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Sessanta Nanni

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Se fossi costretto a scegliere una sola scena dei suoi film, forse sceglierei questa. E’ estate in una Roma deserta , lui indossa una maglietta nera a maniche corte e attraversa Ponte Flaminio in vespa. “Non lo so, non riesco a capire, sarò malato ma io amo questo ponte, ci devo passare almeno due volte al giorno”, dice la sua voce fuori campo. In sottofondo il suadente Leonard Cohen.  If you want a father for your child /Or only want to walk with me a while /Across the sand/I’m your man, canta il poeta di Montréal. Qualche secondo dopo un semaforo rosso, gli si accosta una cabriolet bordeaux, lui indietreggia un poco fino ad arrivare all’altezza dello sportello del passeggero. A quel punto, spegne la vespa, la mette sul cavalletto, scende e si rivolge al conducente.

“Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza e quindi…”. Nel frattempo, il semaforo è tornato verde. “Va be’, auguri”, tronca il tizio in cabriolet, che riparte e lo lascia un po’ interdetto in mezzo all’incrocio.

Il film è Caro Diario, la scena è celebre, lui è Nanni Moretti: colui che, insieme a una manciata di altri nevrotici visionari, ha alimentato il mio desiderio, la mia necessità di minoranza. Perché le maggioranze –  tanto quelle rumorose quanto quelle silenziose – mi hanno sempre annoiato e inquietato; perché le maggioranze spesso scelgono la strada più semplice, quando non ne percorrono una già tracciata. Mentre la minoranza, oltre a essere l’elemento fondante di ogni democrazia, è una condizione esistenziale, intellettuale ancor prima che numerica. Insomma, la vera patria del dubbio e del rifiuto, il posto dove mi sento a casa.

Perciò, mi sento anch’io Michele Apicella, quando in Ecce Bombo rifiuta un abbraccio di saluto, espressione di un affetto artificiale accolto e praticato dalla maggioranza. Perché “per me abbracciarsi ha ancora un significato ben preciso”. Mi sento anch’io l’Apicella di Sogni d’oro, urlante contro chi parla delle cose che non conosce ( “Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco!”).

E ancora: mi sento l’Apicella di Bianca, quello della Sacher, che non conoscerla è farsi del male; quello che non diventa amico del primo che incontra (“Io decido di voler bene, scelgo. E quando scelgo, è per sempre”). Mi sento il Michele Apicella di Palombella Rossa, preso tra i tanti fuochi dell’esistenza (e quindi della politica), che sono poi il dubbio e il desiderio e il tentativo di essere diversi dagli altri, pur ritrovandosi spesso spiccicati agli altri ( “Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi”). Perché forse il vero e fondamentale problema di ogni cosa è il “noi” come categoria dello stare al mondo.

Mi sento l’Apicella/Moretti maniaco delle parole, che sono importanti. Perché “chi parla male, pensa male e vive male” è una verità antropologica inoppugnabile. E mi sento persino il don Giulio de La messa è finita, combattuto tra lo stare fideisticamente in un mondo familiare, casalingo, dove ogni cosa sembra recitare un ruolo giusto, inequivocabile e maggioritario e il ricercare le proprie ragioni in un altrove lontano e minoritario. E poi, lo ammetto, vorrei anch’io fare un film musicale su un pasticcere trotskista (isolato e calunniato dalla maggioranza stalinista, che balla e dimentica ed è felice così), perché a forza di dare corpo al proprio serioso e coerente personaggio, si finisce col cancellare le proprie vere farfallonesche vocazioni, si finisce con l’essere maggioranza. Una fine che non vorrei mai fare.

Nanni Moretti ha raccontato un modo paranoico e insoddisfatto di stare al mondo, il modo di chi aspira a conquistarsi uno spazio non tanto per ambizione quanto per confusione, la confusione di quelli che non dànno niente per scontato, men che meno se stessi. Ha dato immagine e voce a molte delle mie nevrosi; alcune altre ha contribuito a produrle, facendo di me – come di tanti altri – un personaggio morettiano extra-cinematografico, uno che si sente e si sentirà sempre a suo agio e d’accordo con una minoranza di persone. Insomma, un vero rompicoglioni.

Buon compleanno, Nanni.

6 Comments

  1. Bello, grazie per il ricordo, il pezzo sulla minoranza è l’emblema di una generazione, anzi, di più generazioni… comunque il “continuiamo così, facciamoci del male” era per il Mont Blanc, non per la Sacher. Auguri Nanni.

    • Grazie Frida. Il “continuiamo così, facciamoci del male” era per la Sacher, al Mont Banc non bisogna fare il tunnel.

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