un blog canaglia

Tag archive

aborto

Nichi Vendola, un vero leader

in politica/società by

Se crediamo che un vero leader guidi non con le parole ma con l’esempio, Nichi Vendola, in queste ore, si è manifestato come leader più che in tutta la sua precedente carriera politica.

La nascita del figlio del proprio compagno, avvenuta grazie alla maternità surrogata, è, appunto, il perfetto esempio del fatto che, in un (mi scuso per i termini) “mondo globalizzato”, una legislazione restrittiva ha effetto solo su chi non può permettersi di aggirarla andando all’estero.

Perché sia chiaro a tutti che Vendola e il suo compagno non hanno violato alcuna legge visto che a) la normativa americana concede e regolamenta la gestazione conto terzi e b) il padre biologico del bambino è il compagno di Vendola (di cittadinanza canadese). Esattamente come tutti coloro che vanno a prostitute in Olanda, ad abortire in Svizzera, a fare la fecondazione assistita in Spagna e a suicidarsi (di nuovo) in Svizzera. Tutto questo in totale sicurezza fisica e sanitaria, con il necessario conforto psicologico e, sopratutto, in un clima di perfetta normalità lontana anni luce dagli inquisitori da operetta di casa nostra.

E invece i poveri si attaccano al cazzo (scusate per la parola “poveri”, so che non siete abituati): le loro prostitute sono delle schiave, farsi le canne arricchisce la mafia, l’aborto si fa nei cassonetti o in casa di qualche macellaio (a proposito, sapevate che il governo ha depenalizzato l’aborto clandestino ma ha alzato la sanzione amministrativa da 51 a 5000 euro PER LA GESTANTE?), se non puoi avere figli prendi il numeretto e aspetti (e aspetti, e aspetti, e aspetti), e se sei inchiodato al letto, non preoccuparti che qualcuno ti porterà da bere anche se non vuoi.

Metteteci anche che se puoi permetterti passaporto e albergo qualsiasi paese al mondo ti accoglierà a braccia aperte* ma se per caso non è così ti aspettano recinzioni e mazzate.

Quindi grazie mille Nichi: ci hai dimostrato meglio di chiunque altro che l’Italia non discrimina in base a religione, razza, nazionalità o orientamento sessuale ma solo in base al censo. Mi sa che è la cosa più di sinistra che hai fatto in vita tua.

*per modo di dire: mia moglie, cittadina russa trasferitasi in Italia per motivi di lavoro all’interno della stessa azienda multinazionale, è dovuta andare una volta l’anno qui per farsi prendere le impronte digitali nell’evenienza che accoltelli qualcuno.

Piccolo manuale di small talk

in humor/ by

Ciao.
Un annetto fa io e il collega Omar “JJ Spalletti” Kalašhnikov scrivevamo a tre mani e un ginocchio due graziosi manualetti di convivenza urbana per sociopatici (1, 2) succesivamente editi da Marsilio Editore e infine usciti in edicola col noto mensile di indagine scientifica Tushy (conosciuto in Italia col nome di Riza Psicosomatica).
Succede però che, malgrado tutta la tecnica e l’impegno, arriva il momento in cui la società devi affrontarla per forza, specialmente attraverso quelle micro-conversazioni che i britannici chiamano “small talk“.
Anche se gli smartphone hanno il merito di levarci dall’imbarazzo in innumerevoli situazioni di compagnia forzata non sono, me tapino, ancora in grado di creare un vero e proprio campo magnetico di solitudine sociale, nè alcuno tra i meccanismi di autodifesa tanto comuni in natura: la nube d’inchiostro della seppia, la scarica elettrica del serpente marino, la capacità di planare via dai problemi della volpe volante australiana, gli aculei dell’istrice, lo sconvolgente gozzo di Iginio Massari.
È dunque per questa ragione che mi appresto a scrivere questo umile manuale di small talk facendone dono a chiunque volesse usufruirne.
Di seguito alcuni soggetti semplici, addirittura banali, per levarvi dalle pesche.

L’aborto
Forse di primo acchito non vi sembra un tema semplice, avete torto, basta usare il giusto tatto e mettersi nei panni di chi vi sta di fronte: cosa vorrebbe sentirsi dire sull’aborto?
Ecco quattro rapidi modi di iniziare una conversazione sull’aborto.

  1. Ora noi parleremo dell’aborto.
  2. Anche tu qui col bambino? Dimmi, come sarebbe stata la tua vita se lo avessi abortito?
  3. Allora, per il buffet io ho portato una cheescake alle fragoline di bosco, alcune bottiglie di Chinotto Lurisia e un’insalatona di patate con piselli, maionese, feti e cardamomo. Ma no amici miei, stavo solo scherzando, lo sanno tutti che feti e cardamomo non legano.
  4. Bella giornata, eh? Clima perfetto per un aborto!

Introdotto l’argomento il grosso è fatto, ora potete iniziare con la conversazione vera e propria:
1) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposta una donna? Non si sa di preciso, però è doverso citare la signorina Wilma Tamara Killercat di Midwest City, Oklahoma, che andò sotto i ferri quarantuno volte e tutte quante prima dei sedici anni.
2) Qual è il massimo numero di aborti a cui si è mai sottoposto un uomo? ZERO (hahahahahaha)
3) Che sapore hanno i feti? Simile alla rana pescatrice ma più nodosi.
4) Cosa succede dopo l’aborto se i “genitori” ci ripensano? Eh, bisogna ricominciare la procedura da capo, è probabile che compaia un aumento dei sensi di colpa che potrebbe manifestarsi sotto forma di secchezza vaginale (lei) e disfunzioni erettili (lui).
5) Dove finiscono i feti abortiti? Dipende, per legge dovrebbero essere smaltiti dalla clinica – e nella maggior parte dei casi trasformati in burrocacao – ma se allungate una bustarella all’infermiera le possibilità sono pressoché infinite: potreste consegnarlo al vostro tassidermista di fiducia, pressarlo e incorniciarlo, appesantirlo con dei piombini da pesca e adoperarlo come elegante ferma-carte, cucirlo sopra un guanto e usarlo come marionetta per spaventare fratellini e sorelline, tatuargli sulla minuscola schiena TOO LATE ADINOLFI e lanciarlo a una manfestazione delle sentinelle in piedi.
E così via.

Disabili
Grandissimo topic.
Vero è che la gente si risente molto se il soggetto non viene affrontato con la doverosa delicatezza, quindi vi invito a far tesoro dei quattro incipit qui sotto, sono frutto di una dura selezione e sono stati provati e riprovati per ottenere la massima efficacia.

  1. Ho un amico spastico che ti somiglia tantissimo
  2. Ieri ho aiutato una ragazza disabile ad appoggiare la spesa nel baule dell’auto e lei per gratitudine mi ha fatto un pompino, dopo per il rimorso l’ho dovuta uccidere. No dai scherzo, BY THE WAY hai mai dovuto disfarti di un cadavere?
  3. Ma tu ci pensi mai ai disabili? No, dico, come saranno diventati così? È un processo tipo quello del bruco che diventa farfalla?
  4. Giochiamo a chi ha più disabili in famiglia? Comincio io, papà sordo in vita (+2 punti) nonna alzheimer morta (+1 punto) nonno demenza senile morto (+1 punto). No amico mio, essere bassi non vale, no, non è una disabilità, ti dico che non vale, insisto, giungiamo ad un compromesso: è una disabilità ma vale solo mezzo punto.

Siete dentro, via alle danze.
Utilissime le storie di vita vissuta, come la seguente.
Mentre ristrutturavo casa ero solito recarmi presso un’isola ecologica per il conferimento dei rifiuti, ivi un ragazzo affetto da sindrome di Down assisteva i cittadini, la sua assistenza consisteva soprattutto nel prenderli malamente per il culo, tipo:

lui: io aiuto le persone che portano l’immondizia
io: ah, molto gentile, mi dai una mano con questi sacchi?
lui: col cazzo, sono mongolo.

Poi il bastardo rideva, non avete idea di quante volte gliel’ho visto fare.
Aveva anche altre uscite sagaci, tipo:

io: hai visto come ho separato bene tutto quanto? Cemento da una parte, ferro dall’altra.
lui: bravo, purtroppo ho finito le medaglie.

Un grandissimo figlio di puttana.
Proseguite con ficcanti analisi sociali, ad esempio: avere il cazzo piccolo può essere considerata una disabilità? Le donne – che notoriamente non hanno il cazzo – sono allora tutte disabili?
Sapete perché non vedete mai disabili cinesi? Perché tipo ha che fare con l’immigrazione…container…funerali…astici…reticolo endoplasmaticogalassia nana ellittica del cane maggiore…A ME COMUNQUE NON LA SI FA!

Pedofilia
Lo so, lo so, vi state chiedendo in quale situazione questo potrebbe mai essere oggetto di small talk.
Fidatevi di me, come per l’aborto basta usare uno degli incipit qui sotto, sono incipit garantiti, se non dovessero funzionare voi tornate qui e ve li sostituiamo con degli incipit nuovi.

  1. Pedofilia! Incredibile come dietro un nome così promettente si nasconda una pratica per certi versi discutibile.
  2. Anche tu qui con i bambini? I miei? No guarda, io sono un pedofilo in ricognizione…SCHERZONE HAHAHAHAHA…no invece sono serio…CI SEI CASCATO DI NUOVO…del resto cosa ci posso fare quelle piccole natiche sode mi fanno uscire di senno…TAAAAAAC, EH MA SEI PROPRIO UN BOCCAOLONE DAI!
  3. Io i pedofili li ammazzerei tutti presenti esclusi.
  4. Indovinello: cosa ci fa un pedofilo col cazzo di fuori dentro il cortile di un asilo? Allora? Non lo sai? È UN PEDOFILO COL CAZZO DI FUORI NEL CORTILE DI UN ASILO HAI BISOGNO DELL’AIUTO DA CASA?

Entrati nelle grazie dei vostri interlocutori è arrivato il momento della discussione, ad esempio:
1) Giacere coi bambini non è prima di tutto scomodo da un punto di vista ergonomico? I migliori pedofili dicono di che si, è scomodo ma ne vale comunque la pena.
2) Farsi fare una sega da un bambino di otto anni può davvero essere considerata pedofilia? Siamo sicuri? E se prima lo hai bendato? Ah ma allora vuoi il proibizionismo vuoi. E come ti permetti di giudicarmi? Non ci ha insegnato niente Gesù con la storia sullo scagliare la prima pietra?
3) Cosa succede alla canzone Felicità di Al Bano se le parole “la felicità” vengono sostituite con “scopare bambin”?
Niente di particolare, rimane comunque un brano molto orecchiabile.
4) Immaginate per un attimo di essere pedofili, quale bambino di vostra conoscenza molestereste per primo?
5) Una recente indagine del prestigioso college di Auanaganas, New Mexico, ha dimostrato che se è vero che alcuni genitori sono spaventati dai pedofili è altrettanto vero che moltissimi genitori sono atterriti dalla possibilità che un pedofilo possa considerare il loro figlio poco attraente. Del resto a voi farebbe piacere che un pedofilo considerasse vostra figlia “bruttina”?
E avanti così, senza paura.

Senza aborto non esiste contraccezione

in società by

Si sente dire spesso, in modo particolare da parte del cosiddetto fronte cattolico, che l’aborto viene usato troppo disinvoltamente come metodo contraccettivo: con ciò, evidentemente, stigmatizzando le leggi che lo consentono e sostenendo che quelle leggi inducono le donne ad essere meno responsabili di quanto dovrebbero.
Poi, un giorno, uno legge del Paraguay.
Dovete sapere che in Paraguay succedono due cose: primo, c’è un numero altissimo di bambine sotto i 14 anni che restano incinte; secondo, l’aborto è sostanzialmente illegale, tranne nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita.
Si può non vederla, la relazione che esiste tra questi due elementi: oppure, più probabilmente, si può fingere di non vederla. Eppure c’è, è decisamente evidente e demolisce, capovolgendola, la retorica dell’aborto legale come incentivo all’irresponsabilità.
Perché il divieto di abortire, che piaccia o no, è ispirato a un indiscutibile principio di fondo: l’autodeterminazione di una donna è così poco importante da essere subordinata, per legge, perfino alla mera sussistenza biologica di un embrione.
Da ciò discendono almeno due conseguenze: nel lato maschile della società viene largamente promossa la visione della donna come di un buco, o una fica, o un utero (scegliete voi la parola che preferite) senza cervello né dignità; nel lato femminile viene scoraggiato qualsiasi percorso verso la responsabilità sessuale, giacché è noto che responsabilità e libertà vanno di pari passo, né la prima può svilupparsi in assenza della seconda.
Ci si può meravigliare che in un contesto del genere prosperino gli stupri sulle bambine da un lato e l’irresponsabilità sessuale delle bambine dall’altro? Direi proprio di no.
Quindi eccoci alla relazione: dal fatto che l’aborto sia vietato consegue, in larga misura, il fatto che troppe adolescenti restino incinte.
Il che ci conduce al problema iniziale: è vero che l’aborto legale viene utilizzato come metodo contraccettivo, o piuttosto è vero che in un’accezione larga, ma non per questo meno stringente, lo è, nel senso che rappresenta il presupposto culturale di qualsiasi altra forma di contraccezione, perché impone l’idea della donna come essere pensante e aumenta la responsabilità sessuale delle donne attraverso il rafforzamento del loro diritto ad autodeterminarsi?
Pare un particolare irrilevante, e invece è un abisso.
La verità? Senza aborto legale diventa un miraggio anche la contraccezione.
Vediamo di ricordarcelo, quando qualcuno cerca di attaccarlo anche dalle nostre parti.

L’aborto negato, una questione di mala amministrazione

in politica by

Succede fin troppo spesso, nel nostro povero paese, che una certa condotta sia prevista obbligatoriamente dalla legge, ma siccome nessuno si perita di adottarla si invochi la necessità di un’altra legge che la preveda di nuovo, magari in modo più puntuale, più dettagliato, più stringente.
Prendete l’obiezione di coscienza sull’aborto, ad esempio. Come tutti sanno, essa è disciplinata dai primi 3 commi dell’art. 9 della Legge 194/1978, che recitano quanto segue:

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.
L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.
L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Sin qui nulla di nuovo.
Senonché, il successivo comma 4 del medesimo articolo stabilisce un principio molto importante:

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

Quindi: la legge 194 prevede il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei ginecologi, ma al contempo precisa che esso non può pregiudicare la concreta possibilità che le donne accedano senza intoppi all’interruzione di gravidanza, e stabilisce chiaramente che ad assicurare questa condizione debbano essere le Regioni.
Ebbene, la domanda è: le Regioni sono adempienti rispetto a tale obbligo?
Mi pare chiaro ed evidente, se è vero che in certe zone del paese non è letteralmente possibile abortire al punto che per poterlo fare occorre sistematicamente “emigrare” in zone diverse, che molte Regioni non lo sono affatto. In barba a quanto prevede la legge.
Il che, in effetti, dovrebbe spostare sensibilmente il punto di vista che siamo abituati ad adottare sul fenomeno; perché qua, più che a un’epocale offensiva fondamentalista capitanata dal papa e dalle gerarchie ecclesiastiche sulla scorta di un grande dibattito sulla vita e sulla morte, siamo di fronte a una situazione di spessore assai più modesto: il solito, consueto, endemico malfunzionamento della pubblica amministrazione che affligge il nostro povero paese.
Si tratta di un problema che tutti conoscono fin troppo bene: giacché a tutti è capitato, prima o poi, di imbattersi nella situazione in cui lo Stato, le Regioni o i Comuni dovrebbero obbligatoriamente fare qualcosa, in base alle norme che essi stessi si sono dati, ma se ne strafottono alla grande e non la fanno, oppure la fanno in modo diverso; senza che ai cittadini sia possibile fare alcunché -salvo intraprendere epiche odissee giudiziarie riservate a una manciata di veri e propri eroi civili- per costringerli ad adempiere il proprio dovere.
In simili circostanze, che sarebbe inutile (e soprattutto troppo lungo) elencare puntualmente, gli enti pubblici si vengono a trovare nella condizione di veri e propri “fuorilegge”: e il guaio è che nel nostro paese ciò accade in modo pressoché sistematico, al punto che ormai tutti ci abbiamo fatto il callo e quasi nessuno se ne meraviglia più.
Ecco, a me pare che il problema dell’aborto negato a causa della cosiddetta “obiezione di coscienza selvaggia” stia quasi tutto qua: nella clamorosa e pervasiva inefficienza della nostra pubblica amministrazione, alla stessa stregua dei tempi geologici della giustizia, del malfunzionamento dei mezzi pubblici, delle città invase dalla mondezza e via discorrendo; e che il tentativo di “nobilitarlo” spostandolo su un piano più elevato, quello del grande dibattito ideale, sia un modo come un altro per ciurlare nel manico.
Come dicevo all’inizio, nel nostro povero paese succede fin troppo spesso che una certa condotta sia prevista obbligatoriamente dalla legge, ma siccome nessuno si degna di adottarla si invochi la necessità di un’altra legge che la preveda di nuovo.
Ebbene, ogni volta che succede io sono un tantino diffidente, perché so che molto probabilmente finché non si rimuovono le condizioni che hanno determinato il primo inadempimento anche la nuova legge verrà disattesa: ancorché più puntuale, più dettagliata, più stringente.
Quindi, tanto per tornare al merito della questione: facciamola pure, la norma che preveda con esattezza le quote di medici obiettori e di medici non obiettori per ciascun ospedale; ma cerchiamo di non illuderci, perché finché qualcuno non si deciderà a mettere le mani nella merda del nostro apparato pubblico, e a mettercele fin sopra i gomiti, probabilmente se ne strafotteranno allegramente anche di quella.
Poi non dite che non vi avevo avvisato, eh.

L’insensata obiezione di coscienza dei volontari

in società by

Vediamo se mi riesce di spiegarmi.
Io non ho nulla contro l’obiezione di coscienza: anzi, ne sono un convinto sostenitore, e sono fiero che il mio partito, negli anni in cui non ero che un marmocchio frignante, abbia contribuito in modo determinante al suo riconoscimento come diritto civile di ciascun individuo.
Dopodiché, come sempre, prima di aprire bocca sarebbe opportuno pensare a ciò che si dice: anche, e direi a maggior ragione, se si riveste una qualifica importante come quella di papa.
Ebbene, pensandoci mi viene da rilevare questo: che l’obiezione di coscienza in relazione a un obbligo il cui adempimento viene sanzionato penalmente è un conto, mentre l’obiezione di coscienza rispetto a un’attività che si è scelto di svolgere è un altro.
Voglio dire: nel 1972, allorché arruolarsi nelle forze armate era un’imposizione per tutti, affermare la propria adesione alla nonviolenza, e quindi il proprio diritto a rifiutarsi di imbracciare un fucile senza essere arrestati, costituiva un’istanza sicuramente ragionevole; molto più ragionevole, ad esempio, rispetto all’ipotesi in cui qualcuno, nel 2014, prima decidesse volontariamente di arruolarsi, e poi blaterasse che l’uso delle armi lo ripugna. Perché in questo caso si potrebbe eccepire una cosa semplice del tipo: beh, fare il militare implica in sé la necessità di sparare, e se sparare non ti piace potevi sceglierti un altro lavoro, mica ti hanno obbligato. Adesso, scusa, che vai cercando?
Ecco, a me i ginecologi che sono obiettori di coscienza per l’aborto ricordano un po’ questo ipotetico militare.
Fare il ginecologo in Italia nel 2014 implica, tra le altre cose, l’incombenza di procurare aborti, e chi si iscrive alla relativa scuola di specializzazione (ripeto: volontariamente e senza essere obbligato da alcuno) lo sa dall’inizio: quindi, scusate, che va cercando? Se l’aborto è una faccenda che non gli piace (il che è legittimo) è liberissimo di scegliere altro: ortopedia, oculistica, odontoiatria, gastroenterologia e via discorrendo con tutta la lista delle possibili specializzazioni, oppure di fare il commercialista, l’avvocato, il prete o l’idraulico.
Casomai, il problema si può porre (e credo si debba porre) per i ginecologi che già esercitavano prima del 1978: perché quelli, effettivamente, avevano scelto la loro professione quando l’aborto non era legale, e quindi non potevano sapere che da un giorno all’altro sarebbero stati costretti a praticarlo.
Insomma, secondo me in questi casi l’obiezione di coscienza ha senso soltanto se concepita come regime transitorio per alcuni: un po’ come se domani legalizzassero l’eutanasia e alcuni degli anestesisti attualmente in attività, che si sono specializzati quando l’eutanasia non c’era, non si sentissero di praticarla.
Tutti gli altri, come ripeto, lo sanno prima: e quindi, poiché siamo in un paese libero, possono tranquillamente decidere di fare altro.
Perciò, per favore, smettiamola di fare paragoni col servizio militare e con le battaglie degli anni ’70: sono così palesemente fuori luogo da dare la sensazione che si stia, davvero, pescando nel torbido.

Qualcosa non è cambiato

in politica/società by

E’ forse cambiato qualcosa dal Berlusconi che qualche anno fa chiedeva che fosse concesso ai divorziati di prendere la comunione? Espresse il desiderio, e non potendo chiedere a qualcuno dei suoi di buttar giù la bozza di un disegno di legge, ne ottenne le pernacchie a mezzo stampa di Bagnasco.
Un brutto trattamento, si deve ammettere, per chi come lui si era appena tanto e sollecitamente pronunciato sulla potenziale fertilità del corpo immobile di Eluana Englaro.
“L’ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio”. Una frase blasfema, specie se vista – come mi è stato raccontato – incorniciata al muro nell’ufficio di un sacerdote. E se ci è arrivato un prete, figuriamoci quanto Berlusconi abbia potuto farne tesoro.
Il fatto è che il Cavaliere non è mai piaciuto alle tonache di là del Tevere, c’è poco da fare. E dopo lo svacco delle cene eleganti non c’era più ragione neanche di far finta di provarci, a piacergli.

La fidanzata monella che altrimenti sembra detti la linea, la noia mortale del crepuscolo politico senza più clamori, la necessità di non sembrare troppo vecchio e in ritardo rispetto al giovanissimo e moderno rottamatore. Tutte cose per le quali Berlusconi sarebbe disposto a santificare l’unione del pastore con il gregge, altro che omosessuali.
Eppure i “conservatori” se ne vogliono dire stupiti, sfogliando Libero. Vogliono indignarsene leggendo il Giornale. Addirittura vogliono incazzarsene leggendo il Foglio.
Non volevano il divorzio e divennero l’Italia dei divorziati. Difendevano la famiglia, e ne mantennero due o più in contemporanea. Abbaiarono all’aborto e lo praticarono con la leggerezza di un divieto di sosta. E adesso vogliono prendersela con Berlusconi, accusandolo di tradimento, di prolasso ideologico (cit.), di deriva elettorale (Berlusconi!) e di altre inconsistenti ovvietà?
Ah se al tempo si fossero fidati dei voti monarchici, che fregatura avrebbero preso i venturi costituenti cattolici. Ah che dolori se poi, anni dopo, si fossero affidati davvero (!) al voto antiabortista, di quelli che giuravano mai si sarebbero abituati all’idea. E poi, invece… Fa bene quindi Berlusconi a non fidarsi. Fa bene a fingersi ora, o ad essersi finto prima (non fa alcuna differenza).

Del resto questi volubili conservatori, diciamolo, hanno davvero rotto il cazzo. E mai come oggi che dicono di esserselo rotto anche loro (la notizia, semmai, è che l’hanno trovato). E non perché chi li contraddice abbia la verità in tasca, ma per il semplice fatto che non si sa cosa vogliano. Si salvano, in qualche modo, solo per la malmostosa ipocrisia di chi sostiene i riformatori al comando. Che pure da quelli e dalle loro subordinate di convenienza ci si scampi in qualche modo.
Ma siamo in anni caotici. Abbiamo a che fare con termini nuovi ed espressioni misteriose. Come “big tent”, quando l’unica che si sia vista qui da noi è stata quella beduina di Gheddafi a Villa Pamphili. Anni in cui i mangiapreti e gli alfieri del principio di legalità ululano interi passi del Vangelo e citano Papi morti e viventi in nome della laicità. E si vuole che i conservatori sappiano dove si trovano e che cosa stanno dicendo? Via, siamo seri.

194 volte vergogna

in società by

Non so a voi, ma quando leggo le percentuali dei medici obiettori di coscienza in Italia a me viene un poco di nausea. Sette ginecologi su dieci: il 70%. E parliamo della media nazionale, perché a livello regionale si toccano picchi sconcertanti. Pensate che a Roma (che sarebbe pure una capitale europea) solo un medico su dieci non è obiettore. Non so se è chiaro: uno su dieci. Pensate che in Basilicata l’85,7% dei ginecologi non pratica l’interruzione volontaria di gravidanza; in Sicilia l’80%; in Veneto il 76,7%; in Lombardia il 66,9%; in Campania l’83,9%. Tradotto in termini pratici: in alcune aree del nostro paese l’aborto volontario, il cui diritto è sancito dalla legge 194, è tecnicamente impossibile.

Ciò significa che –  trentasei anni dopo il referendum del 1978 – per abortire le donne devono ancora ricorrere a soluzioni alternative o a corsie preferenziali. Come fare viaggi interregionali per raggiungere strutture ospedaliere con medici non obiettori, oppure andare all’estero (Svizzera, Francia, Gran Bretagna le mete più gettonate), oppure ricorrere all’aborto clandestino – ebbene sì, nel 2014.

È molto frequente che in un ospedale vi sia soltanto un medico non obiettore (al Policlinico Federico II di Napoli, ad esempio, quando è morto il ginecologo hanno dovuto interrompere il servizio; stiamo parlando di un policlinico della terza città italiana, una città abitata da un milione di persone). È quindi estremamente frequente che quest’unico medico sia sommerso dalle richieste e che faccia fatica ad accoglierle tutte entro i 90 giorni prescritti dalla legge.

Va da sé che i costi per le donne sono altissimi sia in termini psicologici che economici. E che, viste l’impossibilità di accedere al servizio e le lunghissime liste d’attesa, siano spesso disposte ad accettare costi aggiuntivi. Ad esempio, pagare un pizzo di 100 euro. Magari dopo aver sentito pronunciare parole come queste:  “Se vuoi fare subito, due o tre giorni, devi pagare questo. Se invece vuoi andare all’altro ospedale, non paghi niente, ma c’è molto da aspettare”. Del resto, cosa sono 100 euro in confronto all’ipotesi di dover rinunciare all’interruzione oppure di dover andare all’estero (dove i costi per gli aborti farmacologici talvolta superano i 1500 euro)?

Certo, ci si può, forse ci si deve, indignare per la disonestà di coloro che richiedono denaro per accelerare i tempi; e che quindi schiacciano ogni tipo di deontologia e di legalità. Purché non si dimentichi che c’è un sistema che non solo permette ma produce questo genere di illegalità, facendo diventare un’odissea l’interruzione di gravidanza. Purché non si dimentichi che il “mercato dell’aborto” non sarebbe possibile senza la negazione di un diritto, senza la mortificazione della dignità della persona. In poche parole: senza l’obiezione di coscienza.

Dove sono, oggi, le biancovestite?

in politica by

In Italia, nella capitale dell’Italia, è possibile che a una donna venga sequestrato il corpo due volte: la prima perché non può accedere alla diagnosi pre-impianto pur essendo potenzialmente portatrice di una terribile malattia genetica, e la seconda perché dopo aver scoperto che il feto che porta in grembo è affetto da quella malattia l’obiezione di coscienza la costringe ad abortire come un animale, in un cesso, tra conati di vomito e svenimenti.
Ecco, a questo punto mi sorge una curiosità: cosa dovremmo aspettarci che facessero, oggi, le parlamentari che ieri si sono vestite di bianco per difendere le quote rosa nella legge elettorale?
Come minimo, se nella vasta gamma delle vicende umane esiste un minimo di proporzione, che accorressero davanti a quell’ospedale coi vestiti bianchi ancora addosso e se li stracciassero gridando fino a restare ignude e senza voce, finché qualcuno non si presentasse a dar loro conto di come sia potuto avvenire un abominio del genere.
Invece, a quanto mi risulta, davanti all’ospedale quelle parlamentari non ci sono andate: né vestite, né ignude; e mi premetto di dubitare che lo facciano nelle prossime ore.
Fate il favore: abbiate almeno la decenza di non venirci a raccontare ancora che il problema è la parità di genere nella legge elettorale.

Obiezione nella mensa

in società by

Facciamo un piccolo esperimento mentale, così magari ci capiamo.
Facciamo che vostro figlio frequenta una scuola elementare presso la quale, come ormai si usa di questi tempi, si trattiene per pranzo tutti i giorni; facciamo che io lavoro in quella scuola elementare come addetto alla mensa; e facciamo che, essendo vegetariano, non tollero che vengano uccisi degli animali allo scopo di mangiarli, e quindi mi ripugna l’idea di servire carne durante il mio lavoro.
Anzi, facciamo che mi rifiuto proprio di servirla, rivendicando il mio diritto all’obiezione di coscienza e chiudendo la questione con un lapidario “la serva qualcun altro”: di tal che, quando sono di turno io, la carne non si mangia e basta.
Che ne dite, la cosa vi darebbe fastidio? Secondo me sì.
Ma questo non è ancora niente.
Facciamo che per una serie di ragioni, sulle quali in questa sede possiamo anche sorvolare, in quella scuola lavorano solo vegetariani come me: col risultato che per tutelare il legittimo diritto all’obiezione di coscienza da parte dei vegetariani a vostro figlio (e a tutti gli altri bambini che frequentano quella scuola) viene sistematicamente impedito di mangiare carne.
Siate sinceri: dovendola subire, reputereste accettabile una situazione del genere? Oppure andreste dal preside a protestare? E cosa fareste se il preside vi dicesse che il diritto all’obiezione di coscienza dei vegetariani è insindacabile e che voi siete degli illiberali perché non lo tenete nella giusta considerazione? Non rispondereste, per caso, che fare l’addetto a una mensa implica la necessità di servire carne di quando in quando, o perlomeno che la scuola dovrebbe assicurare la presenza di addetti non obiettori in numero sufficiente da assicurare ai vostri bambini il diritto a nutrirsi come meglio credono?
Ecco, quando si discute dell’interruzione di gravidanza e del diritto all’obiezione di coscienza sarebbe bene tenere bene in mente questo piccolo esempio.
E riflettere, prima di parlare a vanvera.

La Vita e la morte della 194

in società by

Mentre discutiamo di sottosegretari, espulsioni di grillini e dei vestiti delle ministre, i dati ci dicono che la legge 194 sta morendo. L’interruzione volontaria di gravidanza eseguita in strutture ospedaliere pubbliche in certe zone del Paese è una utopia perché i medici obiettori sono molto più degli altri.

Ovviamente, questo non significa che non si abortisca più: semplicemente molte donne sono costrette a ricorrere all’interruzione clandestina o con mezzi di fortuna o pagando profumatamente in nero personale qualificato, magari proprio alcuni dei medici che – ufficialmente – obiettano.

Sostanzialmente, grazie alla obiezione di coscienza, gli aborti non diminuiscono, semplicemente si fanno o pagando il pizzo oppure rischiando la vita rivolgendoti alla tradizionale mammana.

In tutto questo, chi gioisce per la ormai mancata attuazione, di fatto, della legge 194 si presenta pure come difensore della “Vita”. “Vita”, capito? Con la “V” maiuscola. Vabbè.

Santé

Sta a noi

in religione/società by

L’aborto è un diritto fondamentale che non c’entra nulla con la concezione cattolica della sacralità della vita, né con quella laica che si richiama alla qualità dell’esistenza.

Questa posizione non toglie nessun diritto a quanti la pensano in modo diverso, e mi sembra che il concetto che molte donne stanno esprimendo in questi giorni – in Spagna e in tutto il mondo – sia piuttosto chiaro e semplice: «decido io se, quando e quanti figli avere».
Decido io, appunto.

Non pretendo di convincere nessuno, ma vorrei che sia chiaro che anche in Italia c’è da combattere un sistema di pensiero, una mentalità che ci colpevolizza, che vuole  impedire una nostra libera scelta. Sta a noi vigilare e agire perché i nostri diritti non vengano calpestati e perché qualcun altro non decida delle nostre vite; sta a noi decidere di non assistere inermi mentre passano sopra alla nostra salute.

Detto questo, c’è da dire che la questione centrale non è aborto sì/aborto no, ma scegliere tra legalità o illegalità, perché una donna che non può portare a termine una gravidanza “semplicemente” non la porterà a termine. E se potrà permetterselo andrà all’estero – nei paesi dove è consentito – oppure si recherà presso strutture non autorizzate, o clandestine, con il rischio di gravi danni per la sua salute. Non si elimina il problema vietando o proibendo, piuttosto lo si amplifica perché si alimenta un mercato nero dove a rischio ci sono vite umane (quelle che i pro-life tanto difendono).

Quello che è successo in Spagna deve servirci da monito, perché potrebbe avvenire anche in Italia.
A conferma che i diritti non si acquisiscono una volta per tutte, ma, ottenuti, vanno continuamente difesi. E la difesa, come giustamente afferma Loredana Lipperini, non può essere di maniera, non basta più la petizione, né il post. Bisogna trovare altre riforme, e appunto altre parole. La narrazione fondamentalista è stata fino ad ora, purtroppo, molto efficace. Non serve censurarla ed è folle ignorarla: va contrastata e bene.
Dobbiamo opporci con un altro tipo di narrazione, in modo non violento, ma non possiamo più restare a guardare.

Ora sta a noi.

Obiezione di intelligenza

in società by

Quando provi ad affrontare l’argomento ti senti rispondere sempre con la solita tiritera: e allora l’obiezione di coscienza del servizio militare? Eri in disaccordo pure su quella? Il che dimostra, ahimè, che in certe circostanze si tende a spegnere il cervello, a ignorare la logica, a strafottersene della ragionevolezza.
Perché il servizio militare, amici miei, era obbligatorio. Il che significa che gli obiettori di coscienza non volevano essere obbligati a prendere in mano un fucile. Non è che prima si arruolavano volontari nell’esercito e poi rompevano i coglioni perché non volevano sparare: nel qual caso, ne converrete, la loro pretesa sarebbe stata un tantino stravagante.
Ci fosse una legge che obbliga tutti a fare i ginecologi per un anno, sarei il primo a battermi per fare in modo che chi lo desidera possa evitare di praticare l’aborto. Però fare il ginecologo non è obbligatorio. E’ una scelta. Cioè, chi si accinge a fare il ginecologo lo sa da prima, che tra le sue competenza ci sarà anche quella di interrompere delle gravidanze. E siccome lo sa da prima ha a disposizione un’alternativa facile facile: non fare il ginecologo. Magari, che so io, l’otorino, l’ortopedico, l’oculista. O addirittura l’avvocato, l’esploratore, l’astronauta. Ma non il ginecologo.
Ora, il consiglio costituzionale francese gliel’ha detto chiaro, ai sindaci che chiedevano di poter fare obiezione e non celebrare i matrimoni gay: fa parte del loro lavoro, per cui quando capita lo devono fare. Senza tante storie. Oppure, se preferiscono, cambino lavoro. Smettano di fare i sindaci e si dedichino a qualche altra cosa.
Perché loro, i sindaci francesi e i medici italiani, nessuno li ha obbligati.
I militari degli anni ’70, invece, sì.
Che dite, è abbastanza semplice per capirlo, o devo farvi un disegnino?

Abortisti

in società by

Su un fatto c’è poco da discutere: l’aborto consegue alla gravidanza, e la gravidanza consegue ai rapporti sessuali.
Ergo: se uno vuole combattere l’aborto, la prima cosa che deve fare è occuparsi dei rapporti sessuali da cui scaturiscono gravidanze non desiderate.
Occuparsi dei rapporti sessuali da cui scaturiscono gravidanze non desiderate può voler dire due cose: o blaterare che da quei rapporti ci si deve astenere, fingendo che ciò sia vagamente possibile e con ciò sconfessando una cosa come seimila anni di storia, oppure prendere atto della circostanza che gli esseri umani -ripeto, da circa seimila anni- trombano, e promuovendo gli strumenti che al giorno d’oggi sono disponibili per evitare che ai loto rapporti intimi conseguano, ove non desiderate, delle gravidanze.
Orbene, da persone come quelle che partecipano alla cosiddetta “Marcia per la Vita”, a parere delle quali l’aborto è il crimine peggiore che sia dato immaginare, ci si dovrebbe aspettare una frenetica attività di diffusione del preservativo e una ostinata propensione ad informare dettagliatamente i cittadini (specie i più giovani) sull’opportunità di usarlo allo scopo di non mettersi nella condizione di perpetrare quel crimine.
Invece, sapete cosa? Per quella gente la contraccezione è una cosa brutta. Cioè: l’utilizzo dello strumento attraverso il quale le gravidanze indesiderate, e conseguentemente gli aborti, potrebbero essere drasticamente ridotte, è un delitto pure quello.
Allora, abbiate pazienza, qua c’è qualcosa che non quadra. Non quadra proprio.
Li volete ridurre davvero, gli aborti? Cioè, dico, volete farlo sul serio? Oppure vi piace semplicemente andare in giro coi cartelli a dare delle assassine alle donne che li praticano?
Le chiacchiere, amici miei, stanno a zero: finché non cambiate atteggiamento sui contraccettivi, finché li maledite, li criminalizzate, ne scoraggiate l’utilizzo, state favorendo alla grande la pratica dell’interruzione di gravidanza.
Il che vale a dire, in italiano corrente, che siete più abortisti degli altri.
A prescindere quello che andate blaterando in giro.

Festa e feti

in religione by

La manifestazione “per la vita” di ieri a Roma si è trasformata nel prevedibile carnevale dell’idiozia (non a caso, era presente anche il nostro Sindaco, che non manca mai quando c’è da baciare l’anello a qualche porporato). Qualche migliaio di persone che in qualche modo hanno ritenuto giusto marciare per tutelare gli embrioni calpestando e sputando sulla vita (vera) di donne e uomini. E, sapete com’è, dato che i cristiani sono tanto disgustosamente buoni, decidono di animare questo baraccone nel giorno della stucchevole ricorrenza della festa della mamma. Da bravi estremisti, i cristiani duri e puri hanno fatto in modo di organizzare il loro carnevale nero giustapponendolo ad altre ricorrenze di carattere più chiaramente politico: l’assassinio di Giorgiana Masi (1977), militante radicale ammazzata a pistolettate durante una manifestazione (ma naturalmente la verità non si saprà mai), l’anniversario del referendum sul divorzio (1974).

Insomma, con noi o contro di noi. Da che parte state? Con gli agitatori politici (le Masi), gli assassini di innocenti (Alemanno ha equiparato l’aborto alla pena di morte), con i traditori della mamma (i radicali), ed in generale con i rompicoglioni (sempre i radicali) – o invece volete stringervi alla tonaca lisa e puzzolente della autodefinitasi “santa” chiesa cattolica? Quale miglior presentazione dell’evento di un claim tutto giocato sul nonsense: “generare la vita vince la crisi”.  E pensare quanto sono stato ingenuo finora, con la mia fissa che fosse vero l’esatto contrario… Vabbé ma anche voi, che vi aspettate da chi (finge di) crede(re) che una vergine dia alla luce il figlio di Dio, riuscendo per giunta a rimanere vergine nell’impresa? Suvvia.

A sera, ho scorso un po’ di foto su internet. Ho visto anche uno scatto dolce, una giovanissima suora orientale o india che sorrideva sotto un grande poster di un bimbino delizioso in bianco e nero. Beata innocenza, ho pensato: sono certo che quella ragazza sia buona, dolce e votata al servizio di bisognosi e non (mi dicono che una suora praticamente fa la schiava dei preti – che per inciso solo per la chiesa cattolica devono tassativamente essere dotati di testicoli). Sospetto però che il suo tenero cervello sia purtroppo irremediabilmente tarato dalle idiozie che le hanno inculcato.

Un’immagine tra tutte mi è risultata disturbante (e io sono di bocca buona): quella di una croce di legno piatto e levigato, costellata – sull’asse, sulle braccia- di piccoli disgustosi feti di plastica rosa. Non ho potuto fare a meno di pensare alla copertina del singolo di Marilyn Manson, “Disposable Teens”, dove appunto appare un’immagine non molto diversa (solo che lì di feto ce ne è uno solo, e pare pure piuttosto incazzato). Solo che quando, nel novembre del 2000 fu il Reverendo a prendere a calci nel sedere il mondo con quell’artwork provocatorio ed eloquente, tutti a dargli addosso: anticristo, satanista, pervertito, nemico dei valori tradizionali. Ieri però una banda di sfigati da parrocchia ha potuto girare in pieno centro con una porcheria copiaticcia, orribile oltre che per niente glam. Si vede proprio che i cattolici sono abituati al doppio standard.

Date a Cesare

in società by

Certo che siete strani voi eh.

Da giorni riempite le timeline solo di notizie, commenti e puntate sul conclave che ormai  twitter pare esser diventato un popolo di santi poeti e vaticanisti (che tra l’altro non ne azzeccano una peggio di Pagnoncelli), e ora appena eletto il nuovo Papa tutti a lamentarvi che  in passato ha fatto dichiarazioni contro gli omossesusali, le donne, l’aborto.

Aò. E’ il papa della Chiesa Cattolica, mica il portiere del battuage di Monte Caprino.

Immagini dello scopatoio di Monte Caprino, Roma

I particolari che fanno la differenza

in mondo/società by

Spesso sono i particolari, a fare la differenza.
Prendete il papa, per esempio: leggere che Benedetto XVI considera l’aborto “gravemente contrario alla legge morale“, ne converrete con me, non desta alcuna meraviglia; però dover prendere atto che secondo il pontefice l’aborto stesso può essere “voluto come un fine o come un mezzo” è un particolare che a volercisi soffermare fa saltare sulla sedia.
Fateci caso: quel particolare è messo là come se niente fosse, come un inciso qualunque:

L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale.

Ora, mentre è piuttosto chiaro cosa debba intendersi quando si parla di aborto perseguito come un mezzo, viene da domandarsi in quali casi l’interruzione della gravidanza possa diventare un fine in sé e per sé.
Rifletteteci un attimo. Se ammettiamo per amor di discussione che il fine possa essere l’aborto dobbiamo prenderci la responsabilità di esplicitare il mezzo attraverso cui quel fine viene realizzato: ed attenendosi alla logica quel mezzo non può che essere la gravidanza.
Dal che dovrebbe desumersi che secondo il papa alcune donne restano incinte allo scopo di poter abortire.
Spesso sono i particolari, come dicevo, a fare la differenza.
E la differenza, in questo caso, consiste nel suggerire un’idea delle donne che definire aberrante sarebbe un eufemismo: a meno che, naturalmente, non si tratti di parole buttate là alla rinfusa.
Circostanza che in un discorso del papa mi pare tanto improbabile da poter essere tranquillamente esclusa.

Assassini

in religione/società by

Il caso di Savita, la ragazza indiana morta di setticemia a Dublino per un aborto negato, sta facendo il giro del mondo. Tuttavia, la stampa italiana sembra interessarsene poco e la vicenda non ha portato un gran dibattito. Mentre avrebbe potuto, visto che l’Italia è seconda nella speciale classifica dei viaggi all’estero per abortire (seconda dopo l’Irlanda).

In breve, i fatti si sono svolti così. Era il 21 ottobre quando, in preda a dolori lancinanti, la giovane dentista si era presentata in un ospedale di Dublino per ricevere assistenza. I medici avevano capito subito che si trattava di una complicazione della gravidanza – giunta al quarto mese – e che soltanto interrompendola avrebbero potuto evitare di compromettere la salute della donna. Ma la legge irlandese (datata 1861) parla chiaro: se il feto dà segni di vita, l’interruzione di gravidanza è vietata, anche quando la madre rischia di morire. Dunque, nonostante la sua evidente necessità, l’operazione non era stata praticata. Due giorni e mezzo dopo, il cuore ancora in formazione del feto aveva smesso di battere e i medici avevano provveduto a rimuoverlo. Nel frattempo, le condizioni di Savita, che stava soffrendo terribilmente, si erano aggravate, tanto che era sopraggiunta una violenta setticemia. A quel punto non c’era più niente da fare e, una settimana dopo il suo ingresso in ospedale, Savita è morta.

“Sorry, this is a Catholic country”, avrebbero detto i medici al marito, un giovane ingegnere anche lui di origini indiane, quando sua moglie, ormai stremata dal dolore, aveva chiesto di procedere con l’interruzione medica della gravidanza. È così che la cattolicissima Irlanda, per non interrompere la vita di un feto che stava morendo, ha lasciato morire una donna di trentuno anni che godeva fino a quel momento di ottima salute.

A questo punto si potrebbero fare considerazioni di ordine morale sulla legge irlandese e, per venire al nostro paese, sull’obiezione di coscienza dei medici. Ma non ne ho voglia, perché sono molto incazzato. Mi limito a dire che non fare tutto il possibile per salvare la vita di una donna, pur di non praticare un aborto (di un feto peraltro destinato a morire) non significa essere cattolici, significa molto più semplicemente essere degli assassini.

Chi credete di prendere per il culo?

in politica/religione/società by

Vediamo se ho capito: quando due uomini o due donne, adulti e consapevoli, decidono di adottare un bambino o di concepirlo in provetta fate fuoco e fiamme per impedirglielo, con la scusa -peraltro scientificamente infondata- che la psiche dell’infante potrebbe soffrire del fatto di ritrovarsi con due mamme o due papà.
Poi, però, non battete ciglio quando un esercito -sì, perché dati alla mano è proprio un esercito– di ragazzine che non dispongono delle informazioni e dei presidi necessari per evitare di restare incinte sfornano a manetta marmocchi dei quali, vista l’età, probabilmente non avranno la maturità di occuparsi adeguatamente: anzi, fate di tutto affinché quei bimbi siano concepiti e nascano infiltrando i vostri emissari nei consultori, maledicendo il preservativo e la pillola, ostacolando la contraccezione d’emergenza, boicottando l’informazione sessuale nelle scuole e demonizzando l’aborto.
A questo punto la domanda è: chi credete di prendere per il culo? Voglio dire: pretendete davvero che qualcuno ci creda, a questo impeto di salvezza della salute psichica dei neonati che funziona sistematicamente a corrente alternata?
Oppure, come mi pare evidente, state cercando semplicemente di imporre i vostri precetti religiosi a tutto il resto del paese strumentalizzando -sì, ho detto strumentalizzando perché è esattamente quello che fate- i minori per avvalorare i vostri anatemi da basso medioevo?
Datemi retta: se volete fare le crociate fatele pure, ma abbiate perlomeno la decenza di dichiararlo apertamente.
Piantatela, una buona volta, di offendere la nostra intelligenza.

Surclassare la logica

in politica/società by

Vede, Cardinal Bagnasco, il punto non è che la magistratura italiana sia stata “surclassata“, come dice lei.
Il punto è che nel nostro paese -come Ella certamente saprà- è permesso l’aborto terapeutico: cioè è consentito che una donna, appreso che il feto che porta in grembo è affetto da una grave patologia -“quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”, recita la legge 194/78-, può legittimamente decidere di interrompere la gravidanza anche oltre il novantesimo giorno.
Nel 2004, come se la norma appena enunciata non esistesse, i nostri amici al governo decisero di introdurre una legge che proibiva la diagnosi sugli embrioni da impiantare nell’utero delle donne che avessero deciso di ricorrere alla fecondazione assistita, con ciò determinando quanto segue: quelle donne -in nome della sacralità degli embrioni- non potevano analizzarli preventivamente allo scopo di non utilizzarli nel caso in cui avessero dei problemi, ma dopo qualche mese erano libere di abortire -alla faccia della sacralità dei feti, che rispetto agli embrioni dovrebbero essere perlomeno qualcosa di più sviluppato dal punto di vista morfologico- allorché quei problemi fossero emersi durante la gravidanza.
Il che, mi consenta, configurava una situazione che assomigliava molto da vicino a una specie di crudele misura punitiva: se proprio vuoi evitare di far nascere un bambino gravemente malato -pareva dire la legge-, evitare di impiantare l’embrione è troppo comodo; prima rimani incinta, e poi, se proprio vuoi, sciroppati il dramma di un bell’aborto, così la prossima volta impari.
Ebbene, eminenza, la corte europea dei diritti umani non ha fatto altro che rilevare questa -vistosissima- contraddizione: la quale, peraltro, sarebbe stata evidentissima perfino agli occhi di un bambino delle elementari, se solo si fosse soffermato a rifletterci.
Il punto, allora, non è che qualcuno abbia “surclassato” la magistratura italiana: ma che la legge italiana avesse “surclassato” la logica, prima ancora dell’umanità.
Dopodiché, ciascuno è libero di scagliare gli anatemi che ritiene più consoni al proprio stato d’animo: tenendo sempre presente, tuttavia, il fatto che offendere l’intelligenza delle persone non quasi è mai un’operazione che vale la pena di essere compiuta.
Sa com’è, c’è caso che le persone se ne accorgano, e che non la prendano per niente bene.

Go to Top