Neoliberismo guerrafondaio

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Una delle idées reçues piu’ ricorrenti negli ambienti gauche impone una sorta di corrispondenza tra la mentalita’ cosiddetta “neoliberale” (Dio solo sa di cosa parlano), e un certo atteggiamento imperialista che conduce a frequenti guerre. Cercando di razionalizzare un poco cosa succede nelle menti confuse di gente che ritiene affidabile Federico Rampini, credo si possa affermare una sorta di equivalenza tra capitalismo – rendiamolo piu’ satanico : capitalismo finanziario – e militarismo.
downloadNon e’  mia intenzione ripercorrere decenni di letteratura sulle relazioni internazionali in grado di spiegare perche’ questa convinzione sia fondamentalmente – con quel tono campano che Hollywood rendera’ chic per qualche mese a partire da ieri –  ‘na strunzat’.  Lo farei, per carita’, ma mi mancano le competenze. Mi limito pero’ a rimarcare qualche fattarello, ben riassunto da questo articolo sul Financial Times di oggi.

In buona sostanza, Putin sceglie di fare Il Grosso in Europa dell’Est. Pero’, a parte le conseguenze indirette sulle quotazioni delle aziende italiane (e quando mai) la prima conseguenza e’ il crollo del rublo e il tuffo nell’abisso della borsa moscovita. Senza contare, come rimarca il FT, la paura di ritorsioni economiche che avranno reso il telefono di Putin molto molto caldo. Insomma, mr. “io sto con gli orsi polari” e’ passato da una invasione in grande stile, a una occupazione soft della Crimea, ad accettare al volo le condizioni dell’OECD. La ragione non e’ difficile da interpretare: un mercato finanziario piu’ sviluppato e interconnesso “prezza” piu’ rapidamente (e con un occhio piu’ orientato al futuro) le decisioni del presente. Se fai una cazzata che ti fara’ fallire tra cinque-dieci anni, gli investitori scappano adesso, senza aspettare che crolli tutto sopra di loro.

Ora, sia i fan di Putin che gli intellos amanti di Chomsky riflettano cinque minuti sulla breve catena di cause e conseguenze qui accennate. Forse ‘sta globalizzazione finanziaria non e’ poi tanto male.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

5 Comments

  1. Mah, in realtà chiunque abbia studiato un minimo la storia sa che le guerre tra democrazie capitalistiche sono eventi statisticamente rari. Il capitalismo (neoliberista o no) avrà mille difetti ma non quello di favorire le guerre. Peggio ancora se parliamo di capitalismo “finanziario” e globalizzato: quanto di più lontano da nazionalismi e pulsioni “napoleoniche”. Gli anni della globalizzazione, dati alla mano, sono stati anni relativamente pacifici, se confrontati con i decenni precedenti.

  2. articolo inutile. Il capitalismo selvaggio aiuta le guerre quando non esiste un suo controllo su una determinata risorsa, e la guerra è un mezzo di approvvigionamento. Le osteggia (come in questo caso) quando il controllo sulla risorsa esiste già, e la guerra causerebbe un’instabilità non programmabile (su cui si potrebbe tranquillamente speculare), ma dagli esiti incerti.
    Tipo: se il petrolio nel paese XXX (ci potremmo mettere tranquillamente ‘Iraq’) è in mano a Tizio (possiamo metterci ‘Saddam’), una bella guerra me lo riporta sotto l’ala che preferisco, mentre prima a farci affari erano i miei avversari.

    Se poi l’articolo voleva sostenere la tesi ‘le guerre si fanno per interessi economici, dai greci antichi all’Ucraina del 2014, poco importa se si parla di capitalismo, comunismo, feudalesimo o antichi comuni rinascimentali’, vabbè, sono d’accordo ma siamo all’acqua calda. E Chomsky e compagnia bella dicono proprio questo, essendo il capitalismo selvaggio (vedi Russia, Cina e USA in primis) la forma economica più diffusa al momento, naturalmente è il maggiore motore di guerre. E, se vuoi utopisticamente, l’idea di svincolare questioni su diritti umani fondamentali dagli aspetti economici.

  3. In teoria sarebbe un argomento condivisibile (anche se ottimista oltre il limite dell’illusione e giocato in modo infantile sull’aggressione e l’antipatia personale), ma nel caso specifico, in realtà è proprio l’integrazione economica con la Russia che ha reso possibile l’occupazione stessa della Crimea, e prima ancora, dell’Ossezia e dell’Abkhazia. Facciamo troppi affari con la Russia e come risultato non possiamo opporci, specialmente noi italiani, i tedeschi e gli inglesi (La linea della Gran Bretagna è proprio quella del “sanzioni sì basta che non danneggino la City” -> ossia, niente di serio per carità ci manca solo che ci perdiamo dei soldi per parare il culo all’Ukraina). la Russia lo fa e si permette di fare quello che le pare.

    In realtà il collegamento tra capitalismo internazionale, guerre etc è parecchio più complesso.

  4. A distanza di quasi 10 giorni di continuo calo della borsa di Mosca, a cui però non fa riscontro un calo nell’attività militare russa (semmai l’opposto), sarebbe interessante sapere l’opinione dell’autore. Mi sarei aspettato di vedere la Crimea già libera a quest’ora, dato l’andamento dei taumaturgici mercati internazionali.

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