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Mio nonno è più progressista del Pd

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Mio nonno oggi compie ottantacinque anni. È nato nel 1927, cinque anni dopo la marcia su Roma e diciannove prima della nascita della Repubblica Italiana. È cresciuto in un paesino della campagna romana negli anni del fascismo e in gioventù è stato pure mezzo monarchico. Ha preso la quinta elementare e poi ha cominciato a lavorare, prima nei campi e poi, quand’era più grandicello, nelle ferrovie come operaio. Mi racconta sempre che una volta, mentre lavorava nei pressi di un deposito ferroviario, fu colpito da una granata e si salvò per miracolo. Gli piace raccontare che di lui, ricoperto di terra, si riusciva a scorgere soltanto uno stivale e questo permise ai suoi compagni di trovarlo e tirarlo fuori vivo.

Mio nonno è sempre stato un uomo di destra e ha fatto per quarant’anni il poliziotto. Era in servizio nell’anno di grazia 1968 e pure nei terribili anni di piombo. Lavorava sulla volante, che allora era rigorosamente e fieramente un’Alfa Romeo dal motore potente e dalla linea aggressiva. Pure questo gli piace raccontare: dei suoi pranzi e cene fugaci, dei turni sfiancanti, dei dolori reumatici, ma soprattutto degli inseguimenti a folle velocità.

Quand’era più giovane e doveva portare a casa la pagnotta, era piuttosto rigido e burbero e pare (fonti certe) che bastasse un suo sguardo per capire che si doveva tacere oppure mangiare la minestra oppure andare a letto. Insomma, era un capofamiglia autoritario come negli anni sessanta ce n’erano tanti. Per lui sono sempre stati imprescindibili certi valori come la famiglia tradizionale e il rispetto delle regole. Si è portato dietro quel bagaglio culturale che il regime aveva professato per vent’anni e che ha continuato a vivere per decenni in forme forse meno politiche ma comunque pienamente esistenziali — a testimonianza del fatto che il tentativo di cancellare la memoria di quegli anni è stata ed è un’operazione non solo stupida ma anche inutile.

Qualche mese fa, durante una normale cena, non ricordo bene per quale ragione (probabilmente il telegiornale proponeva qualche servizio sul tema) presi a parlare dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Mentre monologavo, mio nonno mangiava e ascoltava senza proferir parola. Difficilmente interviene in una discussione su questioni di cui sa poco o niente, credo che lo faccia perché è ancora capace di imparare, cosa non certamente scontata a quell’età.

Ma quella sera accadde l’imprevedibile. Al termine della mia dissertazione lui alzò la testa dal piatto e disse: “secondo me, ognuno deve essere libero di fare ciò che vuole”. Undici parole disse mio nonno e sovvertì ottant’anni di vita e qualcuno in più di storia. Insomma, si pronunciò a favore delle unioni omosessuali, dell’amore tra persone dello stesso sesso, della libertà sessuale, della libertà tout court.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi e una biografia di un uomo di destra, con quelle undici parole che non dimenticherò mai si rivelò improvvisamente progressista, ovvero capace non solo di inseguire il progresso, come fanno tanti con più o meno successo, bensì di preannunciarlo.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi, è nettamente più progressista del Pd.

2 Comments

  1. E’ dai tempi di Porta Pia che si assiste all’espulsione dei progressisti dalla sinistra italiana, a favore del pauperismo cattolico e reazionario: il povero Gramsci, che sognava una cultura nazional popolare progressista a partire dalla tradizione cristiana, non si era accorto che Cristo si era fermato ben più a nord di Eboli, e che la “cultura” (sic!) nazional popolare italiana esisteva già, ed era quella plebea, cattolica e controriformista, da combattere e non da corteggiare.
    Risultato: ci pensò Mussolini a fare il compromesso storico con la progressiva scomparsa di tutto ciò che c’era di rivoluzionario nella cultura cristiana e liberale, e dilagare dell’oscurantismo clericale.
    Oggi, a sinistra, il termine “solidarietà” (che contempla una società statica e senza progresso in cui farsi carico dell’eterna presenza di masse povere) ha sostituito la “giustizia sociale” di socialista memoria, un trionfo anche lessicale del clericalismo.
    E, visto che “progressista di destra” sarebbe un ossimoro, non ci resta che chiamarci “homeless” e rifugiarci nelle scatole di cartone tipo Partito Radicale per continuare a rompere i coglioni come Giordano Bruno.

  2. Sono una persona di centrosinistra (non mi sento né di centro né di sinistra) con tendenze libertarie e un garantismo che fa regolarmente incazzare buona parte dei miei amici di “sinistra”. Parte della mia famiglia ha una profonda tradizione Repubblicana/Mazziniana e l’altra parte Socialista/Liberale. In effetti quando chiacchiero di politica tendo ad essere più d’accordo con i miei amici che votano radicale di quanto non lo sia con chi vota PD. Tendo ad auto-definirmi “Progressista” ed in questo momento per me votare è un grosso, grossissimo problema.

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