un blog canaglia

Nudi sul Social Network

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In effetti, è comprensibile: le dinamiche dei social network possono costituire una tentazione spesso irresistibile per quella parte di esibizionista che risiede in ogni persona. Non so se la mia interpretazione sia influenzata da un quid patologico tipicamente mio, ma Facebook  io ho preso a considerarlo un po’ come un elenco del telefono delle facce. Per lavoro mi devo relazionare con molte decine di persone, e la probabilità di vederle in carne ed ossa è spesso scarsa. La curiosità di collegare una foto (un viso bello, brutto, pimpato o naturale) ad una voce o una firma su una e-mail, e di confortare le proprie ipotesi sul valore professionale dell’interlocutore in anticipo viene viene soddisfatta in un amen: una passaggio su FB, un giretto su Linkedin, et voilà. Oppure i social network (seriosi o ridanciani che siano) hanno trasformato in un molesto ficcanaso / possibile stalker virtuale solo me? Spero proprio di non essere il solo a fare queste cose, altrimenti mi preoccupo.

In ogni caso, fino a poco fa anche io avevo un profilo su Linkedin. Ed uno dei miei passatempi preferiti era andare a verificare i CV caricati da molte delle persone che conosco; il trattamento Linkedin è quasi una procedura automatica per tutti i nuovi colleghi. Di solito, le prime impressioni vengono rafforzate dalla verifica. Le persone davvero di valore adottano solitamente uno stile asciutto e sobrio: c’è solo l’essenziale, l’inglese è corretto, la foto, anche se magari un po’ paracula, trasmette sicurezza ed affabilità. Ma sono assai più numerosi i soggetti che si fregiano di titoli altisonanti (Director o addirittura Head of) potendo in realtà vantare pregresse esperienze professionali attaccaticcie, tra cui non di rado figurano permanenze in azienda al di sotto dell’anno.

Oddio, è vero che in Italia c’è la tendenza a fare delle carriere lente (o a non farne per niente), ma di fenomeni che imparano tutto in 8 mesi io non ne ho mai incontrati (può benissimo essere un mio problema). Preferisco evitare considerazioni fin troppo scontate sull’opportunità di presentarsi su un social network dedicato alle relazioni d’affari mostrando una propria foto in costume da bagno o con gli occhiali da sole addosso (e ce ne sono).

E il bello è che l’esibizionismo cieco di alcuni soggetti è tale da non considerare l’effetto complessivo delle proprie menzogne sull’ecosistema aziendale e sulla credibilità del network in generale. A me, per dire, è successo di imbattermi in un tale con un job title talmente survoltato da andare in conflitto con quello di un responsabile (vero) di funzione a diversi livelli di riporto più in alto del millantatore. Talché, a prendere sul serio i suoi deliri, si usciva confusi su chi fosse veramente il capo, tra quei due. Per fortuna, il resto del curriculum fugava ogni dubbio.

Linkedin, in ogni caso, si rivela assai utile per decifrare le ragioni ultime di certe carriere a decollo verticale associate a livelli di conoscenza tecnica e di capacità manageriali mediocri. In questi casi, ormai sono uso a subire con stoica rassegnazione e a rifugiarmi nel luogo comune più trito: “è un(a) raccomandato(a)”. L’apposizione di questa etichetta universale porta ben poco conforto, anche perché lascia nell’indeterminatezza: una indeterminatezza che, assieme alla frequenza con cui viene apposta, obbliga a qualche riflessione poco gradita su sé stessi (ma non sarò io che sono il solito bastardo invidioso?). Qui viene in aiuto Linkedin, un ausilio indispensabile per capire come molti dei personaggi sono legati, per esperienza pregressa ad altri personaggi, che a loro volta sono connessi ad altri personaggi via via sempre più in alto nella catena alimentare. E si ricostruisce così, pezzo per pezzo la storia dei vari “Cerchi Magici” degli influenti. E’ un po’ come fare il detective in un film americano. Spesso il filo rosso è evidente, qualche volta tocca lavorare un po’ sui contatti delle persone che mi interessano: ma di solito in una decina di minuti si ottiene un quadro chiaro.

Insomma nel social network del business ci si trovano un mucchio di informazioni interessanti ed utili per capire per quale ragione ci ritroviamo con organizzazioni autoreferenziali e sclerotizzate. Organizzazioni che inevitabilmente si impoveriscon di talenti autentici e creano un contesto deprimente, in cui semplicemente è impossibile esprimere creatività e utile innovazione. In fondo è quello che è accaduto per secoli alle famiglie reali: a forza di scopare tra cugini si sono ritrovate con principi ereditari suonati.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

  1. è che Linkedin sta cambiando modello di business. Da sistema abbastanza elitario, usato fondamentalmente da HR, sta diventando un mercato dei polli. Perchè il mondo HR è un po’ in crisi, quindi meglio buttarla sul social puro, e fare soldi con pubblicità o vendendo account premium.

    Scelta legittima, per carità, forse anche l’unica possibile per continuare a crescere in questo momento. Ma mi ha allontanato da quella piattaforma, dove tengo notizie molto, molto scarne, giusto ‘io ci sono’. E ricevo spesso endorsement (il nuovo sistema è patetico) su skill che il raccomandante non sa nemmeno cosa siano.

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