Pangolino mon amour

in mondo by

Il pangolino è uno dei protagonisti del mio lessico personale, occasionalmente immaginifico: mi compiaccio, ad esempio, di aver coniato la gloriosa espressione “godo come un pangolino in calore”. Gli fa compagnia l’armadillo, la cui presenza non è originale, ma deriva da una citazione cinematografica da S.O.B. di Blake Edwards (1981). In una scena del film c’è questo medico mezzo drogato che, a due bonazze californiane (poppe abbondanti e voluminose pettinature Eighties) che gli chiedono cosa faccia nella vita, risponde con frivola levità: “Oh, niente di particolare, allevo armadilli”. Evidentemente, devo avere un penchant per gli animali dotati di corazza – deve essere una specie di contrappasso alla mia patologica fissazione per la vulnerabilità.

Qualche giorno fa, sfogliando uno degli enne numeri di Focus Wild che E. lascia in giro per casa, mi sono imbattuto nel poster di un animale deliziosamente improbabile (identico alla foto qui sopra): click! Era lui, il pangolino, il protagonista delle mie metafore idiote, in tutto il suo splendore. Un corpo gobbo ricoperto di grosse scaglie cornee di cheratina, una coda sproporzionatamente grande, che, apprendo compulsando avidamente Wikipedia, oltre che a fungere da arma di difesa, viene usata dall’animale per mantenere l’equilibrio in marcia. Infatti, il povero pangolino ha qualche problema a muoversi agilmente con quelle sue zampette minuscole, che oltretutto sono accessoriate con grosse unghie, buone a raspare e a procurarsi insetti, un po’ meno a correre. Ma il processo evoluzionistico gli ha tirato altri brutti scherzi: per dire, solo alcune specie della sua “famiglia” hanno orecchi esterni, mentre tutte indistinamente sono prive di denti, e masticano direttamente nello stomaco, qualche volta aiutandosi con dei sassi. Inoltre, il pangolino vede poco.

Per certi aspetti il pangolino assomiglia ad un riccio e per altri alla puzzola. Come il primo, infatti, si appallottola su sé stesso in caso di pericolo e forse anche per dormire; come la seconda, invece, si difende dai nemici emettendo cattivi odori con specifiche ghiandole collocate vicino all’ano. Una delle foto che correda la versione inglese della voce “pangolin” su Wikipedia è impagabile: due leoni asiatici guardano il pangolino trasformato in un pallone da basket irto di aculei con un’aria smarrita da “e mò?”. Come se non bastassero le sfighe che gli ha regalato madre natura, il pangolino deve anche affrontare l’inimicizia dell’uomo, che gli dà la caccia per mangiarselo e per le sue scaglie (a quanto sembra, in Cina vengono usate per certi scopi medici – ci sarà dietro qualche assurda superstizione, basata sul fatto che le scaglie proteggono l’animale e magari qualche buontempone crede che possano “proteggere” anche gli uomini…). Del resto, gli “strani” attirano sempre la voglia dei violenti, come vi potrà dire ogni ex giovane sensibile e/o non conforme che abbia subito le torture (fisiche, psichiche) dei suoi compagni di scuola nei dolorosi anni dell’adolescenza.

Non riesco a non provare tenerezza per un animale curioso e deprivato, talmente ingenuo da pensare di spaventare gli avversari a suon di scorregge nonché pronto a traformarsi in un Morrissey in adorazione del proprio ombelico quando le cose volgono al peggio. E diciamolo, un po’, invidio quelle scaglie di cheratina che proteggono dal mondo.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*