe sembrare un incidente. Cosa ne dice?”

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“Piuttosto vedimpo’ che sta succedendo là in fondo, che sento casino e dobbiamo girare.”

Herzog ci pensa su un attimo.

“Grazie”, dice alla fine, “ma ho davvero bisogno di finire questo film. Coraggio, andatevi a mettere in posizione.”

 

 

JJ

Bonus trivia: uno degli attori del film, tale Miguel Angel Fuentes, ha il primato di aver recitato in uno dei film più belli del mondo (Fitzcarraldo) e in uno dei più brutti, L’Uomo Puma, del quale vi consiglio una visione completa

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Questa è la foto sul cv di M. A. Fuentes che convinse Herzog a sceglierlo per interpretare il ruolo dell’indio Cholo, conosciuto nel villaggio per il suo carattere particolarmente sveglio e attento

Qui comunque ne propongo una scena parecchio significativa: https://www.youtube.com/watch?v=zjdjrjfuz1gù

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Ok, siamo sul set di Aguirre, furore di Dio.

W. H. ha scritturato un instabilissimo Klaus Kinski, attore che già conosceva per diversi motivi che non anticipo.

Kinski, in quel periodo, era impegnato in una tournée teatrale nella quale interpretava il ruolo di Gesù Cristo.

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[intraducibili insulti in tedesco]
Lo chiamano e gli fanno: “Werner Herzog ti vuole per interpretare Aguirre.”

“Chi?”

“Aguirre, Lope de Aguirre, uno spagnolo che nel mill-”

“No, idiota, intendevo chi diavolo è Werner Herzog!”

“E’ un regista, Klaus. Un regista tedesco, dice che avete anche vissuto insieme quando eravate giovani e che tu sei l’unico che secondo lui potrebbe interpretare il protagonista del suo film.”

“Ok, ci penso io.”

Sono le tre del mattino. Herzog dorme tranquillo.

A un certo punto, lo squillo del telefono rompe il silenzio della casa. Herzog risponde, assonnato.

“Pron-”

“WOHOGWOHAHQOFHWOAZHQOAHAAAH!H!h!!”

“Ma chi parla?”

“ARIGIEWGHO VAUGUIRRE WORHFAHHHAHFH!”

Testuali parole di Herzog: “Il telefono squillò fra le tre e le quattro del mattino. Mi ci vollero almeno un paio di minuti per realizzare, attraverso quelle urla (test.: “inarticulate screaming”, n. d. A.), che all’altro capo c’era Klaus Kinski che accettava di interpretare il ruolo di Aguirre.”

Ora, dovete sapere che non c’è niente di più impervio, complicato, disagevole e problematico di un set di Herzog. Se per Anche i nani hanno cominciato da piccoli quell’uomo ha deciso di buttarsi su un cactus per scongiurare eventuali altri casini (vi rimando alla precedente puntata delle avventure herzoghiane per ulteriori informazioni), qui le cose si fanno ancora più complicate, perché c’è un pazzo come protagonista.

Kinski si lamenta, vuole stare al centro dell’inquadratura, vuole dormire all’asciutto, si è portato qualcosa come 20 valigie, beve solo acqua importata.

Herzog si lava i calzini da solo, mangia quello che trova nella giungla amazzonica e ascolta, paziente, le urla di Kinski.

Ma questo è solo l’inizio.

Per realizzare questo film Herzog s’era fatto in quattro. Un terzo dei costi di produzione era la paga di Kinski; il budget limitato, perciò, era un problema. Ciò diede luogo, ad esempio, all’episodio delle scimmie, che dovevano essere 400 nella sequenza finale. W. H. aveva pagato dei tizi per farsele prendere; questi però prima s’erano intascati i soldi di zio H., poi le avevano vendute ad altra gente. Allora lui prende la jeep, corre tipo protagonista del film che deve impedire il matrimonio della sua donna con un altro, e blocca le scimmie prima che si imbarchino per un volo verso Los Angeles.

“Sono un veterinario, queste scimmie devono essere vaccinate prima di lasciare il paese!” Herzog gira la scena e poi libera le 400 scimmie nella giungla.

Oltre a questo, H. girava con una telecamera rubata dalla Munich Film School, perché non aveva i soldi nemmeno per quella.

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“Oh, guarda che poi l’ho restituita, eh!”

Un giorno, Kinski ha un altro dei suoi attacchi. Se la prende con un innocente operatore, il quale, durante una ripresa, viene apostrofato con “COGLIONE! STAI RIDENDO DI ME???”

W. H. chiama lo stop.

“Klaus, cosa succede?”

“Questo pezzo di merda sta ridendo di me!”

“Nessuno ride di te. Ora, per favore, finiamo la scena.”

“Licenzialo.”

“Puoi ripetere?”

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“Lui, lui, non fare lo gnorri che sai benissimo di chi parlo!”

“Licenzia questo stronzo che ride!”

“Non essere ridicolo.”

“Allora me ne vado io.”

“Klaus, per fav-“

“No, Werner, questa è l’ultima goccia!! Qui non mi rispetta nessuno, io me ne vado!”

Kinski fa i bagagli, e inizia a caricare una canoa a caso con tutto ciò che è suo.

Herzog lo guarda.

“Non puoi farmi questo. Questo film è importante, per me, e lo è anche per te. E viene prima di tutto, anche prima dei nostri sentimenti. Non esiste.”

“Va’ al diavolo, io me ne vado da qui.”

“Klaus. Sulla jeep ho un fucile. Dentro ci sono nove colpi. Otto pallottole le avrai in corpo prima di arrivare sull’altra sponda del fiume. La nona me la pianterò in testa quando vedrò che non ti muovi più.”

Klaus Kinski guarda Werner Herzog.

Scende dalla canoa, smantella i bagagli e finisce Aguirre.

JJ

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