L’incredibile imperdibile nottata degli Oscar

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Dalle due e mezza di una domenica di febbraio, insieme agli amici, vino, chinotto, birra, patatine e altre amenità, mi sono goduta la notte degli Oscar, che ogni anno prende vita nelle Americhe, fra gente che cade sul red carpet, personalità di spicco e Leonardo di Caprio che non vince l’oscar.
Innanzitutto va detto che la kermesse del tappeto rosso è eliminabile, per chiunque non abbia amiche che il giorno dopo vogliono sapere “Allora, qual’era il vestito più bello?” “Veramente non mi ricordo…” “Oh, sei così poco femminile!” [risatina con la mano davanti alla bocca].
Se non fosse che esistono cose belle come Jennifer Lawrence che cade.
Ora, io non ho nulla contro JL, anzi, mi sembra che sia una discreta gnocca; ma, da che mondo è  mondo, la gente che cade fa ridere (specialmente se sovrappeso).

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“Ciao, gent-porcocazzo!”

Capitomboli a parte, la serata entra immediatamente nel vivo con la proclamazione di Jared Leto come miglior attore non protagonista per Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e Leto interpreta un omosessuale con l’aidiesse, e quindi vince l’oscar. Ve lo ricordate Jared Leto? Quello che in Fight Club pigliava un sacco di botte da Edward Norton?

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Prima – Dopo – “Daje tutti, c’ho l’oscar”

Beh, s’è più o meno ripulito. Ora fa il cantante, l’attore, e vince l’Oscar.
Travestito come Kurt Cobain vestito da cameriere, Leto fa un bel discorso commovente con la sua faccia poco sveglia da cantante che piace alle adolescenti e poi torna a servire ai tavoli.
Vorrei ora aprire una piccola parentesi a proposito della quantità IMMANE di pubblicità che facevano durante questa benedetta cerimonia. Ora, noi in Italia ci scocciamo perché mediaset manda Via col Vento che già di per sé non è corto, e ci infila dentro più stacchi pubblicitari del numero di personaggi del film. Ma, fidatevi, la quantità di spot a cui ho assistito domenica notte era qualcosa di estremo, di spaventoso. Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati.
Dimenticavo di spendere due parole sulla presentatrice: Ellen DeGeneres, molto nota in America come la conduttrice di un popolare talk show, si esibisce in pezzi quali ordinare la pizza e servirla a Brad Pitt, Meryl Streep e Julia Roberts o organizzare gli ormai popolarissimi ‘selfie’, le foto che si fanno le adolescenti in bagno con le dita a segno di vittoria e la bocca contratta, ma molto più popolare, perché in quella di Ellen ci stanno gli attori famosi e sono tutti alla nottata degli Oscar. Vuoi mettere con le bocce di fuori di una 17enne? Ci sarebbe da discuterne. Propongo una versione alternativa della foto che ormai è già starta retwittata (dio, non avrei mai pensato che l’avrei effettivamente scritta questa parola) più di [inserire numero molto alto] volte.

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#siamotuttikevinspacey

Fra uno stacco pubblicitario e un altro, la serata si dilaziona nel tempo in maniera piuttosto tranquilla: non ci sono risse, non ci sono grossi strafalcioni, non c’è (altra) gente che inciampa. La prima sorpresa, però, è che il premio per miglior documentario non se lo becca The Act of Killing, come tutti avevano previsto, bensì 20 Feet from Stardom, che parla di gente che canta. Bene così, adoro i plot-twist.
Poi arriva Cuaròn, e si prende tutto il prendibile con Gravity, il film nello spazio dove Sandra Bullock e George Clooney sono vestiti come Buzz Lightyear.

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“George, tu sei un giocattolo!”

E lasciatemelo dire: tutto ciò che s’è preso il buon A. Cuaròn è meritatissimo. Io a uno che fa un film come Gravity gli voglio solo bene. Detriti spaziali ovunque, musica stile 9 Inch Nails (pure Steven Price, il compositore delle musiche, si becca l’oscar), angoscia e Sandra Bullock in mutande rendono questo film un eccezionale documento di come anche mettendo insieme una trama poco elaborata, se sei un regista bravo, uno non si rompe le balle al cinema. E una volta tanto è un 3D sensato, santo cielo. Bravo Alfonso, ti voglio bene.
Ma attenzione: Gravity non fa l’en plein, poiché il miglior film se lo aggiudica 12 anni schiavo, che è un film con un sacco di gente di colore, e dunque prende l’Oscar perché l’America ancora si sente in colpa per la storia dello schiavismo. Apprezzabile in ogni caso il fatto che si vari un po’, con i premi, perché dopo il sesto Oscar a Gravity (per carità, tutto meritatissimo) mi chiedevo se non gli avrebbero fatto vincere anche miglior film d’animazione, che invece si aggiudica il delizioso Frozen, all’interno del quale in tanti hanno visto molto più che una semplice storia di amore fraterno. Ma questa è un’altra storia.
Frozen si prende anche il premio per la miglior canzone, la straormaifamosa Let it go, di cui hanno già provveduto a fare la cover tutti, Neri per Caso compresi.
Interessante anche il fatto che la miglior sceneggiatura originale se la sia portata a casa Her, di Spike Jonze, che ha battuto i temutissimi American Hustle e soprattutto Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e quindi già sappiamo.
Spazio alle donne! Quote rosa! Una straordinaria Cate Blanchett si aggiudica il premio come miglior attrice protagonista, per la sua eccezionale performance in Blue Jasmine, e la giovane Lupita Nyong’o come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo. Ed è in quel momento che Brad Pitt e Angelina Jolie hanno capito di voler adottare anche lei.

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“Vi ringrazio, ma ho già dei genitori!”

Verso le 4 del mattino devo aprire una bottiglia di vino per festeggiare Sorrentino con i miei amici, visto che per fortuna il premio come miglior film straniero ce lo portiamo a casa noi italici con La Grande Bellezza, e non voglio sentire critiche a riguardo, se non a proposito del deplorevole inglese di P. Sorrentino, che vabbè dai. S’è impegnato. Cioè, no, personalmente credo che avrebbe potuto dire anche un paio di cose in più (lasciamo stare la pronuncia, che nemmeno io so’ forte) per dimostrare un minimo di rispetto (oh, comunque hai vinto l’Oscar, eh) verso un premio che non è proprio ‘o bangarell’, per citare lo stesso film. Ma probabilmente Sorrentino aveva fretta di andarsi a spaccare ammerda insieme a Servillo, quindi lo perdoniamo e gli vogliamo bene comunque.

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“Maradona, Fellini, pizza, mandolino!”

E poi, c’è il momento che tutti attendono.
La proclamazione del miglior attore.
Perché sappiamo tutti che anche quest’anno Leonardo di Caprio ha ricevuto la nomination, e sappiamo tutti che non vincerà, perché Matthew Mceogoegorwey ha interpretato un malato di aidiesse, e poi ha fatto il botto con True Detective, ormai sono lontani i tempi in cui interpretava giovani bellocci in commedie scadenti, ora è uno che c’ha l’aidiesse, quindi niente, il premio lo vince lui perché in effetti la sua interpretazione è stata veramente magnifica, priva di patinatura, autentica q.b. e soprattutto in nessun modo patetica (ed è difficile quando impersoni uno che c’ha due mesi di vita).
Leonardo pure stavolta c’è dovuto sta’.

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“Un giorno…forse…anch’io. Un giorno.”

Notare la faccia di Jonah Hill, dietro, che pensa “Adesso questo s’accolla tantissimo.”

JJ

Nasce a Frascati nell’85. Vive, mangia e dorme a Roma. Ha una casa tutta sua. Ascolta la musica, specialmente le canzoni, e guarda molto cinema. Possiede una laurea in lettere di sua proprietà e ha scritto una tesi su Herzog, il quale ha dovuto farsela cancellare con un doloroso e dispendioso metodo laser. "Remember: there are no stupid questions, just stupid people." (Herbert Garrison, South Park)

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