un blog canaglia

Mani in tasca

in società by

Scena: un infante di tre mesi, gattonando, si avvia verso il ciglio di un burrone. La madre se ne accorge giusto in tempo per salvarlo dall’orribile caduta, lo afferra, lo trae in salvo e poi gli molla una bella sculacciata.
Quella sculacciata, dicono i sostenitori dello “scappellotto educativo”, serve a fare in modo che il piccolo non ci provi più: giacché sarebbe assai arduo, aggiungono, riuscire ad illustrargli a parole il pericolo rappresentato da un burrone. Un po’ come si fa coi cagnolini, insomma: si associa la situazione rischiosa alla percossa, affinché in futuro il brutto ricordo della prima induca il marmocchio ad evitare la seconda.
A me pare che nell’esempio in questione la sculacciata serva più che altro a far sfogare la madre e a “liberarla” catarticamente dagli attimi di terrore appena vissuti e dal senso di colpa per non aver sorvegliato il figlio in modo adeguato, e che non abbia alcun effetto significativo sul bimbo se non quello di fargli fare un bel pianto: tuttavia, per amor di discussione, facciamo finta che nel caso di un essere umano molto piccolo, in mancanza dello strumento rappresentato dal linguaggio, uno scappellotto qua e là possa effettivamente fungere da “orientamento”.
Dopodiché, gli infanti crescono. E quando crescono ci si può parlare.
Ecco, mi sfugge del tutto il senso di voler “educare” a ceffoni uno con cui puoi parlare.
Se ci prendiamo cura delle parole per quello che vogliono dire, dare uno schiaffo a qualcuno per indurlo a fare ciò che vogliamo significa, letteralmente, utilizzare le percosse come mezzo di persuasione: significa, cioè, fargli del male affinché egli, in ragione del dolore fisico che prova, si determini a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Si chiama sopraffazione. Si chiama violenza. Si chiama brutalità.
Che poi nell’immaginario collettivo questa brutalità, qualora sia contenuta entro “certi limiti”, si sia collocata in una posizione “socialmente accettabile” è tutto un altro paio di maniche: ma mi pare evidente il fatto che essa rappresenti più la misura dell’incapacità di chi la pratica che un effettivo ed efficace strumento educativo.
Non credo che le persone, sia pure giovani, possano essere educate a forza di botte: e non mi pare che le botte possano essere considerate con indulgenza se sono contenute entro “certi limiti”.
Le botte sono botte, e il loro utilizzo, fatta salva la manciata di casi di scuola che ciascuno può benissimo immaginare da sé, è un’abitudine da stigmatizzare, non da tollerare facendo spallucce: insomma, secondo me i ceffoni accettabili, semplicemente, non esistono. Mai, e per nessuna ragione al mondo.
Del resto nessuno ha mai sostenuto che il mestiere di genitore sia un’impresa facile: sarebbe il caso di dedicarcisi seriamente, con la paziente consapevolezza che si conviene alle faccende complicate.
E soprattutto, rigorosamente, con le mani in tasca.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

22 Comments

  1. Allora precisiamo che le botte nemmeno nel caso del cagnolino sono educative….
    Però farsi la galera per una sculacciata forse è eccessivo

  2. A me e’ capitato di usarlo al contrario, una sculacciata per fargli vedere che l’uso della violenza da parte sua innescava una mia possibile reazione dello stesso segno, della serie mani in tasca tutti quanti (parlo cmq di violenza esercitata con “consapevolezza” e non in preda alla rabbia quindi non in maniera incontrollata con l’intento di procurare un danno). Non so se la cosa sia educativamente corretta o no, posso dire che gli episodi di uso della forza da parte sua si sono ridotti (e forse lo avrebbero fatto lo stesso crescendo) ed io mi sono astenuto totalmente negli sporadici casi rimasti. Penso che si debba evitare di utilizzare la violenza come strumento educativo, almeno se l’intento e’ quello di educare al rispetto di regole “diverse” dall’esempio sopra citato. In linea di massima, mani in tasca, mi sembra un buon consiglio. Sul caso in esame non voglio esprimermi, non conoscendo i fatti. Come si evince tendo ad avere un parere negativo.

  3. Posso anche più o meno condividire la tesi. Ma questa volta l’argomentazione mi sembra debole. Qualunque punizione è una sopraffazione, da questo punto di vista non c’è alcuna differenza tra le botte e proibire a un ragazzo di uscire. Per questo ci dovrebbe essere una condanna per sequestro di persona?

  4. Premetto che non sono padre, quindi parlo senza esperienza diretta. Il principio esposto, contrario all’uso della violenza in generale, mi trova pienamente d’accordo. L’applicazione pratica la vedo più difficile: perché non sempre si riescono a controllare le proprie emozioni (per fortuna, aggiungo). E uno “scappellotto” in fin dei conti è una reazione emotiva, che come tale può essere fuori luogo, esagerata, etc. etc.

    Io non ho ancora provato sulla mia pelle, però non sono sicuro di riuscire a controllare in senso assoluto le mie emozioni, in modo tale che non mi “scappi” uno schiaffetto. Preciso ancora che la violenza, in qualsiasi forma, mi fa una paura tremenda, e credo che questo si capisca anche dalla lunghezza di questo commento.

  5. Il punto è proprio questo Davide:
    farsi scappare uno schiaffo per esasperazione per quanto sbagliato lo posso trovare “umano”.
    Quelli che picchiano a “sangue freddo”( magari dopo che la mamma racconta al papà di quanto è stato monello il figlio e il papà di conseguenza lo prende a sberle o peggio ) sono da bandire dalla società.

  6. Sono d’accordo per quanto riguarda il discorso delle “botte come educazione”, soprattutto perchè sembrano un metodo veloce a quei genitori che troppo spesso si disinteressano dei figli e pensano di rimediare con un’imposizione simile.
    D’altra parte trovo che episodi come quelli indicati nei giornali siano di un’idiozia veramente esasperata.
    c’è sempre una via di mezzo.

  7. Alla fine tutte le imposizioni sono una forma di violenza. Chiudere il figlio in camera, mandarlo a letto senza cena se rifiuta di mangiare quello che ha nel piatto, non farlo giocare o uscire con gli amici.
    Credo che la differenza tra un ceffone e una domenica chiuso in camera la vediamo solo noi adulti.
    Ovviamente, tra un ceffone e xxx, non sto parlando di cinghiate o di quei genitori testadicazzo che corcano di mazzate il bambino, neh.

  8. “fatta salva la manciata di casi di scuola che ciascuno può benissimo immaginare da sé”
    Ho qualche difficoltà di immaginazione, potresti aiutarmi?

    Sarà mica un altro caso di maggiore uguaglianza di orwelliana memoria?

  9. Sono d’accordo, da padre.
    Un ceffone non è MAI educativo, se non in sporadici casi come quello citato da Antonio.
    È semplicemente umano.
    Ok stigmatizzare la violenza.
    Ma un bailamme del genere per UN ceffone, è cagare il cazzo (sempre che il caso di specie rientri in questo caso).
    Scusate.

  10. Non mi è mai riuscito di capire una cosa sui sostenitori della sberla educativa.
    Perchè se un discorso così me lo fa un ultrà “ogni tanto mi scappa di mollare una sberla” io lo capisco pure, quello è abituato a spiegarsi con le mani, mena i grandi e mena i piccoli, le dà e le prende, vive in un universo suo in cui il linguaggio fisico vale tanto quanto quello verbale. Bene, è un ritardato mentale, giusto che ragioni così.
    Ma tutti gli altri, i supposti normali, menano anche i grandi o si limitano aquelli sotto il metro e venti?
    Il collega di lavoro, la madre, il vicino rompicazzo, quello che vi ruba il parcheggio, il lavavetri, gli menate pure a loro?
    No.
    E i bambini?
    Ai bambini ogni tanto scappa.
    Sapete perché scappa?
    Perché non c’è il rischio di prenderle indietro.

    Il discorso, poi, di quelli che non riescono a vedere la differenza tra una sberla “scappata” e mandare a letto senza cena perchè in entrambi i casi trattasi di sopraffazione non sta in piedi.
    Gli adulti nei confronti dei bambini devono comportarsi con il medesimo rigore morale che pretendono dagli altri adulti e dal potere temporale cui sono sottoposti.
    Se parcheggiate in divieto e il vigile urbano anzichè darvi una multa vi molla una sberla a voi sta bene?
    Ecco, uguale.
    Ma per la madonna, vi “scappa” mai una sberla ad uno grosso come un transatlantico?
    No?
    E chissà perchè…

    • Non chiuderei mai un adulto in un posto senza il suo consenso (tra i grandi si chiama ‘sequestro di persona’, rischio meno a mollare una sberla, e pure due), il fatto che coi bambini si faccia vuole dire che i due pesi e le due misure sono accettate anche dai ‘no ceffoni’.

      Ma scendiamo dall’empireo. Domani è in pronto soccorso dell’ospedale, la sua compagna è sotto i ferri per un incidente e lei tiene in braccio il bimbo che sta spaccando i coglioni a tutta la sala d’aspetto gridando che vuole andare a giocare con la playstation. Mi spieghi come può risolvere la situazione, visto che il bimbo è refrattario a tutte le forme di punizione che implichino il futuro, e non ci si può ragionare, essendo appunto un bimbo che non ha ancora letto Voltaire.

      • Beh probabilmente il chiudere un figlio in camera è vissuto come una piccola metafora di come funzionano le cose nel mondo degli adulti. Se il figlio viola le “regole della famiglia” (nel mondo adulto: la Legge) combinando una cazzata molto grossa (nel mondo adulto: un crimine) viene rinchiuso in camera sua senza il suo consenso (nel mondo adulto: la galera, o i domiciliari). Ma nemmeno nel mondo adulto, o almeno in quello civilizzato, è ammesso infliggere punizioni corporali.

      • La mia opinione (o meglio la mia congettura, visto che sono stato figlio ma non ancora genitore) è che se i genitori sono visti dai figli come autorità credibile, un bel cazziatone è altrettanto se non più efficace di un ceffone in qualunque situazione. Il ceffone, escluso il caso della reazione emotiva incontrollabile a seguito di uno spavento come quello descritto nel post, ed esclusi i casi patologici dei sadici delle cinghiate, arriva quando il genitore per qualche motivo non ha autorità/credibilità presso il figlio, e siccome quello non ti ascolta più neanche quando usi il tono severo, lo meni. Ma questa situazione è frutto di quel “qualche motivo” di cui difficilmente è colpevole (o esclusivamente colpevole) il figlio. Ad esempio: se al figlio non è stato mai insegnato il rispetto per gli altri, probabilmente non accetterà che di punto in bianco si pretenda da lui un comportamento rispettoso.

        • concordo. Personalmente, da quando ho memoria, credo di non essermi mai beccato neppure una sberla, ma mio padre e mia madre avevano un ruolo autoritario (in senso buono).
          M’è andata bene, diciamo. Non so se sia per quello o per una combinazione caos-genetica, non riesco ad alzare le mani nemmeno sotto tortura. Però ci andrei piano a generalizzare, spesso i contesti familiari sono decisamente più complessi della mia specie di famiglia da mulino bianco. A volte la perdita di autorità di un genitore è spesso spinta dall’altro… il che è tutto dire.

        • Scendiamo “dall”‘empireo ho scritto, che come riporta fedelmente la pagina di wikipedia citata. Ovvero dal punto più alto, per confrontarsi con qualcosa di reale…

          Pare pure che nel mondo degli adulti, se rifiuto palesemente un ordine di un poliziotto che appunto vuole incarcerarmi per qualcosa che ho commesso, mi prendo pure un paio di manganellate, perchè anche nel triste mondo dei grandi la semplice volontà non diventa necessariamente atto 🙂

          • Se a te sta bene prendere le manganellate, caro il mio empireo, è giusto che te le prenda. Ti auguro copiose manganellate al prossimo eccesso di velocità.

  11. Proporrei che chi partecipa alla discussione si qualifichi: si dica cioè se si hanno figli e se si hanno genitori; per lo stesso motivo per cui ritengo che un prete non possa dare lezioni su matrimonio e famiglia, una persona che non ha figli non può dare alla discussione lo stesso contributo di uno che ne ha.

    • Bah, io una figlia ce l’ho ma non mi sembra che sia condizione necessaria per affermare una banalità.
      È come dire che si può parlare dello stupro solo se si ha un buco del culo.

  12. (Pre-qualifica: sono figlio ma non ancora padre 🙂

    Ricordo una discussione simile qualche anno fa con una collega norvegese. All’epoca ero relativamente a favore delle sberle educative (avendone ricevute io stesso da piccolo e non essendone rimasto psicologicamente menomato) ma lei rimase veramente sconvonta quando le dissi che sì, da noi si menano i figli e anche spesso. Io spiegai che altrimenti fatichiamo ad immaginare che possano non diventare viziati, lei rispose che non aveva mai preso una sberla in vita sua, e che viziata non lo era. Il che in effetti è vero. La cosa mi diede molto da pensare e mi fece capire che quella delle sberle ai bambini è in effetti solo un’utile scorciatoia da evitare sempre.

    Sono dell’idea che ci sia una significativa differenza tra una punizione corporale ed una punizione come il divieto di uscire con gli amici o di usare videogiochi. Condivido il commento di chi ha paragonato la punizione non-corporale al carcere, sottolineando come invece nessuno stato civilizzato imponga punizioni corporali. Chiaro che in un mondo ideale nessuno ha bisogno di essere punito, ma nella realtà…

  13. Sono figlio e padre.
    Quelle genitoriali sono potestà, che tradotto significa che hai un potere che hai il dovere di esercitare nell’interesse di altri.
    In soldoni, non gliene frega un cazzo allo Stato se tu non hai la stoffa del genitore; hai goduto? ora arrangiati! Ti tocca allevare la prole nel modo migliore.
    Peccato che nessuno ti sa dire qual è il modo migliore e soprattutto come si fa.
    In realtà è un fiorire tumultuoso di proclami di sedicenti esperti, e, spiace dirlo, nella categoria ricade anche il post in questione.
    Se non si inciampa prima in qualcosa di grosso e non si finisce sui giornali, il risultato, se di risultato si può parlare, lo si vede una ventina abbondante di anni dopo.
    Anche se poi, l’unico giudizio cui riconosco qualche valore è quello del figlio che non momento in cui diventa genitore ha la possibilità di rivedere criticamente il comportamento proprio e dei propri genitori.
    Il mio personale bilancio è in netto contrasto con la tesi di questo post.
    I ceffoni che ho preso dai miei genitori non hanno creato più danni di quanti ne hanno scongiurato; non è il ceffone che qualifica il genitore, ma l’amore, la disponibilità, l’umiltà e la fiducia.
    Per dire che è possibile essere pessimi genitori senza mai alzare le mani sui figli o essere dei buoni genitori che le hanno alzate in alcune circostanze.

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