un blog canaglia

Odiare le vacanze

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Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro prima delle “ferie”: sono sollevato, se non altro perché nelle prossime settimane non dovrò vedere una serie di facce da culo. Ma questa cosa della gente che aspetta le vacanze come se fossero la panacea alla loro “silenziosa disperazione” non mi va giù. Perché, diciamolo, le vacanze sono un altro feticcio da abbattere: rappresentano una pausa, se non socialmente imposta, di sicuro concessa paternalisticamente dal “padrone” del caso. Frutto di lotte socialiste, certo, ma in qualche modo uno strumento di adattamento alla dura legge evolutiva. Un analgesico necessario per sopportare i “restanti” undici mesi e mezzo di dolore, rabbia, frustrazione. Tra i miei amici ve ne sono di quelli che sgobbano in modo semplicemente patologico per quasi tutto l’anno, per poi “concedersi” un mesetto nei posti più ridicolmente lontani ed esotici. Dicono, dicono, eh, che le entrate che procura loro la fatica parossistica dei mesi invernali finanzia la loro fame di bellezza e di diversità. Niente di male, per carità. Ma, quando sento questo modo di ragionare, mi viene in mente un tossicodipendente: costretto a rubare (nel caso specifico, a sé stesso) per garantirsi un paradiso artificiale piuttosto breve. Il loro ragionamento non sembra considerare la quantità di tossine che ingeriscono nei cupi mesi da formica, né, quanto quel veleno finisca per avere la meglio su di loro, trasformandoli in altro, in qualcosa di più affine, di più servibile per le mascelle del meccanismo che ci divora. La vera rivoluzione è per il qui e l’ora.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

3 Comments

  1. Ciao,
    interessantissimo. Descrivi molto bene la sensazione di sentirsi schiacciati dall’azienda, dai suoi ritmi e dalle ferie, racchiuse e delimitate in un periodo ben definito, programmate da mesi, ecc. ecc. Dopo aver letto il tuo post e trovandomi in pieno accordo con te, mi sono chiesta se allora non sia il caso di lasciare il lavoro da 42 ore alla settimana e tornare a fare lavoretti saltuari da pochi soldi con la possibilità però di avere una montagna di tempo libero. Tanto, cosa sto facendo? Compro il mio tempo con i miei stessi soldi?
    La risposta che immediatamente mi sono data è che il lavoro non dà soltanto soldi, ma un’identità. L’idea di crescere e andare avanti. Di progresso personale. Lo so che noi non siamo il nostro posto di lavoro, ma quest’ultimo in moltissimi casi ci permette di incanalare le energie in modo produttivo e strutturato. E credo che moltissimi, come me, siano affamati di ciò.
    Oppure cosa proporresti tu, come alternativa al sistema “lavoro tutto l’anno come un mulo per 2 settimane di ferie in agosto”? Si accettano suggerimenti e idee.

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