un blog canaglia

Pappamolla

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Crisi del quarantenne: in quella fase, c’è chi si fa l’amante, chi compra una moto, chi scopre di non poter vivere senza correre chilometri (ho due cari amici che hanno fatto questa fine, amen, vorrà dire che si soffieranno il naso al mio funerale, membra asciutte e cuore lento). Vabbè. Io spazio. Un anno è stata la volta delle arti marziali (non cito la tecnica, per rispetto verso chi la pratica seriamente, persone per bene per le quali la mia breve e disastrosa adesione alla pratica è stato motivo di imbarazzo). Una fase che è durata poco, e si è conclusa a causa dei danni fisici riportati – roba da niente una volta confrontati a quelli subìti dall’orgoglio.

Prima ancora, c’è stato il cinese mandarino: a lezione, il sabato mattina, la muraglia di impossibilità che si interponeva tra me e l’insegnante mi conduceva velocemente in uno stato di lattescente alienazione. Ingentilita, va detto, dalla elegante bellezza di Stella del Mattino (il suo nome in mandarino ovviamente non lo ricordo, ma non l’avevo capito bene nemmeno allora), la singolarmente flessuosa figlia della mia energica docente, che, disperata dal mio scarsissimo profitto, si era evidentemente risolta a farmi dare (inutili) ripetizioni dalla ragazza prima delle ore canoniche. Disastro.

Quello con la musica, invece, è un rapporto solido. Un passato post-punk, new wave e dark, e un presente ondivago, a rimbalzare tra alternative rock, elettronica, industrial, metal: e, alla fine, il salto del recinto, da insaziabile fruitore di suoni a musicista dilettante. I risultati? Quelli che sono. Eppure: a forza di insistere, in rari momenti di grazia, riesco a vincere la mia assenza di coordinamento e la mia sostanziale “a-ritmicità”, e suono. E’ più che certo che suoni male. Ma quando mi capita di imbroccare un groove e di finire in quella corrente insopportabilmente potente… è qualcosa che non si può esprimere a parole. Sono un neofita, un bambino che, reduce da un febbrone, ha guadagnato qualche centimetro di altezza, e, in punta di piedi riesce finalmente a vedere quello che accade oltre il muretto del giardino. E anche così, le mani volano sulla tastiera, i suoni del basso si legano con il cemento rapido ai colpi sui tamburi. Ora capisco, con il cuore, ad un livello profondo, le parole che le riviste e i siti specializzati hanno ammannito ai miei occhi e al mio cervello per due decenni e mezzo: “fare musica è come il sesso”, “quando suono mi sento libero”, “suonare è accedere ad una dimensione superiore”… Sembravano frasi fatte, unte di retorica, insopportabili ovvietà. Ma sono vere. E se sono vere per uno che non sa suonare, immaginatevi la sensazione che può provare chi è affrancato dalla schiavitù di cercare la nota giusta, libero dall’ossessione di costringere le dannate dita a fare il movimento che il cervello raccomanda loro; ma ha in mano una tecnica sufficiente per metterci, nel suonare, calore, sentimento. Diciamo che il mio è onanismo, il loro è un rapporto sessuale con una creatura angelica molto snodabile e che per giunta ci capita di amare profondamente.

Tutto questo per dire che, dalle mie attività extracurricolari da quarantenne senza amante e senza moto, ho appreso su me stesso molto più di quanto mi aspettassi. Ad esempio, quando tentavo di praticare un’arte marziale giapponese, mi hanno messo in coppia con una ragazza, la Rumena. La Rumena era seria e taciturna, non credo di averla mai vista sorridere, in effetti. Era evidente che fosse tosta, anzi, diciamo “asciutta e determinata”, va’, ché la gente che parla di donne “toste” mi sta automaticamente sulle palle. Ma di chi fosse la Rumena, me ne sono reso conto quando l’ho affrontata in un tragico corpo-a-corpo. Ero in imbarazzo, per l’ovvia ragione che mi trovavo alla distanza e perfino nella posizione adatta a ballare con lei uno (spassionato) tango giapponese. Doppiamente in imbarazzo, perché, insomma, era una situazione in cui un uomo deve menare una donna, e a chi non ha mai picchiato nemmeno un uomo… La Rumena, però, mi ha velocemente fatto scendere dalla mia nuvoletta di inutili riflessioni afferrandomi un polso con un’energia che ovviamente non sarei stato lontanamente pronto ad aspettarmi, nemmeno mille anni più tardi, in un altro pianeta. Mi ha sbattuto come uno straccio impolverato. Quando è stato il mio turno, di simulare l’attacco, per quanto ci mettessi del maschio vigore, la mia presa era – effettivamente, tragicamente – non più minacciosa di una mozzarella, anche se la burrata si presta meglio all’idea. Costringendomi, oltre che a rovesciare una montagna di pregiudizi idioti (uomo forte – donna debole e vittima) a farmi qualche domanda: perché nella vita, nelle cose, con le persone, non mi sono mai sognato di usare nemmeno un decimo della forza inumana inscatolata dentro le scapolette di quell’uccellino, che, dopo ogni colpo che (mi) infliggeva, si tirava i lembi della giacca per scongiurare fuoriscite mammarie indesiderate (un riflesso spinto dall’abitudine più che dalla necessità – non era esattamente una maggiorata).

Perché sono stato, tanti anni, così pappamolla? Bella domanda, non proprio comoda, e nondimeno salutare, anche nel suo pervenire così tardiva. Me la sono posta di nuovo, durante una lezione di musica, mentre il mio maestro mi invitava in modo colorito (nessuno mi “invitava” così, credo, dai tempi delle medie…) a suonare più forte. Perché quel suono moscio, insicuro, debole? Era la stessa sindrome riscontrata sul tatami? Certamente. E così, impietosamente, lucidamente, mi sono sdraiato, nudo su un tavolo di marmo, e il coltello ha cominciato ad incidere. Ed è stato in questo modo che ho scoperto la grande insincerità che mi avvolgeva come una pellicola domopak. Ecco compresa la causa di quella insicurezza patologica (Shyness is nice and Shyness can stop you From doing all the things in life, la colonna sonora della mia gioventù); quella fondamentale ipocrisia nei rapporti, quella stucchevole gentilezza indossata come un’ipocrita corazza protettiva dagli altri (“non fatemi male, vedete come sono buono”); quella impossibilità crassa ed autoimposta di vedere con chiarezza la realtà (le cose belle che accadono, le cose brutte che succedono), che poi si trasforma in disagio, con il disagio che esplode nella rottura, una frattura inattesa, per tutti, pure per te, se solo avessi avessi avuto un po’ più di coraggio, un po’ più di violenza nelle dita – per stringere il polso della Rumena, per pestare sul fottuto basso, per strappare il lenzuolo e guardare sotto.

 

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. Meglio tardi che mai, no?
    A quarant’anni non sei poi tanto vecchio da rendere superfluo un cambiamento in meglio… altrimenti rimane solo il voler scegliere di appiattirsi come fanno gli anziani.

    Inoltre, a me piace come scrivi. Voglio sapere come sei tornato dalla Russia e cosa ha combinato Ghiacchio dopo aver mangiato pannocchie alla griglia (e vorrei saperlo sia in prima che in terza persona, naturalmente).

    A presto!

    Matteo

  2. Io, figlio del proletariato senza la fortuna (?) di un’infanzia protetta e amata, fui strappato alla mia timidezza temperamentale dalla lotta per la sopravvivenza, fino a diventare, per reazione ma anche per copertura, spavaldo e sanguigno. Poi, quasi a farmi perdonare quel mio imbarbarimento, misi la mia combattività così conquistata al servizio delle battaglie per i diritti civili e l’orgoglio che ancora ne porto è alla base della mia privata felicità.
    Ma anche se avessi “solo” imparato a scrivere come lei in questo post, o a suonare anche solo una chitarra acustica (disperante tentativo della mia adolescenza) non ne sarei meno orgoglioso. Io i suoi quarant’anni li ho passati da un pezzo. Auguri di cuore!

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