un blog canaglia

Pattumiera umana (*)

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Mi ha svegliato il dolore alla schiena, verso le tre e mezza. A quanto sembra, mi ero addormentato a pancia in sotto sul mio fantastico divano italiano, con gli arti in posizioni innaturali, come se fossi una bambola disarticolata: faceva schifo, era pieno di bruciature di sigaretta e di macchie equivoche. Mi faceva male il naso, la mia maglietta bianca era decorata di gocce irregolari, larghe, di sangue marrone: ne ho contate diciassette. Qualcuno aveva danneggiato irreparabilmente il tavolino: nascosto malamente da una bottiglia di Wild Turkey, potevo vedere il disegno astratto di una ragnatela disegnata dal cristallo fratturato. Residui di cocaina dappertutto, una banconota da 50 dollari arrotolata, riviste, giornali, confezioni di tranquillanti, una scatola di preservativi aperta, da cui sporgeva una confezione a nastro di colore argenteo. Qualcuno l’aveva lacerata per estrarrne uno, ma poi doveva essere successo qualche cosa, e la gomma trasparente ed oleosa era rimasta mezza dentro e mezza fuori. Faceva un caldo fottuto e l’aria era viziata, impregnata di odori umani, anche genitali, e di fumo di sigaretta. Mi tirai a sedere, presi il primo dei bicchieri che mi capitò a tiro, tirai fuori dalla confezione un paio di Xanax, e li buttai giù con il whisky. Con lo sguardo fisso sulla portafinesta che conduceva in giardino, cercai a tentoni il mio giacchetto, dove ricordavo di aver messo un paio di spinelli già confezionati per le emergenze: ne trovai uno, e me lo accesi. Ero pieno di odio e di dolore, avevo voglia di prendere a calci qualcuno. Fui fortunato, perché ruotando leggermente la testa, intercettai il corpo immobile di Lucertola: seduto nella posizione del loto, rimirava il mio ritratto di Allan Poe. Non si muoveva, estasiato, fulminato. Trovai un po’ di energia per alzarmi, gli andai sotto, e gli tirai un calcio sulla schiena. Lucertola bestemmiò, e mi urlò che ero impazzito. Lo tirai su per la cresta e lo trascinai fino alla porta, si lamentava, ma in effetti mi seguiva abbastanza di buon grado: girai la maniglia, sempre con il ciuffo ossigenato tra le mani, e lo buttai fuori, sbattendo la porta. Black-out. I denti sulla moquette macchiata e bruciacchiata dalle cicche, un incisivo spezzato: lo sforzo di usare Lucertola come punching-ball doveva essere stato troppo. O forse lo Xanax, l’alcol e l’hashish avevano giocato qualche brutto scherzo alla mia pressione sanguigna. Avevo la tachicardia, poi il cuore cominciò a fare qualche giochino tipo extrasistole: quando il disturbo passò, pensai che non era bello quello che avevo fatto a Lucertola; forse era l’unico amico che avevo. Era venuto la sera, mi aveva tenuto compagnia, mi sa che aveva fatto un giretto dietro la mia zip, almeno così mi sembrava di ricordare. Mi alzai, aprii la porta, e, in preda ad un atroce pentimento, davvero più grande della realtà, e decisamente melodrammatico, presi a chiamarlo: “Lucertola, cazzo, torna indietro, mi dispiace, non volevo romperti la schiena a calci”. Caddi in ginocchio, piangendo, e pensando a Gesù Cristo sudato sul Golgota. Rientrai, e mi misi a cercare il cellulare. Non trovandolo, mi lanciai sul portatile, fortuna che il numero di Lucertola era memorizzato nella posizione 1. Non rispondeva. “Il Reverendo non fa più paura”: vedevo il maledetto titolo della merdosissima rivista. Era vero? Davvero il Reverendo era morto? La mia arte non intratteneva, non provocava più? Ero finito, come scriveva quello stupido giornalista venduto? In camera dormivano le due troie che avevo preso la sera precedente. Le avevo scelte belle e fredde, altezzose, proprio come quella puttana della mia ex moglie. Una dormiva a pancia in sotto, completamente nuda. L’altra era in posizione fetale. Cacciai un urlo che le riportò entrambe nel mondo dei vivi. Quando cominciai a lanciare le loro cose (vestiti, telefonini, beautycase, sigarette) fuori dalla finestra, capirono che era il momento di fare ciao ciao. Aprii tutte le finestre, presi due grandi sacchi della spazzatura da 15 litri e cominciai a fare pulizia: via i bicchieri rotti, le cicche di sigaretta e gli spinelli, via gli avanzi di cibo e i preservativi. A metà del lavoro, mi dovetti fermare: avevo il fiatone come se avessi corso per dieci chilometri. Passai l’aspirapolvere e perfino la schiuma per la moquette. Alle sette e mezzo circa il mio appartamento di West Hollywood sembrava un altro: le macchie e le bruciature rimanevano, ma adesso sembrava quasi una casa, invece che un porcile. Passai una mezz’ora nella doccia e quando uscii mi sentii un altro. “Non mi importa se il mondo finisce oggi stesso / non ero invitato in ogni caso”. Annotai le parole su un pezzo di carta, e mi misi al computer a giocare con Garage. In meno di due ore la canzone era pronta: melodia, ritmo, linee di basso, e quasi tutte le parole. Se solo Lucertola fosse stato qui con me. Quando riuscivo a produrre qualche cosa che mi soddisfaceva, mi assaliva l’euforia del bipolare. Lea sarebbe tornata da me la sera stessa, avremmo scopato sul letto cui avevo perfino cambiato le lenzuola, e la vita sarebbe andata avanti come prima che le se ne andasse portando con sé, oltre al mio cuore, anche la mia arte, l’unica cosa che so fare. Ostaggio di questa irragionevole speranza, sospeso in questo limbo perfetto, mi misi a guardare la TV, alzandomi solo per pisciare e per prendere del gelato dal freezer. Alle 11 di sera ero ancora sul divano, le mani strette attorno al cordless, in attesa di quella chiamata che non sarebbe arrivata. Né quella sera, né per i successivi quattro anni, per l’esattezza.

(*) ovviamente ispirato al video s’Aint di Marilyn Manson

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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