Ricercatori precari, get a job (market)

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Da una decina d’anni sono ospiti fissi delle trasmissioni televisive, specialmente quelle della sinistra militante che alterna l’ospite incazzato al quartetto d’archi della Scala – spesso incazzato pure quello. Sono loro: i Ricercatori Precari.
La storia è sempre la stessa: hanno un dottorato in storia a Padova, in chimica a Catanzaro, in biologia a Camerino. Insegnano al posto del barone di turno. Non hanno stipendi che permettono loro di vivere degnamente. Sono incerti sul futuro.

E un’altra cosa, fondamentale:  la loro storiella ci ha rotto il cazzo. Perché fanno finta di dimenticare che avere un posto (fisso) nell’università dove ci si è laureati e dottorati NON è normale, perché fanno finta di dimenticare che per chi sceglie di fare ricerca la scelta di vita per qualche tempo è quella del globe-trotter, perché non ti dicono mai che “non riescono a fare ricerca” ma che “non vengono pagati abbastanza, mentre Cassano, Fabrizio Corona e Belen che bei soldoni”. Vi dirò: in generale la gente che sceglie quella carriera lo fa esattamente con la consapevolezza che guadagnerà meno di una replica di se stesso identica che fa scelte differenti, quindi non si vede perché voi dovreste aspettarvi d’essere pagati più della media. E la retorica del “contributo allo sviluppo dell’umanita’ data da Cassano” rispetto a voi è un po’ cheap per venire da uno con 20 anni di istruzione, non pensate?

E vi dirò un’altra cosa, voi ricercatori che a definirvi “choosy” vi si fa un complimento, perché se foste “choosy” almeno con voi stessi provereste a scappare da questo Paese che tanto vi opprime: è vero che la ricerca in Italia è sottofinanziata e in condizioni pietose. Ma se non funziona, e così è, non si vede dal fatto che non paghiamo voi: ché voi, di meritarvelo, non l’avete sempre e in ogni caso dimostrato, a esser buoni. Si vede dal fatto che gli unici stranieri che provano l’esperienza dell’insegnamento nell’università italiana sono poveracci che hanno avuto la sventura di sposarsi una persona con cittadinanza italiana, o storie simili.

Fatevi quattro anni all’estero, poi riparliamo di cosa va e cosa non va di “un paese che muore perchè non investe nel suo futuro, la ricerca“, e mi direte se parlavate del futuro del Paese o del vostro, personalissimo e dignitosissimo, portafogli.

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

21 Comments

  1. magari qualcuno di questi non scappa perchè ha il padre malato, il fidanzato che non vuole andare a più di 30km da mamma, o solo la voglia di fare bene per questo paese perchè lo ama. Un po’ così ne conosco.

    • no, ma credo che tra i 900 euro al mese precari e i 3000+ che ti becchi in Francia (senza andare in Massachussetts) ci sia un abisso che vale la pena di esplorare.

      • PS
        a me stanno sulle palle, da Santoro ad esempio, gli operai di 22 anni che gridano ‘ma se ci chiudono xxx che ne sarà del mio futuro!’
        Hai 20 anni, tutti non avrete la mamma malata, prendi e vai in germania dove avrai lo stipendio di un ingegnere italiano.

        Ma se mandiamo all’estero i ricercatori, anzichè dare loro uno stipendio e delle prospettive non ridicole come quelle attuali, come campiamo tra 10 anni? Facendo concorrenza alla Foxconn? Cucendo palloni negli scantinati?

  2. Allora, io spesso -e per alcuni passaggi anche in questo post- sono in disaccordo con Mazzone: però, per l’amor di dio, quello che non se ne va per “la voglia di fare bene per questo paese perchè lo ama” non si può sentire. Cos’è, una folla di Mazzini?

    • mi pare, a occhio, la stessa ragione per cui tu continui a stare nei radicali invece che passare nelle fila degli ex radicali.

    • Ma certo che sono morti: non sono arrivati alla fine del mese!
      DISAMBIGUAZIONE: se ci trovate dell’ironia, come io spero, NON è rivolta ai precari, ma solo a quegli operatori mediatici di carriera dell’informazione urlata che a forza di forzature hanno ridotto le parole della lingua italiana a puri fonemi.

      • La ma era un’ironia fino ad un certo punto… Lavoro nella ricerca da una decina d’anni e sto notando che i giovani ricercatori (ovvamente precari) stanno davvero scomparendo…

  3. Scusa, leggo spesso LiberNazione e ci leggo dibattiti interessanti, ma questo post lo trovo pervaso da una acredine e da un qualunquismo sconcertanti.

    Stai parlando di realtà che conosci o per sentito dire? Nel primo caso facci capire meglio, nel secondo caso documentati. Io lavoro nell’università da vent’anni, e di questi giovani schizzinosi di cui parli ne ho visti molto pochi.
    Ho visto invece moltissimi giovani fare le valigie e andare a fare dottorati, postdoc e quant’altro all’estero. Certo, c’è un piccolo problema: che pochi di loro tornano, visto che all’estero hanno mezzi economici a sufficienza, se non per garantirti di avere un posto, almeno per renderlo molto più verosimile che in Italia.

    Ah, dimenticavo: ho visto anche molti restare in Italia. Restare soprattutto perché a trentacinque o quarant’anni (e a quest’età in Italia si può perfettamente essere precari della ricerca), a trentacinque o quarant’anni dicevo magari cominci ad avere famiglia, hai figli piccoli, un marito o una moglie con un lavoro in Italia, e diventa poco praticabile rimettersi a fare le palle da flipper in giro per il mondo (anche nel mondo della ricerca si mette su famiglia, lo sapevi?).

    Infine, beh, del portafogli non c’è molto da dire. Tutti quelli che sono nel mondo della ricerca ci hanno da tempo rinunciato, ma tra guadagnare poco ed essere messi per strada da un momento all’altro ci passa un bel po’. Sostenere che questa sia una meritata punizione per i ricercatori italiani (precari e non), vuol dire essere veramente alla frutta.

  4. Sbaglio o vieni da matematica? I matematici hanno spesso una visione un po’ troppo ottimistica del materiale umano dell’università italiana, temo.

    Ciò detto, non fai che darmi ragione quando dici: “Ho visto invece moltissimi giovani fare le valigie e andare a fare dottorati, postdoc e quant’altro all’estero. Certo, c’è un piccolo problema: che pochi di loro tornano, visto che all’estero hanno mezzi economici a sufficienza, se non per garantirti di avere un posto, almeno per renderlo molto più verosimile che in Italia.”
    Già, ma questo cos’è se non un modo diverso per testimoniare della scarsa attrattività del nostro sistema universitario?

    Poi uno può pure fare figli, ma se a 35-40 anni sei ancora precario e vuoi farli, perché non devi provare ad andarti a cercare una posizione decente in Europa? Volete l’Europa? Fatela, diamine. Vienna e Monaco non sono peggio di Trieste e Padova.

  5. No, non ti sto dando ragione.
    Il sistema della ricerca e dell’alta formazione italiano è poco attrattivo perché è drammaticamente sottofinanziato. E questo è un indice di cattivo governo, dal mio punto di vista.
    Ma dire che “in fondo se non vi va bene ve ne potete sempre andare e fare ricerca all’estero” è come dire che “invece di lamentarvi della classe politica italiana, emigrate”. Pari pari.

  6. Questa storia del sottofinanziamento è ridicola, non perché sia totalmente falsa, ma perché sottintende che basterebbe gettare più soldi nel sistema per risolvere i problemi. Non è così. Il problema è che ai ricercatori giovani viene data una fetta della torta minimale, mentre gli atenei sono diventati un bacino clientelare strepitoso. La retorica dei “governi che vogliono sottofinanziare la ricerca”, sottesa, è una retorica idiota. Un sistema universitario fatto com’è fatto merita l’eutanasia, altro che più soldi. Per questo dico alla gente che è il caso di scappare e non di lamentarsi. Chi può, ovviamente. Chi non può vada a fare altro.

    • Su questo si può essere d’accordo. Piuttosto che sottofinanziarla e uciderla lentmente in 20 anni sarebbe meglio applicare una eutanasia immediata ed indolore all’università e agli enti di ricerca chiudendoli tout court. Sai quanti casi umani e sofferenza inutile ci saremmo risparmiati.

      Poi i figli di papà che vorranno il pezzo di carta perchè non sanno cosa fare e si annoieranno delle proprie giornate vuote, saranno costretti ad emigrare come i giovani ricercatori delle generazioni precendenti.

  7. Infatto io non ho sottinteso niente, lo stai facendo tu al posto mio.
    Conosco molto bene i problemi dell’Università, mi sembra piuttosto che non li conosca tu, nel momento in cui dici che le Università sono nientedimeno che UN BACINO CLIENTELARE STREPITOSO (!!).
    Frase che può far solo sorridere chi ci sta dentro.
    Per il resto, che vuoi che ti dica?
    Sono sempre gli altri a meritare l’eutanasia.

  8. Scusa, un’ultima cosa.
    Mi sono dato la pena di cercarti su Google Scholar.
    E se Scholar non prende un abbaglio, sembrerebbe proprio che tu e la ricerca scientifica non abbiate granché in comune.

    Dopodiché, ti rinnoverei l’invito a parlare solo di cose che conosci.
    (specialmente se lo fai con questi toni)

  9. Io non ne posso più di queste cose scritte in stile sergente dei marines, che ci tiene tanto a dare la sveglia agli altri addormentati, e che poi alla fin fine sono la solita roba da piagnoni.

  10. Questo articolo è di una superficialità disarmante.
    Qual è il messaggio trasmesso?
    <>?
    Anzichè cercare di migliorare il paese quindi se le cose che vanno male le abbattiamo. L’italia va male, lasciamola morire per eutanasia e trasferiamoci in Svezia.
    Bel modo di “Fermare Il Declino”.
    Io sono uno di quei ricercatori che si è dovuto trasferire all’estero per vivere, attualmente vivo a Berlino, ho dovuto lasciare la mia nazione e i miei cari a causa di salari ridicoli che non mi consentivano neanche di pagarmi l’affitto e mangiare, perchè la ricerca è sotto finanziata… questo quando vengono buttati miliardi per finanziare i politici e altre spese del tutto superflue che non portano avanti il progresso scientifico e culturale.

  11. Questo articolo è di una superficialità disarmante.
    Qual è il messaggio trasmesso? Non dovete lamentarvi delle condizioni disastrose della ricerca in Italia perchè l’università Italiana fa schifo e va abbattuta?
    Anzichè cercare di migliorare il paese quindi se le cose che vanno male le abbattiamo. L’italia va male, lasciamola morire per eutanasia e trasferiamoci in Svezia.
    Bel modo di “Fermare Il Declino”.
    Io sono uno di quei ricercatori che si è dovuto trasferire all’estero per vivere, attualmente vivo a Berlino, ho dovuto lasciare la mia nazione e i miei cari a causa di salari ridicoli che non mi consentivano neanche di pagarmi l’affitto e mangiare, perchè la ricerca è sotto finanziata… questo quando vengono buttati miliardi per finanziare i politici e altre spese del tutto superflue che non portano avanti il progresso scientifico e culturale.

    Ricopio perchè il testo compreso tra virgolette <> non è visibile

  12. No, Markus, il messaggio e’ che il mercato del lavoro della ricerca e’ il mondo. Quindi non bisogna confondere la situazione pietosa dell’universita’ italiana con un fatto normale in tutti gli altri paesi: fare esperienze di studio e di lavoro all’estero.
    Cio’ detto, un’affermazione con cui sarei piu’ d’accordo e’ “dovete lamentarvi delle condizioni disastrose della ricerca in Italia E QUINDI, SICCOME l’università Italiana fa schifo e va abbattuta, andare all’estero e imparare come si fa per ricostruirla daccapo su principi sani”. Poi, e solo poi, potremo parlare di sottofinanziamento. Tante care cose.

  13. Lo sappiamo bene che il mercato del lavoro della ricerca é globale. Infatti é pieno di universitá straniere in cui si parla dialetto pugliese, veneto o siciliano. Ma perché questi ricercatori emigrati non possono pensare al loro futuro in una universitá italiana? Per colpa dei ricercatori non-emigrati-e-quindi-choosy o forse di un sistema universitario che fa pena? Non capisco cosa ti spinga ad andarci giú cosí pesante con i “non emigrati”. Dici: sarebbero dovuti emigrare. Bene, ma se fossero emigrati all’estero chi ci sarebbe a fare (quel po’ di) ricerca nelle universitá italiane? Nessuno. Il problema é come rendere attrattivo un posto di ricercatore in un’universitá italiana, sia in termini di prestigio, sia in termini economici. Non di dare addosso ai ricercatori accusandoli di non essere scappati. O forse c’era qualcos’altro da capire nel tuo post – oltre alla lezioncina di vita del bocconiano emigrato?

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