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Il compagno Giachetti e i Radicali: la divisione esiste ma non è tra destra e sinistra

in giornalismo/politica by

La candidatura del fiero Radicale renziano Roberto Giachetti a sindaco di Roma ha riportato in auge una questione che interessa poco a molti ma molto ai pochi liberali italiani, ovvero la questione Radicale, ovvero del Partito Radicale, come i più si ostinano a chiamarlo anche dopo le ventennale balcanizzazione in un pulviscolo di sigle e “sportelli” tematici (si va dai Radicali esperantisti ai Radicali animalisti passando per le femministe, secondo il vecchio principio – mai applicato con tanta esattezza – dell’una testa, una carica grazie al quale la percentuale di dirigenti Radicali in rapporto agli iscritti non ha niente da invidiare al rapporto dirigenti/operativi delle peggiori municipalizzate romane).

Dalla sua rubrica de Il Foglio, l’insider Massimo Bordin fa notare opportunamente che all’interno dei Radicali si sono formati due archetipi di reazione alla candidatura del compagno Giachetti, entrambi favorevoli, si badi: un fronte di sbandieratori entusiasti riconducibile agli ideologi dell’amnistia, seguaci di Marco Pannella, Papa Francesco e qualcuno perfino di Raffaele Sollecito, che negli ultimi sei anni hanno fatto coincidere mezzi e fini del partito con la causa dell’amnistia per la Repubblica invocandola quale misura strutturale per la risoluzione del problema Giustizia, e un fronte sicuramente distinto di Radicali che subordinano il loro sostegno attivo a Giachetti alla condivisione di politiche e prospettive sull’oggetto del contendere, ovvero l’amministrazione del comune di Roma.

L’analisi del Direttore è accurata, ma a mio parere deraglia nel colorare politicamente le due fazioni e nel ridurre la questione ad una atavica contrapposizione tra Radicali “di destra” e Radicali “di sinistra” dove, nella fattispecie, a destra si collocherebbe Pannella e a sinistra, per esclusione e per una circostanza di collaborazione con Civati, tutti gli altri. Verrebbe da dire che l’amnistia non ci risulta essere un cavallo di battaglia delle destre di alcun paese, ma non si tratta solo di questo.

Forse per benevolenza, Bordin sembra applicare al caso una chiave di lettura fin troppo ideale rispetto alla realtà di quel che si verifica in Torre Argentina. Non che non sia mai esistito il tempo della dialettica tra Radicali di destra e Radicali di sinistra, basti pensare al ciclo capezzoniano e all’esodo dei liberisti nelle file berlusconiane, ma quella stagione si è esaurita da quasi dieci anni lasciandosi dietro ben poco.

Da anni i Radicali sono pressoché assenti dalla politica nazionale proprio sui temi “di destra” a loro più propri, cioè quelli economici come riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni e privatizzazioni. Temi che, insieme alle posizioni in politica estera e alla distanza dal pacifismo, li tengono storicamente ben distinti e respinti dalle diverse sinistre, che non mancano al contrario di riconoscerli come il fronte inossidabile dei diritti civili.

Temi “di destra” che abbiamo ritrovato invece nel biennio da consigliere capitolino di Riccardo Magi, attuale segretario di Radicali Italiani, che più di una volta ha opposto allo sfascio della gestione pubblica della città soluzioni nette di taglio della spesa e di affidamento a privati, come nella battaglia su Farmacap e le dichiarazioni su Atac.

Non pare insomma che le categorie di destra e sinistra aiutino a comprendere la scissione, se di scissione si tratta. Più che una prospettiva politologica può aiutare quella cronologica: il fronte amnistia vede in Giachetti la rivalsa del progetto naufragato delle liste Amnistia Giustizia e Libertà del 2012-13, un progetto contorto che puntava a raccogliere su base prima europea e poi locale i sovrastimati consensi per la campagna nazionale sull’Amnistia, in opposizione a quanto deliberato nell’ultimo congresso di Radicali Italiani, ovvero il rilancio del federalismo e della sovranità locale su base comunale come antidoto all’ingrossarsi dei livelli istituzionali intermedi.

Apparentemente non c’è alcun motivo ideale per cui queste anime debbano procedere disgiunte o addirittura opposte, c’è invece più di un motivo fattuale tra i quali, senza scendere nel pettegolezzo, si può citare il mancato appoggio di Marco Pannella alla candidatura di Marino, e di conseguenza di Magi nella lista civica a supporto, proprio per lo smacco subìto nel non avere potuto presentare la lista AGL alle comunali romane del 2013. Il tutto si esplicitò in curiosi endorsement via Radio Radicale per il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, e la sintesi non è mai avvenuta in un rimpallo di rimproveri espliciti e rancori taciuti nei comitati, nei congressi e nei corridoi.

Altra punta dell’iceberg sono i più recenti strali di Pannella contro Emma Bonino, rea di frequentare salotti, di aver accettato incarichi istituzionali e di essere diventata una costola del PD, cosa che curiosamente non costituisce invece capo di accusa ai danni del compagno Giachetti.

Di tutto questo, del casino da ricomporre a Torre Argentina tra crisi di nervi, conti in rosso, licenziamenti e tentativi di riprendere il filo della politica attuale senza spezzare il cordone della storia del partito, il compagno Giachetti non si è comprensibilmente occupato pur rinnovando di anno in anno la tessera. Non potrà non occuparsene ora, conteso tra i “padri” del partito con cui condivide le lodevoli ispezioni nei penitenziari e l’opportunità, che spero diventi necessità, di consolidare la sua candidatura sul piano della concretezza e della discontinuità dal PD di Mafia Capitale facendo propria l’agenda di Magi.

Più che tra destra e sinistra, con buona pace di Bordin, la scelta pare attenere all’esistenziale, ai molti modi in cui si può essere un Radicale nel 2016: il modo citazionista, da tessera e cartolina, quello di cui tutti stimano la grande tradizione politica, o il modo futurista, da trincea, quello da cui molti hanno qualcosa da temere.

Una scelta, oppure una sintesi.

Altro che clemenza

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Siccome, finalmente, si è ricominciato a parlare di amnistia, e qualcuno ha perfino avuto l’alzata d’ingegno di dire che si tratta di una cosa poco seria, colgo l’occasione per segnalare come la penso sull’argomento.
L’attività detentiva, com’è noto, è di competenza dello stato, che com’è altrettanto noto dovrebbe esercitarla nelle modalità previste dalla legge e dai regolamenti carcerari, i quali prevedono che il trattamento dei detenuti debba attenersi a determinati criteri concernenti lo spazio a disposizione, i servizi disponibili, la possibilità di curarsi e via discorrendo.
Orbene, siccome nel nostro paese quei criteri vengono sistematicamente (e macroscopicamente) disattesi, di tal che la condizione dei carcerati si attesta drammaticamente non soltanto al di sotto dei limiti della decenza, ma soprattutto degli standard imposti dalla legge, è evidente che i detenuti italiani vengono trattenuti nelle prigioni in modo del tutto illegale: ne consegue che essi andrebbero liberati, e che si tratterebbe, per come la vedo io, di un atto dovuto.
Occhio: a questo punto è davvero troppo facile proporre le consuete obiezioni, tipo “vabbe’, bravo, e poi come facciamo con migliaia e migliaia di criminali a piede libero?”.
E’ troppo facile, e direi semplicistico, perché un’affermazione del genere legittima, di fatto, qualsiasi trattamento, per quanto disumano esso sia, giustificandolo in ragione della sicurezza pubblica e disegnando i contorni di uno stato letteralmente e sfacciatamente irresponsabile.
Credo invece che lo stato dovrebbe assumersela, quella responsabilità. Credo che dovrebbe essere obbligato a (non decidere generosamente di) liberare i carcerati detenuti in modo illegale, nessuno escluso, e attrezzarsi come meglio crede per assicurarli nuovamente alle patrie galere soltanto quando, e nella misura in cui, le condizioni minime di legalità venissero ripristinate.
Perché se in questa faccenda esiste una clemenza non si tratta di quella che lo stato potrebbe decidere, con l’amnistia, di adoperare nei confronti dei criminali, ma di quella che i detenuti sono già stati costretti, fin troppo a lungo, ad adoperare nei confronti di uno stato molto più criminale di loro.

Distopia radicale

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Il termine distopia indica realtà massimamente indesiderabili le cui tendenze sono portate ad estremi apocalittici. In diverse opere letterarie e cinematografiche tali realtà si traducono quasi sempre in strutture totalitarie fortemente gerarchiche, guidate da un leader carismatico vero o fittizio, che con fare reazionario non tollera dissidenti né pensiero indipendente e che si afferma tramite un progressivo e costante plagio mentale di cittadini e seguaci.

Dopo l’accordo con La Destra di Storace per le elezioni regionali del Lazio, pare proprio che buona parte del movimento radicale che fa riferimento a Marco Pannella sia finito in un tunnel distopico del tutto spiacevole e poco desiderabile. E ciò non per pregiudizi ideologici nei confronti dell’ex presidente del Lazio e del suo movimento politico, ma perché non se ne capisce il senso né l’opportunità. Se l’accordo viene giustificato come un tramite spregiudicato mirato ad assicurare una sorta di sopravvivenza istituzionale attraverso l’elezione di qualche consigliere regionale, non si capisce perché allora, peggio per peggio, non si sia trovato un accordo con il Pd, anche candidando dei radicali diversi da quelli presenti nel precedente Consiglio, i quali, quest’ultimi, sarebbero lo stesso stati valorizzati o collocati in varie situazioni e tramite diverse modalità. Si potrebbe pensare al fatto che si stia cercando di portare a termine un accordo con il Pdl per le elezioni politiche e che quest’operazione serva ad aprirne una qualche breccia, evocando il cd.spirito del ’94, il che porterebbe al ripetersi farsesco di un esperimento della cui tragicità fallimentare ancora rimangono ferite indelebili. Si potrebbe pensare all’ennesima intuizione ‘troppo avanti’ da teatro sperimentale prestato alla politica italiana del Julian Beck de noantri Marco Giacinto Pannella, anche se più che una brillante intuizione questa mossa sembra soprattutto un enigma in un labirinto, una sorta di delirio del Kurtz/Brando in Apocalipse now di conradiana memoria. In poche parole, una gran cazzata o, se preferite, una cagata pazzesca.

In realtà quello che emerge è una leadership ormai al tramonto, attorniata da un cerchio magico sprovvisto di metodo, incapace di elaborare una benché minima linea politica e di successione, menomata nell’elaborazione di una qualche rotta strategica, confusa ed esitante nella tattica, terrorizzata ed inerme di fronte al pensiero di rimanere soli senza il guru che detta il verbo. Ne sono esempi concreti l’invenzione strozzata appena dopo la nascita della lista/scopo, l’alleanza sfumata con Ambrosoli in Lombardia, l’accattonaggio fatto verso la lista Monti.

Come un sasso gettato in uno stagno, ai molti che hanno preso le distanze da tutto quello che abbiamo appena raccontato, segnaliamo le parole del filosofo tedesco Karl Loewenstein:“lo schema prevalente della designazione cooptativa della leadership viene meno solo quando la base degli iscritti riesce, con una rivolta di palazzo, a spodestare la dirigenza e ad imporre un proprio gruppo dirigente. Queste rivoluzioni interne ai partiti sono tuttavia rare e sono in genere il segno di un declino o di una crisi del partito da imputarsi al fallimento del gruppo dirigente in carica. Il più delle volte questi conflitti si configurano come contrasti generazionali, ma hanno successo solo se il partito ha ancora una sua vitalità”.

Soundtrack1:’Pulse’, Steve Reich

Soundtrack2:’I’m Jim Morrison, I’m dead’, Mogwai

 

 

L’antidoto alla chiarezza

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Marco Pannella è per me un punto di riferimento non soltanto politico ma umano nel senso più ampio. Lo è per quel che ha rappresentato e continua a rappresentare (nel senso di dare immagine col proprio corpo e con le proprie parole, non di essere rappresentante). Eppure, non sono e non sono mai stato un “pannellato”, uno di quei poco cartesiani militanti che accettano tutto, anche (e soprattutto) quando non hanno capito un cazzo di niente.

Lo dico a scanso di equivoci, perché non si pensi che chi scrive voglia buttarsi nella – pur divertente, anche se ormai sputtanata – letteratura antiradicale (o meglio: antipannelliana). Per gli amanti del genere c’è Malvino, che basta e avanza.

Fatta questa premessa, andiamo al sugo della questione. Per cominciare, cito Valter Vecellio, che, per rispondere alle accuse di ridondanza e verbosità mosse al leader (e cioè “all’ovvio, al banale che giorno dopo giorno si rovescia su Pannella e i radicali”), cita Sciascia:

“Si fa quello che si può: e per richiamare l’attenzione degli italiani su un così grave e pressante problema, Pannella è spesso costretto (lui che, a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale) a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane. Ma come si fa a vincere quella che si può considerare una congenita insensibilità al diritto degli italiani, se non attraverso la provocazione, l’insulto, lo spettacolo? Si suol dire – immagine retorica tra le tante che ci affliggono – che l’Italia è la “culla del diritto”, quando evidentemente ne è la bara…”

Come non essere d’accordo, in linea teorica, con Sciascia (e quindi con Pannella)? La provocazione, l’insulto e lo spettacolo possono essere strumenti comunicativi molto efficaci per affrontare la “congenita insensibilità al diritto degli italiani” e convertirla, almeno preliminarmente, in convinta curiosità cialtronesca. Certo, bisogna inoltre ammettere che a volte sono l’unico strumento a disposizione per porre rimedio agli innegabili giochetti televisivi della partitocrazia (cazzo, l’ho detto), e si rivelano quindi una scelta obbligata: tacere oppure sorprendere.

Ciononostante,  un conto è suscitare le coscienze attraverso quella che si potrebbe definire “fantasmagoria politica”, un altro è ribaltare rimbaudianamente le parole, il senso fino allo sputo, come cantava Vecchioni. Cito integralmente Marco Pannella, che è intervenuto sull’emergenza carceri al Tg2 di Ferragosto:

“Buon ferragosto e ringraziamo Tg2 e i suoi novanta secondi con cui ci permette di augurarcelo, augurarcelo nel momento in cui tutta l’Italia ma la terra il terreno i fiumi hanno sete, una maledetta sete, che bisogna soddisfare. E’ la sete per cui non dobbiamo parlare, per cui non dovete ascoltarci, per cui non dobbiamo, tutti quanti, consentire di dire che le carceri sono il luogo oggi più nobile e tragico di tutto il paese, che il regime è in flagranza assoluta, criminale secondo tutte le legalità. Bisogna interromperla, perciò non vogliono che si parli di amnistia, di diritto. Caro presidente, la prepotente urgenza di continuare ad ammazzare questa civiltà, questo popolo, questa terra. Ma ce la faremo, ce la faremo. [silenzio di quindici secondi, mani giunte come per pregare]. Grazie, forza, la forza dell’amore, della nonviolenza. Lasciamoli essere violenti solo a loro, criminali.

Si può continuare a dire che gli italiani sono insensibili e non colgono le istanze radicali (del resto, lo 0,qualcosa% che si prende alle elezioni lo testimonia piuttosto decisamente), ma non senza ammantarsi di uno snobismo che, lasciatemelo dire, stride un po’ con il desiderio di parlare alla maggioranza delle persone. Perciò, io me ne tiro fuori.

Non sarebbe forse più onesto dire che – per diverse ragioni – non si riesce più a comunicare il proprio (potente, perdio, potente) messaggio? Qualche decennio fa, la fantasmagoria politica di Marco Pannella e la saldezza d’animo di Emma Bonino riuscirono a smuovere le coscienze di tante e tante casalinghe di Voghera, non certamente grazie ad un linguaggio facile, ma perché furono capaci di farsi comprendere, di portare in superficie ciò che molti sapevano ma pochi riuscivano a dirsi.

Oggi che i soggetti a cui parlare sono altri e sull’insulto qualcuno fonda la propria esistenza politica (il vaffanculo di Grillo, per capirci), lo spettacolo eclatante non fa più impressione né compassione nel senso etimologico. Oggi l’antidoto contro l’ovvio e il banale non può e non deve essere la rarefazione concettuale, la balbuzie semantica. Oggi, più che mai, l’antidoto deve essere la chiarezza. Mentre (lo dico con grande dispiacere) le parole di Pannella al Tg2 mi paiono un ottimo antidoto alla chiarezza.

È una faccenda prioritaria, io credo, e ne va di una questione importante come quella dell’emergenza carceri. Ma ne va anche della sopravvivenza di un movimento che resta l’unico realmente impegnato nella difesa del diritto in tutte le sue sfaccettature, l’unico grazie al quale spesso mi ricordo dove sto andando e cosa sto facendo.

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

in economia/politica/società by

Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

Il mezzo non giustifica il fine

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“No perché sai, stiamo discutendo di amnist…”. Ancora prima di dire “ia” , il suo sguardo si distoglie e il mio interlocutore smette di ascoltare. Costui è una persona intelligente, onesta e informata. Uno di quelli che pensa che in carcere ci possa finire chiunque, da innocente o da colpevole, e che la condizione carceraria in Italia sia scandalosa. Il mio interlocutore è la persona da convincere in Italia per vincere le elezioni e/o per riformare qualcosa. Al mio interlocutore il concetto di amnistia non va proprio giù. Pensa quello che penso io, cioè che l’amnistia sia la bandiera bianca di uno Stato che non sa più nemmeno provvedere a una delle sue funzioni più elementari, la giustizia. La differenza tra me e lui è che io sarei disposta a sopportarla, un’amnistia, se servisse a risolvere la situazioni delle carceri italiane. Lui, invece, no. Si può cercare di convincerlo, certo. Ma bisognerebbe provarci con qualche altro milione altrettanto contrario e probabilmente non ci riusciremmo. Attualmente pare che l’unico effetto della parola “amnistia” sia quello di chiudere ermeticamente occhi e orecchie dei nostri interlocutori. Anche quando proponiamo l’amnistia assieme alla riforma della giustizia e alla depenalizzazione di droghe e immigrazione clandestina, tutto quello che sentono è “amnistia” e chiudono l’audio. Siamo sicuri che la strategia migliore per alleviare le pene di chi sta in carcere sia quella di chiedere una cosa percepita come così estrema da fornire l’alibi per non ascoltarci su niente? Forse è ora di capire che l’amnistia è un mezzo e non un fine e che se un mezzo non funziona forse vale la pena pensare a un altro mezzo. I carcerati aspettano.

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