un blog canaglia

Mariam (tre)

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Ne avevo bisogno. Ogni cellula del mio corpo con la sua piccola vocina reclamava la molecola magica. La vocina era sottile, ma le cellule numerose assai, per cui ne veniva fuori una protesta poderosa come quella elevata da un miliardo di voci bianche. Il sudore mi si stava ghiacciando sulla fronte e sulle tempie, mentre ai miei nervi indebitati appariva inspiegabilmente violaceo il paesaggio lunare che scorreva al di là dei finestrini mentre l’astronave papale schizzava come un proiettile attraverso quel Nevada italiano senza curarsi dei limiti di velocità. Mi irritavano le effigi papali che decoravano le finiture in radica e pelle del SUV, e cominciavo ad avere un po’ paura del ceffo abbronzato al volante, circondato dal suo alone di acqua di colonia agli agrumi e spezie.

Mentre tentavo di riflettere in modo improduttivo ed ozioso sull’imbarazzante dipendenza di cui ero evidentemente vittima giocherellai con un tasto: con un piccolo blip lo schienale del sedile anteriore destro si accese, rivelando il display a cristalli liquidi che aveva incastonato al suo interno. Sullo schermo apparve il Papa in persona, ripreso con le sue belle scarpette rosse in uno stucchevole ralenti. Un vero e proprio spot sul Papato, in cui si poteva ammirare il Teodoro IV stringere le mani di decine di capi di stato di tutti i paesi del mondo. Mentre Doland continuava a martellarmi i coglioni con le sue “Lacrimae”, una voce maschile che avevo già sentito al cinema declamava in maniera calda e suadente, una serie di claim: “un leader mondiale”, “la forza di Cristo non conosce confini”. E poi il papa che baciava una quota paritetica di bambini benestanti e poveri, il papa in visita agli ammalati confinati in una corsia d’ospedale; e per finire, il grande classico, il papa che lava i piedacci zozzi e ritorti di un gruppo di barboni compunti.

Era la mia immaginazione, o uno di quei vecchiotti malridotti stava atteggiando il volto consunto ad un ghigno bukowskiano assai poco consono al protocollo previsto per quella pagliacciata? “Please allow me to introduce myself / I’m a man of wealth and taste”… ma no, era sempre il castrato che sospirava il suo dolore dalle casse dello stereo. Il famoso doppiatore continuava a scandire vellutato: “il grande papa vicino ai più piccoli”, “la forza rivoluzionaria della serenità” eccetera. Non potevo più aspettare: un drogato non può aspettare. Un drogato se ne fotte delle convenzioni sociali, che pretendono non che uno si droghi, appunto, ma che si droghi al chiuso della propria stanza e ad ore in cui lo sballo non interferisca con le attività produttive prescritte dal patto sociale del cazzo.

Il tizio al volante mi teneva d’occhio -o era la mia immaginazione? – come pure sembravano tenermi sotto tiro gli occhi della faccia melliflua del capo dei preti che si pavoneggiava sul video con la sua espressione da primo della classe modesto. Un drogato ha sempre un piano “b”, per drogarsi, e il piano era questo: uno, buttare a terra la scatolina portapillole, due, simulare la perdita di una lente a contatto, tre, chinarsi verso il pavimento del SUV e spararsi una pasticca: sarei diventato quasi istantaneamente affabile e tollerante mentre la chimica avrebbe fatto di me un ottimo conversatore per le successive tre, quattro ore. Se ci fosse stato sesso, sarebbe stato come accarezzare Venere in persona. Eseguii la manovra con grande abilità: non so se il gorilla mi abbia visto o meno, solo dio sapeva dove guardavano i suoi occhi rivestiti da occhiali a goccia neri. Quando mi vide tramestare sul divano posteriore, comunque, mi chiese se avessi bisogno di qualcosa. “Ho perso una lentina”, mi sentii affermare, liberando l’altro occhio dall’inesistente seconda lente a contatto. Inforcai poi un paio di occhiali da vista, esibendo sullo specchietto retrovisore un sorriso di innocenza verginale.

Non avevo finito di risolvere il problema legato alla mia dipendenza che dovevo fronteggiare quello di un possibile soffocamento, causato dalla combinazione di scarsa salivazione e consistenza farinosa del rimedio chimico appena ignollato. Presi dal minibar nascosto nel bracciolo centrale una bottiglietta di acqua naturale, la aprii con un gesto disperato, e ne bevvi metà a canna. “Un papa amico della gente”, “un papa per un solo mondo, non tre”, “il papa che crede nelle donne”, continuava il video, ma ora tra la sgradevole realtà e il mio io avevo piazzato la barriera della droga. Un’euforia irrefrenabile e una strana sensazione di amore per i rivestimenti in pelle della macchina, che avevo preso a carezzare sensualmente, trasformarono la mia rabbia immane in un piccolo prurito.

Quando arrivammo presso il set, il SUV fu costretto ad arrestarsi a causa della folla che si era radunata all’ingresso dell’accampamento dei cinematografari. Big Jim spense il motore e contattò dei colleghi con un walkie talkie. Si voltò verso di me, sfilandosi gli occhiali da sole, e mi disse: “Mi scusi signore, c’è un piccolo problema: questa gente è convinta che nella nostra macchina ci sia Oliver Stone, che, come forse sa, nel film farà la parte di Erode – vogliono tutti un autografo. Non è un po’ ironico, chiedere un autografo a un infanticida di massa?”, concluse con un sorriso fasullo. La forza della chimica, e non quella della ragione, che già sentivo insorgere su per il mio cardias, mi costrinse ad un imbarazzato silenzio, mentre vedevo ancora scorrere sul display le immagini di un altro infanticida di massa a piede libero e per giunta rivestito di porpora.

Giunsero alcuni giovanotti robusti con delle magliette nere con su scritto Staff (la T era una croce) che, a suon di robusti spintoni, allontanarono i curiosi consentendoci di guadagnare l’ingresso. Il vasto spazio aperto su cui era sorto il set era disseminato di camion bianchi e camper: operai, tecnici, comparse in abiti di scena vi si aggiravano per il set in un caos paradossale. Scesi dalla macchina e fui preso in consegna da una segretaria, tra le cui enormi mammelle scoperte si difendeva come poteva un minuscolo Cristo crocifisso d’oro. “Lei è il signor Rossi, il marito di Mariam, giusto?” “Sì”. Mi considerò velocemente, non riuscendo a nascondere completamente un lieve senso di ribrezzo, probabilmente motivato dal mio aspetto (barba lunga, capelli tenuti fermi da un elastico, abbigliamento non firmato). “Venga, l’accompagno alla roulotte di sua moglie”.

Fine terza parte

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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