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L’Italia a due velocità

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A 5 anni dalla scomparsa di Piergiorgio Welby è possibile affermare che sono stati fatti numerosi passi su quel sentiero virtuoso che dovrebbe coniugare il progresso in campo scientifico con il dibattito pubblico sull’ estensione dei benefici della scienza al più ampio numero di cittadini possibile. Sono stati fatti, ma in direzione contraria. 

I più ottimisti pensarono che mai, dopo Welby, si sarebbero raggiunte le vette di violenza verbale che una certa parte della politica e della cittadinanza usarono in quei giorni.   Io, tra questi, mi sbagliavo: doveva ancora scoppiare il caso Englaro per farci prendere coscienza  di questo paese.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Se vogliamo trovare una comoda data di partenza, si potrebbe cominciare dal referendum abrogativo sulla legge 40/2004 che disciplina in materia di procreazione assistita. Perché da qui in avanti (leggasi: disposizione di fine vita, e ricerca sulle staminali, solo per citare gli argomenti più noti) il dibattito scientifico in Italia ha assunto contorni grotteschi, ed è diventato un terreno di riflessione dove chiunque e a qualunque titolo ha il diritto di far valere la propria opinione. Un terreno di gioco dove confutare senza portare prove a supporto, o negare in nome di principi e convinzioni politico/religiose, non squalifica nessuno dal dibattito. Anzi.

È difficile capire i motivi che hanno consentito ad una legge come la 40/2004 di affermarsi in Italia e di resistere al referendum abrogativo, eppure è successo. A dispetto di quello che si può pensare il dibattito sul referendum non è stato incentrato sulla spiegazione dei contenuti scientifici riportati sulle schede per meglio guidare i cittadini al voto, tutt’altro. Gli scienziati sono stati tenuti ai margini del dibattito. Quando erano presenti (rari casi) erano messi sullo stesso piano di politici, ed opinionisti di vario genere. La divulgazione scientifica e relativi dati di supporto veniva (e viene, e verrà) banalizzata da generici slogan e circondata da un tifo da stadio, come se la veridicità di una affermazione si rafforzasse quanto più grande è il consenso che la circonda. Politica e scienza sono diventati per buona parte dei cittadini italiani, due facce della stessa medaglia. Poco più di un italiano su 4 vota. Gli altri 3 decidono di godersi una bella domenica di sole, e il referendum viene affossato.

4 anni dopo (sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale) buona parte di questa legge viene considerata incostituzionale. I tribunali regionali la smontano quasi quotidianamente in seguito ai ricorsi dei cittadini. La legge 40 è ad oggi un simulacro vuoto, che ha contribuito a creare l’Italia a 2 velocità. Quello che questa legge non ha impedito è stato l’esodo di chi, potendoselo permettere, continua ad emigrare verso i nostri più liberali vicini di casa per accedere (a pagamento) a queste terapie.

E chi non può permetterselo?

Chi non può permetterselo può appellarsi al TAR e alla Corte Costituzionale e sentirsi dire che si, in effetti ha ragione, salvo poi non trovare nessun centro ospedaliero in grado di dare seguito a quanto espresso. Un Italia a 2 velocità appunto, dove chi può permetterselo aggira l’ostacolo e chi non può soccombe. Tutto quello che è stato detto e fatto per la Legge 40, può essere considerato solo una prova generale di quello a cui si è assistito durante il gli ultimi giorni di Piergiorgio Welby. Welby chiedeva semplicemente di poter decidere, a fronte di una malattia dalla quale non sarebbe mai potuto guarire, quando porre fine alla sua vita. Chiedeva una fine dignitosa, accompagnato da un medico che gli evitasse inutili sofferenze. Nell’ Italia a 2 velocità, la scelta  di Welby è stata quella di non andare in Svizzera a porre fine alle proprie sofferenze, ma di rimanere e fare del proprio caso una battaglia civile. 5 anni dopo la lezione di Welby è più attuale che mai : inaccettabile godere per sé di un diritto che ad altri viene negato.

Contro la volontà di Welby sono scesi in piazza politici e predicatori, cittadini ed associazioni, ciascuno perfettamente in grado di convincere una cittadinanza/pubblico anestetizzata, della legittimità della pretesa di decidere oltre e contro la volontà di un individuo. Mai come negli ultimi giorni di vita di Welby si è assistito alla totale abdicazione di una intera classe politica, fatta eccezione per i radicali e pochi liberali sparsi, di fronte a questa prevaricazione. 5 anni dopo la scomparsa di Welby, i sondaggi dicono che gli italiani sono favorevoli alla disposizione di fine vita (83%) e eutanasia (un italiano su due). Eppure  gli italiani avranno a breve una legge che nega alla radice queste espressioni di libertà imponendo ad esempio la nutrizione e l’idratazione artificiale, al di là della libera e consapevole scelta di rifiutarli.

Su tutto quanto riguarda la fine vita (e la bioetica, e la scienza in generale) la politica sembra preferire dogmi e soluzioni semplicistiche, rifiutando il confronto con la cittadinanza e il mondo accademico: lo stesso populismo degli slogan usati in politica è stato preso di peso e trasportato nel dibattito scientifico applicato alla società civile. Inoltre la paura del moderno e del progresso scientifico, tipici di un paese che invecchia, e una cittadinanza disinteressata e disinformata, creano un terreno perfetto per l’affermarsi e il diffondersi di idee balzane rifiutate dalla comunità scientifica internazionale.

È la tempesta perfetta che condanna un intero paese all’ arretratezza economica (si pensi al danno generato dall’opposizione alle colture OGM), oltre che civile.

 

L’avevo scritto più di due anni fa.

Nel frattempo sono passati 5 anni anche dalla scomparsa di Eluana Englaro, ed è morto Paolo Ravasin.

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