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Seduto sulla riva…

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Uscii in modo delicato dalla meditazione. Aprii gli occhi, ancora rivestiti di un verde forestale, e tutto quello che vidi fu il volto luminoso e lucente del mio maestro (lui era infatti completamente calvo, e il sole perpendicolare). Lao-Tze mi sorrideva pieno di pace (o era semplicemente ebete?): la sua pace gli usciva dalla veste monastica, e sbrodolava un poco anche sul prato verde. (Non vedevo un’erba così verde dall’ultimo rave di Berlino, sette anni fa).

“Maestro. Soffro a causa degli altri”, l’apostrofai, giustamente sottomesso e rispettoso.

Lao-Tze continuava a sorridere ricolmo di pace (che sia gloria al suo nome). Attendevo l’illuminazione: la tazza se l’era già messa in testa ieri, e quanto al suono di una sola mano che applaude, ormai potevo dire di essere un esperto – non che l’avessi capita quella frase, ma insomma.

Dopo venti minuti buoni, il maestro mi disse: “Devi solo sedere sulla riva del fiume, ed attendere. Prima o poi, vedrai passare il cadavere del tuo nemico”.

“Ah”, disse la mia mente fiocamente illuminata. Salutai il maestro con tutta la dolcezza che mi consentirono i tre tubetti di Smarties che avevo ingurgitato di nascosto nelle ultime ore. Appena fuori dalla portata della proverbialmente acuta vista di Lao-Tze, mi accesi l’ultimo spinello che mi era rimasto, e mi misi in cammino verso il dannato fiume. Dopo un giorno intero di cammino, lo trovai. E rimediai anche un posto discreto dove accamparmi: il set constava di 1) uno speco graveolente per ripararmi, 2) una certa quantità di fascine umide che, appena accese, produssero un fumo soffocante; 3) una pianta di amarilla ridens, che mi avrebbe dovuto sostentare con i suoi frutti secchi ed amari.

Passai una notte agitata sognando una riproduzione della Gioconda realizzata con un batterio messo sotto vetro: illuminando in modo selettivo dei settori del vetrino alcuni batteri morivano, mentre gli altri continuavano a svilupparsi, mangiando spazio. L’insieme produceva il disegno. Nel sogno, l’opera mi cadeva per terra, e dai frantumi si sprigionava una forza biologica distruttiva che avrebbe cancellato in pochi giorni ogni forma di vita dal mondo, ad eccezione delle tartarughe e degli avvocati appassionati di storia. La mattina dopo avevo la dissenteria, mentre l’amarilla ridens mi aveva convinto di essere Steven Spielberg. In ogni caso, non avvistai alcun cadavere.

I non avvistamenti si susseguirono per i successi 12 giorni. Stavo per soccombere ad uno dei vari malanni che mi ero procurato (aritmie, malnutrizione, malfunzioni renali, disidratazione, stati allucinatori), quando sentii strani rumori festanti provenire dal fiume. Pensai ad uno scherzo della mia mente esausta, e così non ci feci caso. Caddi anzi addormentato. Finché, qualche tempo dopo, vidi un battello stile Louisiana sfilare davanti ai miei occhi. A bordo, uomini e donne molto poco vestiti e decisamente su di giri si davano da fare: cantavano, ballavano, mangiavano, bevevano scopavano. I fiati di un’orchestrina di uomini di colore urlavano liberi sulle note delicate di un banjo. Una coppia era affacciata sulla ringhiera che dava verso la riva dove giacevo nel mio stato pietoso. L’uomo, nudo, aveva capelli e barba rossi: mi guardò ridendo, mi mostrò l’indice; poi si voltò per farmi vedere anche le sue chiappe candide. La donna rise sguaiatamente, con le tette che ballavano al ritmo della sua ilarità.

“Cosa ho sbagliato, per la vacca?” urlai, ma quelli della barca facevano talmente tanto casino che la mia frase non si sentì più lontano dello spazio racchiuso dalle ossa del mio cranio. Ero praticamente moribondo ma mi misi in marcia: avevo intenzione di spaccare il mio bastone da viandante in testa a Lao-Tze. Lui e suoi consigli della minchia. Non ce l’ho fatta, purtroppo. Sono morto, e un destino ironico ha voluto che cadessi nel fiume. Quel fiume che ora trasporta il mio corpo di martire.

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(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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