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Mariam (cinque)

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Sul set

Dato che avevo un po’ di tempo da sprecare, decisi di farmi un giro per il set. La grande quantità di ausili tecnologici, fari, ombrelli, console, fotoelettriche, generatori ed il gracchiare incessante dei walkie talkie, il continuo squillare di telefonini contrastava bruscamente con il contesto paleolitico in cui stavano realizzando il miracolo di una umana creazione elettrica. Quasi subito raggiunsi il luogo dove sarebbe stata girata la scena dell’annunciazione. Il regista, che con le gambe magre piazzate sul voluminoso ventre sferico faceva pensare ad un grande uccello intento a becchettare a detra e manca alle ricerca di un qalche verme, era ancora assieme al tipo azzimato che avevo sentito delirare nel camerino di Mariam. Insieme, esaminavano palmo a palmo la ricostruzione della casa della Vergine, in realtà un simulacro costituito da tre pareti due corte e una lunga. Il lato libero era era occupato dal binario di un dolly, sopra il quale, protetta da una cuffia di plastica grigia era montata una delle macchine da presa, con tanto di seggiolino per l’operatore. La “casa” di Maria era una specie di speco di fango secco, praticamente privo di mobili a parte un tavolaccio e una specie di caminetto dove, sopra un falso fuoco alimentato a gas, bolliva un pentolone. Il regista si muoveva in modo isterico all’interno della scena, apportando miniscole migliorie, sempre seguito dal supervisore, che ogni tanto lo chiamava a sé. Dopo aver parlato brevemente, il regista con gli occhi rivolti al suolo mentre l’altro gesticolava animatamanete, riprendevano il giro, toccando una fascina qui, un panno laggiù. Quando ebbero terminato il sopralluogo, si allontanarono disponendosi appena davanti al trabiccolo con la telecamera, probabilmente per farsi un’idea dell’insieme.

Ad intervalli regolari il regista volgeva lo sguardo vero il supervisore per ottenerne l’approvazione o per scorgere eventuali segni disappunto sul volto. Alla fine il supervisore, visibilmente soddisfatto, diede una pacca sulla spalla al regista, gli strinse la mano e si congedò. Quell’uomo mi interessava e mi divertiva: non dovetti attendere molto per capire che la mia era stata un’intuizione corretta. Sarebbe valsa la pena seguirlo, dopo la fine della scena.

In ogni caso, tutto era pronto. La notte aveva portato buio e un minimo di ristoro dal caldo. In quel riquadro artificioso attorno al quale tecnici, regista, aiuto-registi, segretarie di produzione vegliavano con il fiato sospeso, il tempo pareva tornato indietro di duemila e passa anni: le tenebre profonde squarciate dal rosso delle torce, il belato dei capretti, il frinire delle cicale e il vento che giocava con i rami di un cespuglio mezzo secco come unici rumori. La cinepresa era fissa sulla porta della casa, come se lo spettatore fosse al suo interno: Mariam entrò in campo carica come un somaro, portando una giara di acqua e un sacco di farina. La foggia dell’abito con cui avevano rivestito il suo magro corpo la rendeva goffa, mentre con il trucco le avevano bizzarramente contraffatto i bei lineamenti, facendo risaltare sì gli occhi, ma conferendole un’espressione misera e stanca.

Nel riconoscere Mariam sotto le spoglie di quella rappresentazione della Vergine, giovane timida ma risentita, un brivido mi percorse la spina dorsale. Potenza della suggestione, e forse anche di quei tamburi che la produzione aveva voluto suonassero dal vivo durante le riprese, al fine di indurci tutti in una infelice trance. Maria non fece a tempo a riprendersi dalla fatica quando una fortissima luce venne sparata su un angolo nascosto della sua casa, rivelando l’Annunciatore. Non si trattava, per così dire, di un colpo di scena: eppure Mariam fece un balzo di sorpresa talmente realistico che per poco non cadde all’indietro – il regista ebbe un sussulto di rabbia, che represse immediatamente nel pugno serrato di una mano, ma trovai la cosa estremamente efficace. In fondo, Maria (ma anche Mariam) erano state colpe in contropiede. Anzi, si poteva ben dire che il loro soprassalto fosse la cosa più autentica che avessi visto quella sera (che cosa fareste voi se, al ritorno da una giornata pesante di lavoro, trovaste un angelo sedutocasa sulla vostra poltrona preferita, intento a spiegarvi che, pur essendo il vostro imene ancora integro, siete comunque incinta e che questo non è tutto, dato che il pupo, in pratica, è … Dio – a parte svuotare nel lavandino le bottiglie dei superalcolici, intendo?). Purtroppo sul set non c’era l’Angelo, a quanto pare l’avrebbero “aggiunto” in post-produzione. Una voce fuori campo recitava la parte di Gabriele. “Donna, non temere, perché vengo a portarti una lieta notizia” “Ma…” “Ecco, tra nove mesi tu concepirai un figlio, pur non avendo un marito, e lo chiamerai Gesù. E’ lui il salvatore che stae attendendo da tempo.” “Ma tu stesso lo hai detto… io non ho marito” “Maria, questo è un miracolo portentoso, faresti meglio a non farti troppe domande, e ad accettare il destino portentoso che il Signore, nella sua bontà, ti ha riservato” “Ma tu chi sei, un angelo del Signore o forse un inviato del Maligno?” “Mi chiamano Gabriele, sono uno dei tre Arcangeli, donna”. A quel punto, come da copione, Maria cadde in ginocchio in mezzo alla polvere. Mariam era una grande attrice perché, non solo aveva sostenuto con grande serietà quella conversazione surreale, malamente adattata al linguaggio moderno, ma, superato il primo momento di vero smarrimento e di autentica paura, aveva assunto con i suoi occhi, la postura modesta enfatizzata dai capelli avvolti in un velo, le forme infagottate da un vestito informe, l’atteggiamento di un utensile privo di coscienza al servizio di un progetto folle ed incomprensibile, un pezzo di carne privo di pensiero, materia malleabile priva di coscienza e forte solo di una criminale passività. “Stop! Perfetto! Brava piccoletta, complimenti a tutti! Potete andarvene a letto, una volta smontato tutto l’amabaradan”.

Fine quinta parte

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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