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Numeri chiusi e giungle aperte 

in società by
Durante il mio percorso universitario ho avuto il privilegio, diciamo, di frequentare sia un corso di laurea a numero aperto che due a numero chiuso. Chiunque avesse un diploma di maturita’ poteva iscriversi al mio corso di laurea triennale in economia. E l’impressione che si aveva entrando nell’enorme aula dove si tenevano tutti i corsi del primo anno era che effettivamente CHIUNQUE si fosse iscritto al mio corso. Ricordo l’aula stracolma, nonostante le lezioni fossero replicate due volte secondo la divisione A-L M-Z perche’ senno’ non ci si stava, ricordo la frustrazione di impare delle materie completamente nuove senza poter mai fermare l’insegnante e fare domande (davanti a 200 persone e’ un po’ difficile dire “scusi non ho capito”), la fila ai ricevimenti pieni zeppi, le oscure domande d’esame, i libri di testo incomprensibili scritti dal professore che teneva il corso, gli esami in cui il 90% veniva bocciato, l’attesa di un orale vicino a uno studente che ritentava per l’ottava volta e per stare calmo prendeva il Valium. Ricordo per esempio di aver tentato piu’ volte l’esame di microeconomia e di averlo passato con un voto bassissimo. Io che uscivo dal liceo con il massimo dei voti e che quella materia mi e’ pure capitato poi di insegnarla in un’universita’ non proprio di terz’ordine (a riprova che forse non ero negata io).
Poi, dopo essere stata tra le trenta o poco piu’ persone laureate in tempo, ho fatto armi e bagagli per la specialistica e sono andata in un’universita’ privata con numero chiuso. La decisione di trasferirmi in quell’universita’ e’ stata dettata soprattutto da considerazioni sul curriculum accademico, ma la differenza di approccio all’insegnamento era lampante. Mentre alla triennale si aveva l’impressione che la difficolta’ di quei cinque o sei grossi esami dei primi due anni servissero piu’ che altro a selezionare i trenta superstiti da laureare (piu’ i fuoricorso), alla specialistica la difficolta’ dell’esame sembrava essere semplicemente il riflesso della difficolta’ della materia. Infatti la selezione su chi doveva restare e chi andare era stata fatta mesi prima sia sugli studenti provenienti dalla stessa universita’ che su quelli provenienti da altre. L’idea e’ in sostanza di selezionare prima i migliori tra gli studenti interni ed esterni e poi impiegare il tempo della specialistica ad assicurarsi che questi imparino quello che devono imparare. Naturalmente non sto a dirvi quanto meno ho sofferto alla specialistica, imparando molto di piu’.
Fino ad oggi la mia esperienza della triennale e’ stata risparmiata a chi veniva ammesso a medicina: ci si doveva fare il mazzo per passare un test molto selettivo, ma una volta entrati l’unica preoccupazione sia degli studenti che dei professori era che gli studenti imparassero. Insomma, il sistema che io raccomanderei per tutti i corsi di laurea. Ora invece il Ministro Giannini sembra voglia esportare il sistema della mia triennale anche a medicina. Immagino gia’ le aule stracolme, gli esami con centinaia di iscritti, i professori sepolti da esami da correggere, etc, etc. Immagino anche gli studenti bravi che arrancano nella giungla e immagino quelli raccomandati ammessi al secondo anno in base a voti presi su esami orali. E mi viene il dubbio che senza test d’ingresso anonimi ci ritroveremo molti piu’ dei secondi e molti meno dei primi con un bisturi in mano intenti ad apririci la pancia o ben che vada ci ritroveremo i primi, ma meno preparati. E in tutto questo i piu’ felici dell’abolizione del test pare siano gli studenti, come se alla fine potessero davvero tutti diventare medici. Beata gioventu’.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

13 Comments

  1. Direi che in questo articolo si centra alla perfezione il nocciolo della questione. Del resto la proposta del “ministro” Giannini è stata una chiara manovra elettorale, speriamo solo che ora venga frenata da qualcuno che abbia un po’ più di coscienza di lei.

  2. A nessuno viene il dubbio che forse andrebbero scremati prima (medie, licei) gli studenti,mandando a zappare i meno capaci,invece di farli iscrivere arbitrariamente a corsi di laurea dove tentano l’esame ottanta volte in dieci anni,prendendo a sfinimento il docente universitario,solo perché la società li vuole disoccupati con un pezzo di carta in mano?

  3. L’università l’ho vissuta da entrambe le parti della cattedra, e sono convinto che non ci sarebbe alcun bisogno di facoltà a numero chiuso e test di ingresso, se solo le scuole medie e superiori, e poi l’università stessa, facessero il loro dovere, facendo andare avanti solo i realmente meritevoli. Invece no: oramai anche le università si sono assestate sulla stessa lunghezza d’onda delle scuole superiori, promuovendo tutti, ma proprio tutti; e se qualche docente boccia qualche alunno di troppo, state pur certi che un “richiamino” verbale dai piani alti arriverà. E allora teniamoci, dove c’è, lo stramaledetto numero chiuso; anche se trovo davvero offensivo che l’iscrizione di un ragazzo alla facoltà di medicina dipenda da domande del tipo “Quanti scudetti ha vinto la Roma?” o “Qual è il lavoro di Elisabetta Canalis”?

  4. Se il nostro ultimo Presidente, il mai abbastanza rimpianto Einaudi, potesse parlare oggi, ripeterebbe ciò che già ebbe modo di dire e scrivere fino alla noia: eliminare il valore legale di ogni titolo di studio.
    Quale istinto masochistico potrebbe spingere frotte di studenti (con le relative finanze familiari alle spalle) ad acquisire laurea alla Facoltà di Nientistica comparata dell’Università di Rocca Cannuccia Ter, col solo risultato di farsi deridere ad ogni futuro colloquio di lavoro?
    Se il titolo nulla valesse, bensì il prestigio e la qualità delle diverse sedi universitarie fossero il vero criterio di giudizio, ebbene ci risparmieremmo la calca di chi ambisce al diploma in cartapecora col timbro dello Stato, più che a imparare.
    Ma poi precipiteremmo in una crisi profonda tutti i corniciai della penisola e numerose cartiere di pregio, perciò, a beneficio della quiete sociale, sarà d’uopo lasciar le cose come stanno.

    • Scusami, eh, ma oggi quale sarebbe questo valore legale del titolo di studio? L’accesso a sparuti concorsi e all’abilitazione alla professione. Poca roba. Annullarlo non risolverebbe nessuno dei problemi dell’università italiana, a mio avviso

    • Tu poi ovviamente, potendo scegliere, ti faresti progettare la casa o togliere l’appendicite da uno senza laurea o con una laura che non implica le sue conoscenze della materia siano state certificate?

  5. In questi tristo paese, purtroppo, il numero chiuso, invece di essere commisurato alla capienza didattica dell’universita (ho posto per 100 _ 200 studenti, ne ammetto 100 -200), è spesso un modo per le caste professionali di limitare gli accessi al mondo del lavoro e, quindi, la futura concorrenza. E’ la politica attualmente seguita per tutti i corsi di laurea dell’area medica (con punte vergognose a odontoiatria).

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  7. dunque il tuo ragionamento e’:
    siccome la mia triennale ha scremato i buoni dai cattivi e quindi la specialistica mi ha dato modo d’imparare, lo stesso vale a medicina dove la scrematura viene con il test di ingresso.
    Solo che non e’ cosi’, dato che un test d’ingresso, di per se, concordiamo tutti che screma con molta meno efficienza di una serie di esami su piu’ anni.
    E una volta entrati nel numero chiuso tutti devono laurearsi, pena da un lato la riduzione dei finanziamenti pubblici all’universita’ e secondariamente la riduzione del numero di medici di cui siamo abbondantemente a corto.

    E il discorso che l’abolizione del numero chiuso porterebbe a un maggior numero di raccomandanti col bisturi contraddice cio’ che prima sostenevi della funzione scematoria della tua triennale (altrimenti alla privata avresti dovuto trovare un sacco di caproni figli di).

    Invece il test a medicina scremava per effetto indiretto: data la difficolta’ del test, chi non passava, ma aveva voglia di farsi il mazzo, generalmente si faceva il culo di un anno a biologia, per poi entrare matematicamente l’anno successivo; chi passava di culo, si perdeva da solo e si autoscremava nel primo anno.
    Ma quale ragione di far perdere un anno a persone che realmente hanno voglia e merito per fare tale facolta’?

    Ovvio l’apertura di medicina sic et sempliciter e’ di molto peggiore del male che vuole curare. Ma un anno ad apertura piena, seguito da uno sbarramento secco potrebbe migliorare la situazione.

    Infine, il punto del numero chiuso a Medicina,la cui cancellazione realmente terrorizza i rettori, e che a differenze di materie umanistiche o sociologico-economiche, dove, tralasciando la qualita’ di insegnamento, il limite e’ solo lo spazio (mi raddoppi il numero? affitto cinema e faccio i turni alfabetici per le lezioni), a Medicina servono reparti ospedalieri che assorbano gli studenti per i loro tirocini. Se gli ospedali universitari sono gia’ al massimo di capacita’ di assorbimento, l’abolizione del numero chiuso senza la costruzione di nuove strutture (scusate ho le lacrime agli occhi dal ridere a pensare lostato italiano che costruisce nuovi ospedali) e’una follia.

  8. Ho fatto l’università (chimica) in tempi assai lontani, quasi preistorici, il problema del numero chiuso allora non esisteva, però la scrematura al biennio esisteva eccome. In pratica dimezzava il numero degli aspiranti al dottorato. Perché non si potrebbe seguire oggi lo stesso sistema? Credo che per medicina basterebbe un numero ed un tipo di esami concordati a livello nazionale per capire se una persona può proseguire o meno.
    Il quiz di entrata, a parte i soliti raccomandati (che comunque ci saranno sempre) rischia di tener dentro aspiranti inadatti alla materia e tener fuori gente che potrebbe veramente far bene alla medicina.
    Non so oggi, ma mi pare che, allora, nei primi anni di medicina si dovesse studiare e molto, ma senza la frequenza clinica, riservata ai laureandi degli anni superiori.

  9. Ma perché si parla sempre e solo dei medici? Anche i cattivi ingegneri – per fare un esempio – ammazzano un sacco di persone.

    A margine vorrei chiedere alla professoressa di astenersi, per il futuro, dall’usare l’apostrofo in luogo degli accenti, almeno per le povere e incolpevoli minuscole. La cosa ferisce gli occhi e dopo qualche riga obbliga a indirizzare anatemi non solo nei confronti del sistema universitario, ma anche verso quello della scuola elementare e media inferiore.

  10. Solo un appunto sul tema del: “E mi viene il dubbio che senza test d’ingresso anonimi ci ritroveremo molti piu’ dei secondi e molti meno dei primi con un bisturi in mano intenti ad apririci la pancia o ben che vada ci ritroveremo i primi, ma meno preparati.”

    Già un babbeo come Brunetta (numero di pubblicazioni accademiche di rilievo su riviste ad alto IF tendente asintoticamente a zero!) ebbe a dire “Io voglio sapere se chi mi sta per operare è un macellaio oppure no” e la risposta furono i curricula dei medici online sui siti delle ASS…
    Come se oltre un decennio tra laurea e specializzazione non bastasse a capire e far capire ad un chirurgo se è in grado oppure no di operare e come se la sala operatoria non fosse un luogo ove si agisce nel 99% dei casi in equipe.
    Peraltro la chirurgia è artigianato delle più raffinata ed elevata fattura, chè ogni intervento è in sè e per sè una piccola opera d’arte che talvolta purtroppo non riesce bene per mille ragioni non sempre imputabili all’operatore.

    Sul tema generale del post, il numero chiuso con una selezione all’ingresso mi sembra la scelta meno problematica, ma questo parlamento di nominati e questo governicchio presieduto da un’imbonitore non credo possano mutare la situazione se non in peggio. Talvolta piuttosto che “faaare” tanto per “faaare” è meglio non fare nulla. Mi sembra questo il caso.

  11. Dal tuo articolo Anna concludo solo che la specialistica è meglio della triennale perché proprio quest’ultima ha fatto da ottimo filtro. Per poter ragionare sull’effetto del numero chiuso dovresti confrontare o due triennali o due specialistiche, di cui una con numero chiuso e l’altra no.

    Qualcuno potrebbe invece prendere il tuo ragionamento e dire: aumentiamo il numero di sedi, così da evitare tutti i problemi che hai enunciato (aule affollate, esami arbitrariamente selettivi), cosa che sarebbe ancora peggiore.

    Se come in altri paesi ci fossero istituti tecnici di alto livello e scuole di specializzazione professionale di livello “universitario” serie avremmo tecnici altamente qualificati ed eviteremmo l’inflazione di molte lauree a cui parecchi accedono per esclusione.

    Comunque, non serve per forza il numero chiuso, se vi sono altri filtri: a fisica a Trieste (quindi non in una sede di poco conto) eravamo 50, senza numero chiuso. Basta che si sappia sin da principio che perdi tempo non sono ammessi e per questo in altri paesi non si può ripetere lo stesso esame all’infinito e vi sono sbarramenti per accedere agli anni successivi.

    Ripeto: se si variasse maggiormente l’offerta formativa, rendendola anchepiù severa a tutti i livelli, si eviterebbero molti perdi-tempo.

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