Nuovi media, vecchi sfruttamenti

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I quotidiani nascondono i veri numeri della loro crisi. L’unico segmento in crescita, quello online, è composto da innumerevoli collaboratori occasionali e non pagati. Come se ne esce?

 

Cos”è quel numero che leggiamo nelle pagine interne dei giornali, la «tiratura media»? Indica il totale di copie stampate in tipografia, esclusi gli scarti di macchina. I giornali continuano a esibire nelle pagine interne il dato della «tiratura media» perché gli fa comodo. Proprio perché è un dato “gonfiato”: sotto questa definizione finiscono anche le migliaia di «giornali omaggio» e le copie impacchettate per le scuole, che notoriamente nessuno legge.

La realtà dice tutta un”altra storia. O meglio, l’ha detto l’ADS – Accertamenti Diffusione Stampa – quando giorni fa ha diffuso in Rete, per la prima volta, i dati effettivi – non medi – di vendita dei giornali. Sono dati preoccupanti, che dimostrano non solo quanto siano pompati i numeri pubblicati dai quotidiani, ma anche quale sia lo stato precario di salute della stampa. Tanto per darvene un’idea: il Corriere raggiunge appena 440mila copie – a fronte delle oltre 600mila dichiarate; la Repubblica arriva a 357mila – contro di 500mila dichiarate. Il Fatto è fermo a 56mila, l’Unità sprofonda a quota 35mila copie, e così via.

Dati che potrebbero mettere ancora di più in allarme i veri padroni del vapore, i pubblicitari, che già da diversi anni stanno riducendo i loro investimenti a causa della profondissima crisi del settore. Nel 2011 il calo della diffusione dei quotidiani è stato del -2,6%, un anno prima dell’1,5%, nel 2009 addirittura del 12%.

Nel disastro generale – che non meraviglia chi, come il sottoscritto, da tempo denuncia la deriva dei nostri quotidiani verso un modello d’informazione superficiale, arrogante, esclusivo, manipolato dai forti e manipolatore dei deboli – c’è però il dato di Internet, che continua a rappresentare una controtendenza. Tra il 2009 e il 2011, il numero degli utenti di siti web di quotidiani in un giorno medio è passato da4 a6 milioni, con un incremento del 50%.

I giornali sono ben consapevoli di questo fenomeno, e infatti non passa anno senza che il Fatto o Repubblica non segnalino il “boom” dei propri siti web. Un aspetto interessante è però questo: il contenuto dell’unico segmento in salute dei nostri media, quello online, è costruito per lo più in modo semi-professionale. Da contributor occasionali. Con contratti vagamente definiti, o semplicemente non esistenti.

Prendete l’ormai famigerata colonna destra di Repubblica.it: è quasi interamente costituita da scarti di altri siti, da filmati rinvenuti nei meandri di Youtube, da segnalazioni di lettori, dal riciclo di ciò che si trova nella Rete. Chi si occupa di cercare filmati di gattini che sbadigliano? Come viene retribuito il redattore che “posta” le foto dei «detenuti più buffi d’America»? Prendiamo il sito del Fatto Quotidiano: quanto hanno giovato al suo successo le decine di blogger – non pagati, ovviamente – ospitati su quelle pagine?

Sostiene Giorgio Poidomani, ex-amministratore del quotidiano di Travaglio-Padellaro, che prima della fine del primo anno di attività il CdA del Fatto ha stabilizzato tutti i giornalisti e a ognuno sono stati dati dei bonus: 3mila euro il primo anno, 8mila il secondo e il terzo. Bene, ma qualcosa spetta anche agli occasionali, oppure no? L’amatore che regala al sito il suo video girato durante gli scontri in piazza Tahrir, ha diritto o no alla spartizione della torta? È un discorso ovviamente complesso e che si può rivolgere a quasi tutti i quotidiani.

Una parentesi necessaria: non sono tra quelli che hanno un blog sul Fatto. Ho collaborato ad alcune rubriche con alcuni interventi sporadici, davvero irrilevanti, e non mi azzarderei mai a chiedere una remunerazione. Mi rendo conto che il sentirsi “pubblicati” ha un certo fascino su chi sta facendo gavetta. Regolarizzare un settore che ha l’aspetto di un villaggio del Far West, con giovani firme, anche di valore, pronte a sostituire gratis coloro che pretendono un trattamento professionale, sembra un impresa impossibile.

Resta il fatto che, mentre tutti i guru della comunicazione ci dicono che per sopravvivere al mercato bisogna far finta d’essere già nel 2020, e «chi resta indietro è perduto», il vecchio, caro surplus viene distribuito ancora con metodi che risalgono al 1920.

È vero che i social media hanno creato nuove figure professionali e un nuovo tipo di talent scouting che permette di aggirare vecchie burocrazie e di premiare il merito. Ma persino la “blogstar” che riesce ad emergere – una su diecimila – dall’oceano di anonimato dovrà comunque sperare di farsi assumere da una società che abbia salde radici nel cartaceo, ormai al collasso. E poi lasciatemi dire che Twitter e Facebook sono arene di giornalismo solo apparentemente democratiche: per l’1%, forse, rappresentano un medium efficace e di “potenziamento”. Per tutti gli altri rappresentano solo dosi letali di farmaci stordenti, che finiscono per far perdere tempo e disperdere talento a chi le usa. In poche parole: fanno diventare chi è famoso ancora più famoso, e chi non è nessuno ancora più nessuno.

Probabilmente, come sento dire spesso ai convegni sul giornalismo, verrà il giorno in cui la vecchia guardia degli «inquadrati a vita», dei Serra, dei Maltese, dei Panebianco, dei Della Loggia, verrà sostituita dalle migliori menti di questa generazione dell’apprendistato infinito, del «ti pagherò facendoti pubblicità», delle idee regalate per la gloria futura. Ma quanto bisognerà attendere? E soprattutto, a chi giova questa giungla, se non ai padroni dei giornali, ai pubblicitari, secondo una logica di competizione basata unicamente sul taglio del costo del lavoro, anziché sulla qualità?

«A salario di merda lavoro di merda», si urlava in fabbrica un fantastilione di anni fa. È uno slogan che non ha senso riproporre oggi, non solo perché le fabbriche stanno chiudendo, ma perché ad ogni sfruttato che si ribella, nel suo piccolo cubicolo, ce ne sono almeno dieci pronti a sostituirlo. Ma forse un esempio positivo può venire proprio da quell’epoca in cui il miglior giornalismo, le migliori inchieste, le migliori firme, non erano affatto esclusiva dei grandi quotidiani. Penso alla generazione di Cannibale, del Male, di Frigidaire, ma anche del primo Lotta Continua, di Potere Operaio, di Rosso, di Quaderni Piacentini, di Ombre Rosse. Una generazione che sicuramente ebbe il suo bel daffare a far quadrare i conti, e non è un caso che i più furbi trovarono una pronta ricollocazione negli agi dell’impero berlusconiano.

Ma se i lettori del 2012 decidessero di seguire quell’esempio di “controinformazione”, andando stoicamente contro la natura impulsiva, meccanica, additiva del consumo contemporaneo – non solo mediatico –, se decidessero di investire in piccole realtà “specializzate”, simili a tribù, dove ci si conosce e ci si confronta, anche solo “virtualmente”, e se al tempo stesso fallisse il modello dei media-baraccone – che si sentono in dovere di coprire tutto e male: dalla pallacanestro al gossip, dalla crisi in Siria ai retroscena del Quirinale – forse si potrebbe affrontare una crisi di settore senza svendere la dignità di chi scrive e di chi consuma. E la riduzione di profitti e organici nei grandi gruppi potrebbe far fluire risorse verso minoranze più oneste, magari persino più coraggiose. Faccio un solo esempio, a costo di farla sembrare una marchetta: Internazionale.

 

 

(DISPACCI) Nato a Napoli. Si laurea in Economia delle Arti a Milano, dove partecipa a varie esperienze letterarie (Eveline) e politiche (La Stecca degli Artigiani). Fondatore del gruppo di street art anti-camorra “Il Richiamo”, scrive una tesi di laurea sulla devozione alla Santa Morte in Messico e organizza una mostra sulle somiglianze tra “neomelodico” e la musica pop mediterranea. Nel 2010 vola a Londra, dove lavora come nel mondo dell’editoria. Recentemente è di base a New York, dove lavora come giornalista, attivista e occasionalmente cuoco.

3 Comments

  1. Ottimo articolo, da riproporre purtroppo ciclicamente, almeno ogni 4-5 mesi..

    Mi permetto solo di segnalare il quotidiano con cui “collaboro”, fanpage.it, che va considerato il primo in Italia su facebook, con il suo milione e 200mila fan, e che invece molti continuano ad ignorare..

    Detto ciò finché non si assumerà con coscienza che il giornalismo online rappresenta (che ci piaccia o no) il futuro dell’informazione, non saranno adottate misure tese a salvaguardare i diritti di collaboratori e quant’altro..

    Paolo

  2. come è normale che sia, di questi tempi anche i quotidiani affrontano la crisi. però a differenza dei cittadini che fanno i salti mortali per arrivare a fine mese, loro, i giornali’ escluso il fatto, si fanno sovvenzionare dallo stato.
    Fino a quando sarà così difficilmente si attueranno delle vere politiche societarie che preparino il quotidiano ad “essere stabile”, a dare notizie fondante e magari non di parte. si stimolerebbe la concorrenza. al momento è tutto finto.
    e poi nell’era di internet ancora cò sta carta….

  3. sì, molto interessante e per la maggior parte condivisibile. in particolare anche io notavo la schizofrenia nelle retribuzioni, per cui i cartacei vendono sempre meno ma pagano (sempre meno, però pagano) mentre i siti sono visti sempre più ma non pagano, neanche i più grandi e affermati (vedi la lite bloggersVShuffpo finita in tribunale). e non so se questa giungla giovi davvero ai padroni dei giornali…
    restando in tema, si nota anche un’altra schizofrenia, quella dei tecnoentusiasti un po’ agée, che da un lato invitano ogni giorno i quotidiani a mettere su internet più contenuti che possono presi dal cartaceo, e dall’altro però continuano a prendere stipendi cicciosi o ricchi emolumenti dagli stessi giornali che criticano!
    avrei solo qualche perplessità sulla pars construens: Internazionale è un unicum poco replicabile, la produzione indie esiste ed è vivace, ma ancor più senza ‘na lira… certo comunque che la strada è quella, se ce n’è una, e quindi in cammino

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