un blog canaglia

Perline

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Qualche volta piove ancora, da queste parti.
Da bambino mi piaceva il rumore della pioggia. Mi piaceva guardare le gocce che si appiccicavano sui vetri, vederle gonfiarsi, risucchiate all’indietro dal vento freddo, rompersi e poi scivolare giù, in uno dei rivoli che scendevano verso il davanzale. Mi piaceva guardare il cielo scuro e zuppo di quei pomeriggi d’inverno nella luce debole della cucina. Mi dava un senso di normalità. Era rassicurante, come il pizzicore leggero del golfino di lana che sentivo sui polsi, e sotto il collo.
A volte succedeva che qualcuno venisse a trovarci. Ero un bambino intelligente, dicevano. Mi sorridevano, volevano sapere. Più che altro mi chiedevano cosa volessi fare da grande. Io non sapevo mai rispondere. Cioè, non è che non volessi, proprio non ci riuscivo. Nella testa iniziavano ad aprirsi corridoi e porte e finestre, un numero incalcolabile, spaventoso di finestre. Era una vertigine, quella miriade di possibilità. Era terrificante, avere tutta la vita davanti.
Così restavo muto, sul punto di piangere, sperando con tutto me stesso che cambiassero discorso appena possibile. Pregando di poter tornare a guardare la pioggia, a godermi il cielo scuro e zuppo, a sentirmi avvolto dalla luce debole della cucina e dal golfino che pizzicava. Sapendo che comunque era fatta, la vertigine quella notte stessa mi avrebbe preso da solo, con calma, e mi avrebbe tolto il respiro.
Restavo muto, finché non vedevo sulle loro facce la solita espressione (dio, quell’espressione) che sembrava dire: io penso che questo sia un bambino molto intelligente, ma chissà dove ha la testa. Se ne sta là ore intere a guardare la pioggia. Mica andrà lontano. Oddio, speriamo, ché la speranza è l’ultima a morire, ma mi sa tanto di no. Che peccato.
Forse avevano ragione loro. Forse no. In effetti non sono andato tanto lontano. Cioè, non abbastanza da ricacciargli in bocca quell’espressione: ma per la verità non sono neppure rimasto dov’ero. Insomma, la questione è dubbia, quindi nessuno ci torna più. E tutti, o perlomeno i superstiti, hanno adottato uno sguardo neutro. Così non sbagliano.
Sono qua, in questo posto a volte bello a volte no, metto in fila scatole di minerva per contare i giorni. Con scrupolo, ché pure allineare i fiammiferi ha bisogno di una certa dedizione. Poi, di quando in quando, infilo perline colorate. Con un bel po’ di attenzione in più, ma cercando di non darlo troppo a vedere. Non le infilo mica per loro. Le infilo per me. E quindi nessuno, tranne me, può portarmele via.
Sta di fatto che col passare degli anni gli ospiti prima sono diminuiti, poi sono diventati ospiti diversi. Nessuno me lo chiede più, cosa vorrei fare da grande. Del resto non è più il momento. Per fortuna, perché col tempo ho imparato tante cose, tranne che a farmi uscire la voce quando sento arrivare quella vertigine. Quella che anche oggi mi prenderebbe da solo, di notte, e mi toglierebbe il respiro.
A quel punto l’unica sarebbe guardare la pioggia sui vetri, proprio come allora.
C’è di buono che qualche volta piove ancora, da queste parti.

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METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

4 Comments

  1. L’ho riletto più e più volte. Mi ci ritrovo in ogni attimo e ci rivedo una sensibilità mai sopita che si è perpetuata nel mio tempo attraverso dei ricordi sempre vivi. Meraviglioso.

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