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Le preferenze come se fosse antani

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Saper prendere in giro il prossimo non è da tutti. Bisogna saperlo fare. E questi riformatori che da qualche mese sono all’opera dimostrano di avere una certa dimestichezza.
L’ultima novità, che è stata fatta filtrare per vedere l’effetto che fa, riguarda l’antico nodo delle preferenze nella legge elettorale. “Tornano – si legge in giro – ma con i capolista bloccati”.
Leggendo il giornale sotto l’ombrellone, con un occhio al pargolo che non affoghi tra le onde e con una temperatura cranica che garantisce una sufficiente demenza, sembra anche una cosa positiva: “Vabbe’, pensa l’ignaro bagnante, è già qualcosa. L’hanno capita”. E invece è lui che non ha capito niente.

Nelle bozze dell’Italicum risulta che i collegi elettorali saranno circa 120. Ed è ragionevole credere che in ognuno di questi almeno il Pd, il M5S e FI superino lo sbarramento (ora pare al sia 4%). In molti collegi anche altre liste supereranno quella soglia, ma per fare conti facili supponiamo che solo i principali tre partiti ce la facciano ovunque. Se andasse così, i capolista eletti (ovvero nominati come con il Porcellum ) sarebbero 360. Ovvero più del 50% della Camera. E si stratta di una stima molto al ribasso: personalmente credo che i capolista nominati non sarebbero meno di 450.

Di eletti con le preferenze se ne avrebbero quindi poco più 200. Quindi l’annuncio “tornano le preferenze” non è che l’ennesima supercazzola istituzionale elaborata da questi sbandati.
A onor del vero – e bisogna dirla tutta – una modifica del genere inciderebbe significativamente sull’odiosa pratica delle candidature multiple, che è un altro simpaticissimo espediente usato per addomesticare il consenso. Perché per eleggere il maggior numero di capolista telecomandati è ovvio che bisogna candidarne uno diverso in ogni collegio. Un principio che probabilmente varrà per i partiti maggiori, e cui invece potrebbero derogare i partiti minori per evidenti ragioni di bandiera.
Una magra consolazione e che non toglie dignità alla splendida supercazzola istituzionale. Passerà anche questa? O prima o poi accadrà come al Mascetti, che un giorno incontrò il capomastro che gli ruppe il naso? Non resta che stare a guardare. E occhio al pupo che affoga.

14 Comments

  1. E’ vero che non bisogna fare il processo alle intenzioni, ma è anche vero che quando c’erano le preferenze non è che poi le cose andassero diversamente: i voti con le preferenze “pensate” erano sempre una nettissima minoranza rispetto a chi metteva semplicemente il primo della lista.
    Guardiamo il lato positivo… niente candidature multiple magari vuol dire evitare di mettere candidati impresentabili come capolista e potremmo risparmiarcene qualcuno…. chissà.

  2. Ma non scherziamo, possibile che già nessuno conosce più le lezioni della Prima Repubblica? Le preferenze sono il sistema migliore per far eleggere, in circoscrizioni abbastanza grandi da rendere impossibile conoscere tutti i candidati, chi spende più soldi in pubblicità e voto di scambio, e cioè loschi affaristi e mafiosi mimetizzati nelle lunghe liste di partito.
    Invece il miglior sistema per far scegliere l’eletto (non il candidato) è proprio di mettere l’elettore in grado di conoscere bene i pochi candidati in un piccolo collegio dove verrà eletto un solo deputato: il partito ci “mette la faccia” scegliendo il candidato, l’elettore lo premia votandolo o lo castiga votando il candidato di un altro partito; ma potrà dire di avere fatto una scelta vera tra pochi candidati ben conosciuti. Sistema maggioritario puro.
    Basta con i partiti-chiesa che prendono voti “a prescindere” da un elettorato di pecore.
    Ma siccome siamo alle prese con un Parlamento eletto con il Porcellum (e si vede!) ci tocca accontentarci dell’Italicum proporzionale, magari con non più di quattro candidati ma per favore su liste bloccate: se non vi piacciono quei quattro CAMBIATE PARTITO: così si sceglie.

    • Caro Matusa, la lezione della prima repubblica è che le preferenze MULTIPLE erano usate per controllare il voto nei seggi. In un seggio con un migliaio di votanti, giocando con le combinazioni delle combinazioni si poteva controllare il voto del singolo cittadino. Tu hai votato partito X, preferenze 12, 28, 34, io ho votato partito X, 3, 33, 21 ecc. ecc. Per questo era stato fatto (e vinto) il referendum che introduceva la preferenza unica.

      Il referendum era stato promosso pero’ da un comitato che voleva il maggioritario e ha costruito una falsa identità: preferenza unica = collegio uninominale. E da quel momento in avanti si è cercato in tutti i modi di spingere il maggioritario, un sistema che solo dei veri antidemocratici possono volere, visto che può produrre degli effetti distorsivi che anche in presenza di due soli partiti può avere la maggioranza il partito con meno elettori (negli USA è capitato di recente).

      Sul fatto di cambiare partito, se non mi piacciono le persone. Un partito non è solo persone. E’ anche, anzi soprattutto, idee. Mi piacerebbe poter sostenere un partito (le idee, il progetto, il modello di società) e poter anche dire la mia sulle persone che poi dovrebbero portare avanti queste idee. I partiti non sono tutti uguali (anche se con i sistemi di tipo maggioritario e con le soglie di sbarramento, tendono a diventarlo).

      • P.S. – Dimenticavo: il maggioritario puro in Italia non è mai esistito: primo perché il mattarellum conteneva la polpetta avvelenata del 25% di proporzionale con cui la partitocrazia si assicurava l’elezione dei propri galoppini; secondo perché Berlusconi si affrettò a sbarazzarsene con il porcellum. E’ vero invece che si è sempre cercato “di spingere il maggioritario”: a chiacchiere, come sempre.

  3. Non intedevo dibattere su quanto le preferenze siano buone o cattive, ma su come provino a introdurle senza farlo.

    • Caro Sonego, è vero che le preferenze multiple servivano ANCHE per quello che lei spiega, ma c’era un altro motivo meno politicante e più “politico” (partitocraticamente parlando): si lasciava libero campo a chi si poteva far conoscere con pubblicità a sue spese (faccendieri e paramafiosi, altro che i migliori “scelti” dall’elettore) purché facessero da traino per i capilista scelti dal partito, che infatti risultavano sempre eletti. Una volta cadute le multiple, i partiti correvano il rischio di non vedere eletti i propri capi, ma l’Italia correva il rischio di avere un parlamento composto solo di gente ancora peggiore.
      La democrazia funziona solo all’interno di solide norme liberali che nessuna volontà popolare può violare: quando Churchill coniò per la democrazia la famosa definizione “il peggior sistema di governo esclusi tutti gli altri”, primo: non scherzava affatto; secondo: dava per scontato, da buon anglosassone, che quella creata nel suo paese e che servì da modello (molto mal copiato) in mezzo mondo, non era l’oclocrazia di Platone ma la liberaldemocrazia, in cui la progressiva partecipazione popolare era il frutto della lenta evoluzione della sua cultura nazionalpopolare intrisa di liberalismo. In Italia invece (e in Egitto peggio ancora, Morsi docet) si pensa che democrazia vada intesa in senso letterale, e perciò tanto più vera quanto più basata “sulla volontà generale”.
      Ogni popolo ha la democrazia che si merita, e lo vediamo. E prima che gli italiani imparino ad usare con oculatezza e responsabilità il proprio voto devono esercitarsi con una legge elettorale che gli consenta una SCELTA SEMPLICE: o Tizio o Caio. Sbagliando, naturalmente, subendone le conseguenze e correggendosi; fin quando non imparerà che la politica non è lo stadio o Ballarò ma una cosa che si paga cara. Altro che “libera scelta” in liste di sette o ventisette nomi di sconosciuti in circoscrizioni di milioni di abitanti, roba da politologi.

    • Caro Nardi,
      lei ha ragione da vendere, ma io volevo rispondere agli interventi dei proporzionalisti preferenziali, un dibattito nel dibattito.
      Spero che aver approfittato del suo (molto) interessante post non l’abbia infastidito, nel qual caso me ne scuso.

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