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Sta a noi

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L’aborto è un diritto fondamentale che non c’entra nulla con la concezione cattolica della sacralità della vita, né con quella laica che si richiama alla qualità dell’esistenza.

Questa posizione non toglie nessun diritto a quanti la pensano in modo diverso, e mi sembra che il concetto che molte donne stanno esprimendo in questi giorni – in Spagna e in tutto il mondo – sia piuttosto chiaro e semplice: «decido io se, quando e quanti figli avere».
Decido io, appunto.

Non pretendo di convincere nessuno, ma vorrei che sia chiaro che anche in Italia c’è da combattere un sistema di pensiero, una mentalità che ci colpevolizza, che vuole  impedire una nostra libera scelta. Sta a noi vigilare e agire perché i nostri diritti non vengano calpestati e perché qualcun altro non decida delle nostre vite; sta a noi decidere di non assistere inermi mentre passano sopra alla nostra salute.

Detto questo, c’è da dire che la questione centrale non è aborto sì/aborto no, ma scegliere tra legalità o illegalità, perché una donna che non può portare a termine una gravidanza “semplicemente” non la porterà a termine. E se potrà permetterselo andrà all’estero – nei paesi dove è consentito – oppure si recherà presso strutture non autorizzate, o clandestine, con il rischio di gravi danni per la sua salute. Non si elimina il problema vietando o proibendo, piuttosto lo si amplifica perché si alimenta un mercato nero dove a rischio ci sono vite umane (quelle che i pro-life tanto difendono).

Quello che è successo in Spagna deve servirci da monito, perché potrebbe avvenire anche in Italia.
A conferma che i diritti non si acquisiscono una volta per tutte, ma, ottenuti, vanno continuamente difesi. E la difesa, come giustamente afferma Loredana Lipperini, non può essere di maniera, non basta più la petizione, né il post. Bisogna trovare altre riforme, e appunto altre parole. La narrazione fondamentalista è stata fino ad ora, purtroppo, molto efficace. Non serve censurarla ed è folle ignorarla: va contrastata e bene.
Dobbiamo opporci con un altro tipo di narrazione, in modo non violento, ma non possiamo più restare a guardare.

Ora sta a noi.

11 Comments

  1. il diritto fondamentale di una donna (come degli uomini) è di scegliere se, quando e con chi riprodursi. (e sarebbe saggio, nei limiti del verosimile, esercitarlo prima del fatto compiuto)

  2. l’esperienza personale di Adinolfi va benissimo, esistono (ed è lecito raccontarlo, io ne conosco) donne single o coppie che decidono di accogliere una gravidanza non programmata come esistono donne che decidono di portare avanti la gravidanza anche con grave rischio personale ed è legittimo come è legittimo decidere diversamente . va malissimo che lui usi la sua esperienza per pontificare e colpevolizzare le donne contrapponendole assurdamente alle madri (una madre in qualunque modo lo sia resta sempre donna). Il dato di fatto che nessun fondamentalista può cambiare è questo: nessuna gravidanza può essere portata avanti senza il consenso della gestante perciò in nome dell’autodeterminazione del proprio corpo, la legge deve garantire la possibilità di abortire a chi decide di farlo, di tenere il bambino a chi vuole tenerlo e di darlo in adozione a chi opta per questa soluzione. Le motivazioni per cui si prende una strada o l’altra sono personali e per quanto mi riguarda ingiudicabili. La scelta di abortire può essere difficile quanto la scelta di portare avanti una gravidanza inaspettata, alcuni considerano (e sbagliano secondo me) “futili” le ragioni per cui alcune donne abortiscono,per altri (e sbagliano anche loro) sono “futili” le ragioni per cui alcune persone vogliono un figlio il punto è che questi giudizi lasciano il tempo che trovano e sono loro sì futili. Queste scelte vanno sempre rispettate

    • Ciao Stefano, ti rispondo volentieri però poi mi dici perché mi hai fatto questa domanda (e se è collegata al tema dell’articolo 🙂 )
      Faccio una piccola premessa: il velo, a mio avviso, è stato investito di un valore simbolico smisurato; simbolo di autonomia, diritti, doveri, religione, repressione, eguaglianza, rivoluzione, politica, valori. Inoltre, non si può declinare la questione in termini meramente culturali, nel senso di un’opposizione tra occidente e un’altra cultura. Detto questo, ritengo assurda la legge anti-velo in vigore in Francia e ti dico sinteticamente perché:
      1) con questa legge è venuto meno il diritto alla libertà d’espressione, di religione e di credo e sinceramente non mi fa strano pensare che sia proprio la Francia ad averla approvata. Un paese che ha fissato i famosi ideali rivoluzionari esemplificati nel motto «Liberté, Égalité, Fraternité» e che però non li ha mai concretizzati realmente.
      2) la sfera pubblica dovrebbe rimanere neutrale rispetto alla libertà d’espressione della propria fede, sempre e comunque.
      3) la Francia deve fare i conti con un feroce passato colonialista e, incapace di gestirlo pretende di rimuovere il problema proibendo il velo.
      4) non condivido il fatto che il velo sia comunque simbolo della subordinazione delle donne: può voler dire molte cose e, talvolta, è anche simbolo di ribellione.
      5) gli unici simboli (o capi d’abbigliamento) che uno stato di diritto dovrebbe proibire sono quelli che direttamente inducono o favoriscono un tipo di reato (ad esempio vietano il riconoscimento del volto durante manifestazioni pubbliche, o incitano alla violenza): quindi non in quanto simboli religiosi o identitari ma per la loro contiguità con comportamenti illegali. In Francia il velo è stato definito «contro i valori repubblicani».
      La soluzione francese mostra quindi tutti i limiti di un laicismo che rappresenta la parte peggiore della modernità, non la sua essenza: azzerare culture e identità per manifesta incapacità di rapportarsi a ciò che nell’uomo sfugge a una declinazione puramente razionale. Il problema in realtà non è il velo, ma l’accettazione dell’islam. L’islamofobia è in crescita e, per altro, rappresenta un islam tutto schiacciato su pozioni fondamentaliste, il che non è. E non sto usando il termine fondamentalista contrapposto a laico. Ci sono molte persone religiose e osservanti nient’affatto fondamentaliste – lo dimentichiamo sempre. Inoltre, non tutto l’Islam usa il velo – così come i riccioli ai lati del volto (i peyotes) non sono rappresentativi di tutto l’ebraismo ortodosso ma solo di quello askenazita.
      Penso che ciascuna persona dovrebbe regolarsi come crede – metterselo quando e se desidera. Anche a giorni alterni, per dire.
      Il discorso è molto ampio e complesso, e mi rendo conto di non avere le competenze necessarie, spero comunque di averti risposto.

      • Perfettamente. Volevo solo essere sicuro di non avere di fronte un libertario della peggior specie, ovvero quelli che credono di aver capito qual è la libertà giusta per il prossimo.
        Aborto libero sì perché piace a me, velo no perché è sicuramente simbolo di sottomissione.

        PS
        In questo momento sto scrivendo dal sud est asiatico. Per strada ci sono monaci buddhisti, donne velate, turisti cristiani e nessuno spacca le palle al prossimo. Forse proprio perché ognuno può fare quel che gli pare.

  3. “Quello che è successo in Spagna deve servirci da monito, perché potrebbe avvenire anche in Italia.”
    praticamente impossibile, aborto e divorzio sono questioni ormai accettate anche da gran parte dei cattolici .

    • È vero quello che dici, Matteo, e meno male! Ci sono moltissimi cattolici che sono a favore non solo dell’aborto ma anche del divorzio, della pillola, degli anticoncezionali, dei matrimoni gay, del sacerdozio femminile e che vorrebbero l’abolizione del celibato per i religiosi. Spero che la Chiesa intercetti questi cambiamenti ed agisca di conseguenza. Fino ad allora dobbiamo tenere la guardia alta. Solo un appunto: non vorrei che passasse l’idea che i cattolici siano La minaccia (ci sono pure molti non-cattolici contro l’aborto); ognuno è libero di pensarla come preferisce purché ad ognuno sia concessa la libertà di scelta.

  4. aborto come diritto fondamentale, cioè come diritto umano? (?)
    se sì, mi sembra un po’ dura come affermazione, da qualsiasi ottica e punto di vista si guardi l’aborto stesso.
    poi ancora una volta non capisco, sia dall’articolo che da un commento almeno, se si stia parlando di una legge, la 194, e dell’auspicio che la stessa venga modificata nel senso di libertà assoluta di autodeterminazione (cosa che, al momento, la legge stessa non prevede di sicuro) e di eliminazione totale dei paletti previsti, o se si stia difendendo la legge esistente magari non ricordandosela bene, o di quale legge si parli….. no perchè certamente la 194 non dice da nessuna parte “decido io” e non si ispira a questo tipo di concezione.
    infine un favore: la parola “narrazione”, facciamo che la sostituiamo con qualcos’altro, tanto è abusata e assolutamente stucchevole?

  5. Quello che sta succedendo in Spagna è il risvolto della politica radicale femminista di Zapatero, che dovrebbe fare riflettere criticamente.

    Il ritenere l’aborto un diritto umano è una follia, e non c’entra nulla l’interpretazione etica.

    Se fosse un diritto umano, allora una donna potrebbe abortire per qualsiasi ragione, incluse le caratteristiche del nascituro, incluso, ad esempio, il sesso.

    Una cosa è l’aborto terapeutico, per salvaguardare la salute psico fisica della donna o per gravi malformazioni del feto, un conto il potere discrezionale di decidere se interrompere una gestazione, in conflitto con il diritto del medico a non intervenire se non sussistono le indicazioni terapeutiche.

    L’aborto non è una forma di controllo della riproduzione, per la quale esistono strumenti preventivi largamente diffusi, né tanto meno per interrompere una gravidanza inattesa. Laddove la gravidanza sia “indesiderata”, ce se ne dovrà fare una ragione, le cose accadono, e un bambino non è proprio la maggiore delle tragedie umane.

    Ciascuno di noi ha diritto a cure mediche, e in caso di necessità a trapianti di organi, o a esportazione di organi e interventi invasivi. Tali interventi vengono eseguiti secondo un codice deontologico basato sulla necessità di intervenire ed il principio del minor danno. Nessuno può entrare in una clinica o ospedale e pretendere di avere esportato un proprio organo, avere tagliato un orecchio, o un dito eccetera…

    Perché vale il principio della tutela della salute, che, per inciso, copre già l’aborto terapeutico. Laddove questo non sia previsto, è un problema della legislazione di quel Paese, in cui le interessate devono mobilitarsi per farselo riconoscere.

    Ma l’aborto in sé non è un diritto, perché esso definisce una pratica medica, non la sostanza su cui intervenire.

    Altresì, ricordiamoci che l’obbiezione di coscienza è un diritto del medico, il quale non può esimersi da intervenire laddove esistano le condizioni terapeutiche, ma che può esimersi dal farlo laddove non esistano le condizioni terapeutiche.

    Radicalizzare le posizioni, quale quella di assumere l’aborto come diritto umano, è insostenibile sul piano tecnico, non su quello etico, perché va intaccare l’equilibrio tra diritti contrastanti: l’autodeterminazione della gestante, l’autodeterminazione del medico, il diritto alla vita.
    Il punto di equilibrio tra queste cose è appunto definito dalle condizioni di “oggettiva” necessità.

    La radicalizzazione pro abortista porta inevitabilmente alla radicalizzazione “pro life”.
    E tutto ciò non porta nulla di buono.

  6. @URANIO

    sì caro mio, l’aborto è un diritto per ogni donna.
    È un diritto poter scegliere se interrompere una gravidanza. Decido io, e solo io, quando – perché – come riprodurmi e se il feto che no nell’utero non è sano (e non addirittura “gravemente malformato) o semplicemente non lo voglio IO HO IL DIRITTO di non averlo.
    I medici NON hanno il diritto di obiettare – se lo vogliono fare possono andare a lavorare in Vaticano e non in una struttura pubblica pagata con i soldi pubblici di uno stato laico. Voglio anche scrivere che molti ginecologi sono “obiettori” di convenienza: così si risparmiano i turni di reperibilità e lavorano meno. Le ragioni “etiche” non c’erano un bel niente: sono solo ragioni economiche e di carriera.

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