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Ma che male c’è?

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E’ “Renzi: L’uovo che avanza”, il saggio di Paolo Dellavaccona, pubblicato da PiagheSeminali, il vincitore della prima edizione del Premio Giangaleazzo, tenutosi nella bellissima cornice di Marina di Ciota nell’Anima, in provincia di Finisterra (l’unica soppressa per sempre e cancellata dalla memoria collettiva). Il Premio del Velluto è andato a “Ma che male c’è?”(Anna&Mosè Edizioni), di Roberta Bradoslav. Il web ha invece incoronato Gianroby Pappacane, autore di “I Pippavori” (Saccenteria), che ha conquistato il Premio Giangaleazzo Internet.

Nonostante il mare forza nove, le raffiche di vento micidiali, la pioggia incessante, alcune abitazioni devastate, quattordici dispersi e la zona est della località Ciotese distrutta da una frana, sono stati tre giorni intensi di dibattiti e convegni con la presenza di preti, palestrati, politologi, semiologi, filosofi, psicologi, sociologi, ladri, faccendieri, dottorandi, banchieri, economisti, ex surfisti ora rappresentanti di auto ed anabolizzanti, musicisti rock venuti per rimorchiare ragazzine quarantenni suggestionabili, escort e perdigiorno del luogo. Due giurie di eccellenza hanno lavorato nella mattinata di venerdì per consegnare un risultato non scontato e non preordinato. Ma veniamo ai libri premiati.

Dellavaccona racconta l’escalation di Matteo Renzi a nuovo protagonista indiscusso del Pd ed il suo grande successo alle primarie del centrosinistra, paragonandolo ad Humpty Dumpty, l’amico uovo del Gatto con gli stivali. Secondo il saggista torinese, il sindaco di Firenze però dovrebbe raddrizzare il suo cammino correggendolo su tre direzioni. La prima è quella di continuare con il brand di rottamatore, ma stavolta spostando il bersaglio verso i simulacri dell’informazione come Paolo Mieli, Ezio Mauro, Giuliano Ferrara, Lucia Annunziata, Michele Santoro, Gad Lerner, Vittorio Feltri, veri operatori politici e di fatto percepiti come agenti di una sorta di trasversalità dell’immobilismo parolaio fine a se stesso. La seconda, quella di sbarazzarsi di icone inefficaci quali i vari Jovanotti, Pietro Ichino o il blogger Mario Adinolfi, veicoli promozionali troppo limitanti ed autoghettizzanti. Infine, la terza, di dare, nelle sue prossime battaglie politiche, un ridimensionato spazio a quella vasta schiera di sostenitori, utilissima per la recente battaglia delle primarie ma di impedimento per l’inglobamento e l’assorbimento non conflittuale della massa ‘bersaniana’del partito, che anche se Humpty Dumpty facesse la cacca sul palco durante una sua convention o, sorpassando in autostrada, mostrasse dal finestrino del suo camper le chiappe ad un camionista rumeno, loro direbbero: “ma che male c’è?”.

“Ma che male c’è?”è anche il titolo del libro di Roberta Bradislav che ha vinto il prestigioso Premio di Velluto. Il libro è un romanzo di formazione del giovane Rodrigo Don e delle sue proiezioni mentali, che da morto di fame vota Berlusconi per immaginarsi ricco come lui, poi studia economia e sogna di essere come la Thatcher per distruggere tutti i sindacati di sinistra, per finire con l’ essere il capo dei comitati in difesa della figlia della Fornero.

Il premio ai Pippavori è stato invece anche lo spunto per il convegno intitolato “L’imbattibilità dell’intollerabile”, incontro/scontro tra lo stesso autore e Burney Rumble dei Simpson, moderato da don Luigi Bis Pandingo, parroco del luogo, indagato per associazione mafiosa in quanto avrebbe appreso notizie da un sottufficiale dei carabinieri riguardanti indagini in corso ( luoghi di intercettazione ambientale, date di perquisizioni etc.) da parte della Dda e le avrebbe riferite ai componenti di una cosca.

Pappacane ha iniziato il suo intervento citando uno stralcio dell’intervista del Presidente del Consiglio Mario Monti a Sette dello scorso Luglio, secondo cui la generazione di quelli nati nel decennio degli anni settanta è ormai perduta:

“Che messaggio si sente di dare a quei 30-40enni italiani che sono in grande difficoltà, a coloro che sono stati definiti la “generazione perduta” in termini di mancato inserimento nel mondo del lavoro?

Le risposte corrette l’Italia avrebbe dovuto darle dieci, venti anni fa, gestendo in modo diverso la politica economica, pensando di più al futuro e un po’ meno all’immediato presente. Alcide De Gasperi diceva che il politico pensa alle prossime elezioni, mentre l’uomo di Stato pensa alle prossime generazioni. Lo sottoscrivo. Quindi la verità, purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta”, purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, di trovare formule compensative di appoggio, ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla “generazione perduta”, ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di “generazioni perdute”.

Per l’autore leccese, questa generazione perduta si trova davanti ad una sorta di imbattibilità dell’intollerabile e dovrebbe di conseguenza rassegnarsi alla delegittimazione esistenziale ed alla concorrenza spietata a spartirsi le briciole col coltello tra i denti, alla mancanza di futuro e di prospettive. La via della ribellione è sbarrata. La precarietà taglia i ponti della solidarietà tra un lavoratore ed un altro. La rabbia si trasforma in frustrazione e non c’è nessuno che possa aiutarti perché ciascuno è nella tua condizione. In passato sarebbe stata spedita nelle trincee di una qualche guerra e fatta diventare una grande palla di cannone in esubero. “La ricchezza non viene più parametrata in base alla qualità del godimento che l’esperienza è in grado di produrre nel nostro organismo, ma in base alla quantità di beni da consumare, quindi identificata nel danaro e tale danaro fa la felicità. Di conseguenza la generazione perduta non potrebbe essere felice, perché non avendo lavoro non ha il denaro per consumare beni ed avere cose. Quelli che invece lavorano sono felici, e per essere ancora più felici impiegano quanto più tempo nel lavoro per la produzione di danaro”. Da ciò si arriva alla costatazione di una sorta di società felice che si riaffeziona al lavoro. Tanto più tempo si lavora tanto più tempo guadagni e tanto più sei felice. Il lavoratore cognitivo si sente sempre più imprenditore di sé stesso, considera il lavoro l’ambito di conferma principale nella sua vita. Sia volgendo mansioni esecutive che imprenditoriali, avverte la sensazione di far parte di un flusso ininterrotto entusiastico e dentro al quale si sente realizzato.

Burney Rumble ha contrastato tale visione buttandola in caciara dopo essersi scolato una cassa di birre Dreher, urlando come una bestia per affermare che questa concezione della ricchezza nasconde la vera faccia dell’ossessione consumista e competitiva che sta a cuore all’economia del profitto. Per l’alcolizzato dei Simpson l’assorbimento nella vita lavorativa coincide con una riduzione ed un impoverimento della vita quotidiana e delle relazioni. La partecipazione al circuito comunicativo planetario produce una rapida ed esasperata attesa di consumo, che però non va di pari passo con un aumento del reddito e della possibilità di ottenere effettivamente ciò che la pubblicità promette. “Se non saremo capaci di rompere la catena psichica, motivazionale, identitaria che lega le nostre vite al reddito da lavoro, al consumismo e alla dipendenza dal danaro, quelli che si preparano saranno anni di infinita miseria psichica. Siamo in una società che ci induce, quasi ci obbliga, all’ideologia dell’autorealizzazione, consegnandoci tutta la responsabilità dei nostri successi e delle nostre sconfitte, ed in questo modo finisce per prevalere il sentimento di insufficienza, della depressione bipolare e del panico, che è il sentimento che proviamo quando ci sentiamo incapaci di accogliere nella nostra coscienza gli infiniti stimoli che ci vengono dal mondo esterno.(x)”

Infine, proiezione completa e militarizzata di tutta la serie Jersey Shore, reality show in cui otto ventenni, 4 ragazze e 4 ragazzi italoamericani, vengono filmati nelle loro trasferte estive intenti solo a bere alcol, a caccia di partner occasionali, alla ricerca di risse e a fare conversazioni terra terra. Al dibattito ha partecipato anche una nutrita rappresentanza di truppe cammellate a sostegno di varie correnti, gruppi di pressione, associazioni, leader politici e linee politiche degli anni ottanta.

Soundtrack: ‘Prison break’, Kaos

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