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Pasolini ultimo atto

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Abel Ferrara arriva defilato nella sala già piena appena un attimo prima dell’inizio del film, giusto in tempo per dichiarare l’impossibilità sperimentata nel riconsegnare allo schermo il vissuto del poeta friulano: “certe cose si possono rappresentare solo attraverso il corpo. Questa è e rimane una grande lezione pasoliniana”.

Ci saluta con l’invito ad abbandonare tutte le aspettative, con la preghiera di approcciare il suo Pasolini, che esce nelle sale oggi, con l’attitudine che si ha “affacciandosi alla finestra”, cioè col disinteresse e l’apertura del guardare fuori assorbendo ciò che si vede e accade.

E ciò che accade nel film, ripetendone lontanamente struttura e forme, segue lo schema che si ritrova in Petrolio: una carrellata di memorie, visioni, immagini viste “affacciandosi alla finestra”, parziali e apparentemente isolate ma sempre in rapporto tra loro, che ci consegnano le ultime 24 ore della vita del poeta-regista-scrittore, interpretato da un Willem Dafoe Pasolini fotocopia.

L’inizio con la madre che lo accoglie al ritorno dal suo viaggio a Stoccolma per la traduzione de “Le ceneri di Gramsci”. Passaggi da Salò o le 120 giornate di Sodoma. Frammenti di Petrolio, dalla scena de “Il pratone della Casilina” (Appunto 55), nel quale Carlo consuma un rapporto orale con venti ragazzi nella periferia romana, al sempre Carlo angelico e sociale immerso in un ricevimento dell’alta borghesia di cui è astro nascente del nuovo potere.

Ferrara ci racconta una Roma notturna che celebra con la lettura diagonale di inquadrature deformanti strade, monumenti e piazze, dentro la quale Pasolini si lancia come l’Alex predatorio di Arancia Meccanica. Una morbida e sofferta discesa all’inferno, vagando alla ricerca di qualcosa di desiderato e irraggiungibile.

E poi cuciti insieme: una quotidianità diurna tra le mura di casa, con gli affetti e gli amici più intimi che lo accompagnano, senza saperlo, verso gli ultimi istanti prima della morte e la sua ultima, incompiuta, profetica intervista che Pasolini stesso suggerì di intitolare “Siamo tutti in pericolo”:

“Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo.

“Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

In realtà, in tutto questo, Pier Paolo Pasolini è già morto prima di essere ucciso: è morto in quanto emblema dell’uomo soggetto storico “umanista”. Pasolini avverte questa “morte” e ad essa non sa come reagire, come controbattere fattualmente. L’ammonimento dell’essere tutti in pericolo e la condanna quasi “monacale’‘ della violenza dell’avere e della volontà di possesso, altro non sono che il grido disperato d’aiuto di chi intuisce la propria funzione come morta, inadeguata. La sopravvivenza dell’umanesimo è soffocata, soppiantata dall’avvento della Tecnica, dalle tecnologie e dalla razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza.

La Tecnica si sostituisce all’uomo come soggetto della storia. Tutti gli scopi ed i fini che gli uomini si propongono non si possono raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica dove fini e mezzi, azioni e passioni, condotte e desideri sono tecnicamente articolati ed hanno bisogno di essa per esprimersi. La Tecnica è diventata l’ambiente dell’uomo, ciò che lo circonda e che lo costituisce. Il mezzo è fine. (1) (2)

L’uomo ne risulta decisamente inferiore ed inconsapevole della sua inferiorità. E’ un funzionario dell’apparato tecnico. Non è più un soggetto storico, non agisce più in funzione di fini e scopi, ma della buona esecuzione di ordini ed azioni già descritte e prescritte dall’apparato tecnico.

L’ uomo è antiquato, come scriveva Gunther Anders descrivendo un mondo in cui la macchina e gli oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della storia, il luogo in cui ogni essere umano è ‘gettato’ e costretto a vivere in qualità di essere totalmente inadeguato ai nuovi tempi. Per Anders non è possibile più affrontare questi temi secondo le categorie che abbiamo ereditato dalla grande tradizione filosofica, letteraria, religiosa, o scientifica e gli stessi filosofi sono troppo “antiquati” per comprendere appieno quello che ci sta accadendo.

Pasolini, in quanto prodotto ed emblema di quel soggetto storico che fu appunto ‘l’uomo/essere umanista‘, forse intravede il problema, ma non riesce a trovare una soluzione, in primis verso se stesso. Le sue ricognizioni feroci sull’Italia e sui cambiamenti della società dei consumi, in realtà sono speculari al viaggio feroce che lui stesso compie verso se stesso ed i suoi mostri. È l uomo che ha il coraggio di guardarsi dentro cercando di affrontare tutti gli anfratti intimi, bui e fatiscenti in una introspezione che però non gli sarà salvifica in quanto non comprende il suo limite storico e cioè l’essere stato superato, sconfitto. Il Limite lo snerva. Quando non si accetta un proprio limite, lo si vuole superare, ma nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Sembrerà strano, ma il vero nemico di Pasolini, il suo incubo più assillante che lo affascina ed attrae, è la paura della punizione. Nonostante le sue infinite trasgressioni, rotture, provocazioni, Pasolini è una figura dedita all’obbedienza ed il rapporto simbiotico e venerante con e della madre lo rivela in toto, come fosse gregarismo acritico nei confronti dell’istituzione.

E’ questo suo senso dell’obbedienza originaria, ossessione e rifugio allo stesso tempo, che gli impedisce appunto di cogliere che la volontà di possesso, la violenza, la perversione dell’azione che lui condanna non sono che un tentativo disperato, irrazionale, se non l’unica forma al momento a disposizione, di ribellione alla dittatura del mezzo, alla riappropriazione di una qualche identità umana contro l’avvento della disumanizzazione dell’individuo a vantaggio dell’umanizzazione dell’oggetto e dell’ambiente tecnico razionale.

Pasolini, in quanto strutturalmente soggetto antiquato, questa forza non la possiede e tale mancanza lo porta a rinnegare l’istruzione obbligatoria o a condannare i bisogni consumistici dei’ nuovi poveri’, che divenendo secondo lui soggetti desideranti si corrompono e perdono la purezza dei poveri della società contadina. Ma qui siamo al reazionarismo puro e semplice.

Seppur considerato un profeta, nel momento in cui non riesce ad agire e a trovare uno spiraglio interpretativo del passaggio epocale che comunque meglio di altri intravede e percepisce, non lancia lo sguardo oltre e dopo il futuro, ma si lancia, come in ogni operazione reazionaria, verso un passato che poi così età dell’oro non è mai stato.

Così finisce con l’inseguire la propria morte e fine, piuttosto che ribellarsi ad esse. Preferisce il dannarsi al fare danni. Preferisce il suicidio all’omicidio. La passività e l’essere posseduto come massimo atto di realizzazione, alla perversione dell’agire attivo che è unico strumento a disposizione per tentare di disinnescare o perlomeno aggirare la dittatura imperante del mezzo.

Ci sono molti spunti importanti in Pasolini: l’omologazione, la critica ai consumi autoavvilenti, la ricerca di una felicità che sta da un’altra parte, l’Io so, lo stare dalla parte dei poliziotti, il progresso senza sviluppo, la non democrazia della tv e dei media in generale. Ma tutto ciò se letto senza una comprensione critica finisce, presto detto, nel calderone delle ovvietà adoperate come rivelazioni schiaccianti e nella giungla dei gne gne gne insopportabili.

Abel Ferrara narra il massacro dell’idroscalo accompagnandolo parallelamente ed idealmente con la parabola del film (Porno-Teo-Kolossal ) che Pasolini doveva girare con Eduardo e che non vedrà mai la luce. E’ la storia di un Re Magio di nome Epifanio che insieme al suo servitorello Nunzio partono per seguire la Stella Cometa che annunciava la nascita del Messia. Giungeranno in ritardo davanti alla grotta, ormai vuota, causa le disavventure e le buone azioni compiute durante il suo percorso. Il Re Magio poi morirà dal dispiacere e di stanchezza.

E forse ha ragione Abel Ferrara, a vederlo e ricordarlo così Pasolini, ad inseguire una cometa che lo conduce al mare di Ostia e che gli spegnerà la luce per sempre.

Soundtrack1:’Punto g’, Afterhours (feat. Bachi da pietra)

Soundtrack2:’Ostia’, Zu

Soundtrack3:’Babel’, Ruggine

Soundtrack4:’Latte’, Fluxus

 

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