un blog canaglia

Se questa è censura

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Sarò io, a non capire. Ma più leggo i commenti sul testo del “DDL diffamazione” passato al Senato, meno sono convinto: e dire che scrivo su un blog, ragion per cui la cosa dovrebbe interessare anche (e direi soprattutto, visto che non ho alcuna testata a difendermi) me.
Prendete quello di oggi su Repubblica, ad esempio. Ebbene, tanto per iniziare concordo sul fatto che il carcere per la diffamazione, in effetti eliminato dal DDL, fosse una misura “assurda”; non più assurda, però, di tante altre situazioni per cui il carcere continua e continuerà ad essere applicato senza che nessuno fiati. Voglio dire: non vedo perché sbattere in prigione un giornalista che dà arbitrariamente del pedofilo a qualcuno, tanto per fare un esempio, sia più “assurdo” che metterci uno che ruba un lettore DVD; per non parlare del fatto che in Italia, attualmente, finisce dentro perfino chi ha in tasca qualche spinello, e addirittura chi è clandestino. Ergo: non è che il carcere per la diffamazione sia assurdo perché la diffamazione è un reato meno grave di altri; anzi, se per fare un’ipotesi di scuola dovessi scegliere chi mandare al gabbio tra un diffamatore e uno che si fa le canne, personalmente non avrei dubbi e sceglierei il primo. Magari, e sottolineo magari, i giornalisti si indignassero per tutte le situazioni in cui il carcere è evidentemente spropositato con la stessa forza con cui difendono se stessi.
Ma passiamo oltre.
Ci si stracciano le vesti perché il DDL prevede una multa fino a 50mila euro per la diffamazione “avvenuta con la consapevolezza della falsità“: in parte, se non capisco male, perché la formulazione della norma sarebbe di per sé offensiva (per la serie: come vi permettete anche solo ipotizzare che un giornalista menta sapendo di mentire? Come osate? Mah, come se non fosse mai successo, aggiungerei io, ma lasciamo correre); in parte (e qua uno salta dalla sedia) perché “una multa da 50mila euro rappresenta molto più dello stipendio di un anno di un redattore”, e quindi “una multa così porta necessariamente con sé la censura o peggio l’autocensura”.
No, dico, ho capito bene? Una multa di 50mila euro per chi dà una notizia falsa sapendo che è falsa sarebbe “censura”? Cioè, “censurare” una persona significa punirla se dice consapevolmente bugie? In quale dizionario, di grazia, viene fornita questa definizione? La “libertà di espressione” consiste quindi nel poter dire menzogne sul conto degli altri sapendo di dirle?
Onestamente non lo sapevo: e l’occasione mi è gradita per dichiarare pubblicamente che non alzerei un dito, per difendere una “libertà di espressione” concepita così. Manco il mignolo del piede. E che non troverei niente di scandaloso se simili comportamenti venissero sanzionati con una multa pari allo stipendio di tre, cinque, dieci redattori.
Dopodiché, c’è tutta la faccenda del diritto all’oblio.
Sarebbe “punitivo” nei confronti della stampa il diritto di ciascun interessato a “chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori e dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di legge”.
Punitivo, capito? Se qualcuno ha scritto che Metilparaben chiede il pizzo ai commercianti, e Metilparaben chiede che questa calunnia venga rimossa dai siti internet e da Google in modo che quando qualcuno cerca il suo nome non appaia la parola “estorsore”, questo sarebbe “punitivo” nei confronti dell’informazione. Anzi, sarebbe “un danno epocale alla storia dell’informazione“. Epocale, capito? Alla “storia”, nientepopodimeno, dell’informazione. Bah. E sottolineo: bah.
Non mi addentro, perché non credo di avere tutte le competenze per valutarla appieno, nella questione delle rettifiche: né voglio ignorare il fatto che certe norme possano essere scritte meglio, che vi siano degli aggiustamenti da fare, che alcune parti del DDL possano essere approfondite o addirittura eliminate.
La sensazione di fondo, però, è che parole come “censura” e “bavaglio” vengano usate spesso e volentieri con troppa leggerezza, per non dire con disinvoltura: e che alla base di questa disinvoltura vi sia una nozione di “libertà d’espressione” che reputo quantomeno singolare, per non dire (e stavolta ci sta davvero) “assurda”.
Ecco, io la vedo così, anche se scrivo su un blog: e perciò la questione dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) me.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

8 Comments

  1. Sono d’accordo sul senso, ma su un aspetto sembra un pò fuori dalla realtà. Presumo che come molti altri tu abbia avuto a che fare in qualche modo con la giustizia e gli avvocati: per amici, personalmente o anche soprattutto leggendone.
    Ecco allora dovrebbe essere abbastanza chiaro capire che la “consapevolezza della falsità” sarebbe molto più spesso decisa arbitrariamente dai tribunali che non una situazione rispondente alla verità delle cose: pur portando il massimo rispetto ai giudici, si deve ammettere che c’è molta discrezionalità nelle sentenze, è umano. E allora limitare i casi di discrezionalità in materie con linee molto poco marcate come la diffamazione non lo vedo molto sbagliato in effetti.

    • Hai ragione, sembra (anzi è) un po’ fuori della realtà. Ma proprio per questo è ora che l’applicazione di una giusta condanna civile per diffamazione verso un giornalista comporti il pretendere la responsabilità civile di magistrati che invece di applicare la legge la interpretano. E se la legge è scritta male, è doverosa la pretesa della magistratura che la legge venga scritta bene dai legislatori….e via di questo passo. Solo così si risana la realtà di un tessuto civile che ci vede scivolare ogni anno di più verso il fondo delle classifiche mondiali.
      Finché il “saper vivere” si risolve nel puro adattamento a una realtà istituzionale di merda, in questa si sprofonda sempre più. E anche se si cominciasse dalla corporazione dei giornalisti invece che da quella dei tassisti non avrebbe proprio di che lamentarsi.

  2. Fatevi un’assicurazione professionale per il rischio diffamazione no?!
    Anzi se c’è qualche assicuratore che legge e la cosa non è stata pensata finora, cedo volentieri il copyright.

  3. Caro Alessandro, sembra tu viva nel mondo delle nuvole. Un mondo ideale in cui giudici imparziali ed efficienti valutino rapidamente e oggettivamente chi dice il vero e impartiscano misurate punizioni a chi se le merita. La realtà invece è che qualunque potente di turno può minacciare un giornalista sventolandogli davanti le carte dei suoi cento avvocati superpagati, prospettandogli anni di battaglie legali, nell’incertezza totale che quella che verrà stabilita da una lontana sentenza sarà la verità vera.
    Magari tu, per fare un esempio, racconti, in tutta onestà e con tutte le fonti documentate possibili la storia di un politico che corrompe giudici, poi questo grazie al suo potere riesce ingiustamente a farsi assolvere o a far andare in prescrizione il suo reato, e poi ti obbliga a ritirare tutto ciò che hai scritto, e nel frattempo ti denuncia per diffamazione. Alla fine magari ti mettono pure in galera per aver fatto onestamente e con coraggio il tuo mestiere. La prossima volta i tuoi colleghi ci penseranno due volte a raccontare verità scomode su un potente.

    • L’alternativa, invece, il mondo reale quello di adesso, è il giornalismo libero:
      Sallusti che dice la verità su Berlusconi o il TG3 che la dice sul MPS.
      Per favore.

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