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Perché amo gli Aristogatti

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Gli Aristogatti è uno dei miei film preferiti in assoluto. Alla base di questa mia preferenza vi è con ogni probabilità anche un dato biografico. Come sa bene chi mi conosce, la mia memoria è un buco nero attraversato occasionalmente da lucciole. Ecco, una di queste lucciole, uno dei frammenti di storia personale su cui so di poter sempre contare, sono i sabato pomeriggio che passavo con mia madre al cinema “parrocchiale”. Di solito davano film di Bud Spencer and Terence Hill, oppure quelli di Disney. Tra questi ultimi, fa la parte del leone questa bella storia di gatti, anche perché gli Aristogatti è l’unico cartone che sia mai piaciuto a mia madre (oggi stesso me lo ha ridetto, mentre in salotto il film veniva riprodotto da BluRay a beneficio delle nuove generazioni). Per questa ragione, molte delle battute del cartone sono diventate parte del nostro lessico familiare. Per dire, quando mamma preparava la crema, la presentazione del dolce veniva accompagnata dalla battuta: “Crema di crema di Edgar” (diciamo che la citazione forse non era la più appropriata, dal momento che il sudbolo e mellifluo maggiordomo così si esprimeva mentre ammanniva ai teneri micini un dolce abbondantemente addizionato di sedativi, mentre mia madre non mi ha mai drogato, almeno a quanto ne so). Sono rimasti scolpiti nella mia memoria di lungo periodo (in compagnia delle province di alcune regioni italiane, rigorosamente in ordine alfabetico, ché se no non ho speranza, e ai fiumi Secchia e il Panaro) i nomi dei tre gattini di Duchessa, Minou, Matisse e Bizet (allora mi sfuggiva ovviamente la citazione degli artisti) così come il motivetto: “Do-mi-sol-do-do-sol-mi-do eccetera”.

Ma bando alla malinconia, e concentriamoci su quelle che sono, a mio avviso, le peculiarità che rendono immortale questa pellicola. Innanzitutto, è uno dei pochissimi cortometraggi Disney in cui non c’è una vera tragedia: avete presente quella sfigata di Biancaneve (orfana, odiata dalla matrigna, che tenta più volte di assassinarla?) o quell’altra infelice di Cenerentola, condannata dalla sua tutrice ad un destino di schiavismo? E che dire delle lacrime che generazioni di fanciulli versano inutilmente sulla crudele sorte del papà di Bambi? Pensateci bene, e poi fatemi sapere se c’è un solo cartone di Disney senza tragedie: lutti, parenti ostili, quando non apertamente criminali (vedi il Re Leone), genitori alienati dai figli (La Bella e la Bestia) e figli che tradiscono i genitori (Pinocchio), figli deformi oggetto di violenza e derisione (Dumbo), pazzi sanguinari pronti a scannare centinaia di cuccioli per farne pellicce… E invece negli Aristogatti abbiamo un ambiente aristocratico e sereno: l’azione prende le mosse nella residenza parigina di Adelaide Bonfamille, una anziana cantante lirica in pensione, aristocratica e piena di gioia di vivere (si veda come si pavoneggia – alla sua età! con il boa di pelliccia) e amante della sobrietà (la sentiamo rimbrottare il maggiordomo Edgar per la sua piaggeria). Madame ha quattro gatti, Duchessa e i suoi tre cuccioli, i già citati Minou, Matisse e Bizet. E qui già secondo me c’è un altro elemento di discontinuità rispetto alla classica storia Disney: Duchessa non ha un compagno e nulla si dice o si capisce del suo destino: è morto? fuggito? Sarà che quanto è uscito Gli Aristogatti (1970) ancora si respirava un po’ di contestazione, ma il narratore non si preoccupa minimamente dare questo tipo di spiegazioni.

La decisione di Madame di lasciare i suoi averi agli amati felini fa scattare una molla criminale latente nel buffo maggiordomo inglese, che decide di rapire i gatti: non è chiaro dove li porti o se intenda veramente ucciderli (sarei personalmente propenso a sostenere che intenda “semplicemente” abbandonarli in campagna): qui abbiamo un “cattivo” che, al confronto di Crudelia Demons de La Carica dei 101 è una vera mammoletta. Come sappiamo, le cose non andranno come aveva immaginato Edgar e, dopo una serie di esilaranti avventure, sarà lui a finire a Timbouctù, proprio nella cassa che aveva preparato per le sue vittime.

La sequenza della corsa in sidecar è da antologia, il personaggio di Romeo (trasformato in romanaccio da irlandese che era nella versione originale) è gradevole e divertente, anche se forse ha qualche cliché da farsi perdonare. Il fatto di aver ambientato la vicenda nella Parigi del primo decennio del Ventesimo Secolo ha dato agli sceneggiatori un pretesto per parlare di bohéme: si pensi all’oca Reginaldo (zio di Adelina e Guendalina Blabla) che è evidentemente un alcolizzato ma soprattutto al modo molto britannico con cui le due pennute nipoti considerano il suo stato con rassegnato umorismo (nessuno scandalo!). Ma soprattutto alla gang di amici di Romeo, capitanati da Scat Cat: una vera posse di musicisti debosciati (violenti, se del caso: ricordate come il topino Groviera rischi di essere divorato e si salvi in extremis solo facendo il nome di Romeo), eppure capaci di amicizia e solidarietà.

Ma è Duchessa il personaggio che davvero incanta: è la classica “gattamorta”, bollente quanto apparentemente imperturbabile; raffinata ed elegante, mai altezzosa. Da una micia dei quartieri alti ci si sarebbe attesi un atteggiamento sussiegoso nei confronti del rumoroso e franco Romeo. E invece lei gli dimostra immediatamente simpatia, anche se in quel suo modo obliquo e riservato. La chimica che si crea tra quei due è un capolavoro che difficilmente si è visto sugli schermi: se Romeo fa il suo lavoro di “duro-ma-buono”, distribuendo machismo, epiteti affettuosi, battute e profferte di protezione, Duchessa sta al gioco, senza dimostrare il minimo segnale di debolezza, e accogliendo con elegante ironia il paternalismo benintenzionato del micione rosso. Duchessa si dimostra inoltre molto alla mano anche con quelli della banda di Scat-Cat. E va detto che, quando è il suo momento, dimostra di saperci fare, con quell’arpa, trasformandosi da algida bellezza in una felina sensuale come poche.

Insomma, gli Aristogatti è davvero un capolavoro, e dimostra come si possa mettere colore, passione ed amore anche in un lavoro di evasione destinato ai bambini. Di ogni età.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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