Le gabbie che fabbrichiamo

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Ogni bacheca facebook è conformista a modo suo: sull’omicidio di Motta Visconti, per esempio, il commento mainstream tra i miei contatti coincide con quello riassunto nell’Amaca di ieri di Michele Serra. Il concetto è che siamo di fronte all’epifenomeno di quanto la famiglia tradizionale possa essere talvolta mostruosa e per lo più luogo di cose funestissime e di psicosi carsiche, cosa che in molti potremmo testimoniare pur avendo scansato fatti da cronaca nera ed essendo più sommessamente finiti in qualche studio di psicoterapia.

Ma ho il dubbio se quello che abbiamo di fronte sia ancora ciò che siamo invitati a mettere in discussione, ovvero  il paradigma familiare tradizionale, o se la paranoia violenta si sia innestata su qualcosa di relativamente nuovo: una idea di coppia risorta dalle ceneri del conflitto generazionale del 68 e dallo yuppismo anni 80, un neofamilismo romantico in cui ci imbattiamo ogni volta che accompagniamo i nostri amici del liceo all’altare e in cui siamo sempre sul punto di scivolare.

La famiglia tradizionale che abbiamo – forse per sempre – debellato era progettata per essere innanzitutto efficiente e durevole, non certo per essere appagante o felice: questo comportava, a dispetto di una rigidità formale dell’istituzione, una serie di libertà sostanziali riservate  soprattutto alla figura maschile, che includevano la scappatella, l’amante ufficiale, la metamorfosi del matrimonio in mera giustapposizione d’interessi, la reciproca insofferenza e la separazione di fatto in compartimenti stagni di vita, donne da un lato, uomini al lavoro o al bar. La felicità non andava certo così di moda come obiettivo individuale, e men che meno veniva pretesa come clausola del contratto matrimoniale.
Ci si sposava, d’altra parte e in gran parte, per necessità e consuetudine, senza conoscersi troppo prima, il che faceva dell’unione una sorta di ordinaria lotteria in cui poi ciascuno cercava di continuare a fare i cavoli propri.

I coniugi pragmatici di una volta si sbellicherebbero dalle risate ad assistere ai nostri matrimoni carichi di enfasi, al nostro proponimento eroico di contrapporre la volontà amorosa alla volatilità dei sentimenti.

Come e quando il matrimonio sia diventato il progetto esistenziale assoluto e la vita di coppia abbia eletto a proprio orizzonte il sogno delle ex bambine di indossare l’abito bianco e vivere in una perenne luna di miele. E quanta parte  abbia giocato la difesa dei “valori” da parte dei cattolici romani e la propaganda vaticana sulla famiglia come ultima trincea della fede. Quanto pesi invece la crisi degli altri progetti esistenziali sulla tendenza a riversare nella “scatola” matrimoniale aspettative di appagamento e autorealizzazione che non abbiamo più il coraggio di rivendicare fuori.

Sono le domande paradossali di una generazione a cui sono state, lentamente ma inesorabilmente, regalate le chiavi di uscita dai vincoli matrimoniali legali: l’equiparazione dei figli naturali e legittimi, la possibilità di costituirsi in famiglia anagrafica, il divorzio anche – finalmente – in forma abbreviata.

Ancora, il punto è che abbiamo pochissimi motivi per sposarci e tutto quello che ci serve per smettere di essere infelici, eppure ci costruiamo scatole cieche e disabitiamo la terra intorno, l’humus della vita pubblica e  i progetti di mondo. Fabbrichiamo gabbie senza un fuori che se va male possiamo solo odiare e distruggere con rabbia, perchè anche evadere – nel deserto che abbiamo lasciato – sarebbe vano.

Non c’è nulla di più tradizionale e inoffensivo, d’altra parte, della contrapposizione tra familismo conservatore e progressismo libertino. La ventata di orrore che ci arriva da questa storia di un impiegato (tutt’altra storia) della provincia di Milano non può essere solo un punto segnato a sfavore a partita finita, una pernacchia sul cadavere di una tradizione ormai morta: forse la sottile inquietudine che sentiamo ci riguarda così tanto da vicino che non riusciamo a mettere in circolo le domande giuste  su una infelicità velenosa che non abbiamo ereditato da alcuna tradizione, ma che ci stiamo fabbricando da zero.

Soundtrack: The Hold Steady – A slight discomfort

7 Comments

  1. Articolo scritto benissimo, lucido e reale.
    Eppure (non me ne voglia il bravissimo autore, la cui intenzione, sono certa, era altra) legarlo al caso di Motta Visconti mi pare possa dare l’impressione che la causa sia anche giustificazione.

  2. Proprio tornando a casa stavo pensando che potesse nascere un equivoco del genere. Veronica, grazie di averlo segnalato con tanto garbo: mi dai l’occasione di chiarire che questa riflessione è nata esclusivamente dai commenti che ho letto sul caso di Motta Visconti e che ho collegato forse debolmente con cose che vedo succedere normalmente.
    Nel merito dell’orrore dei fatti, invece, non avrei avuto che da tacere.

  3. Non sono molto d’accordo con l’analisi, qui si mettono in contrapposizione i matrimoni di 70 anni fa con quelli di oggi senza considerare che in mezzo ci passano 70 anni e generazioni in cui ci sono stati anche matrimoni “normali” dove la scelta non era imposta e magari le persone erano e sono state felici….
    Qui si fa bianco o nero senza considerare il grigio….

  4. Ho letto con molto interesse questo articolo, per nulla scontato, bensì chiaro e leale. La famiglia è sempre stata culturalmente una delle più alte forme di controllo. Un contenitore pieno di tanto, indubbiamente, ma oltre i secoli, le tradizioni, le culture, le lotte, raramente ha generato felicità (e poi cos’è felicità?). La mia ricerca in questo senso è stata pragmatica, mi sono sposata e separata 2 volte ed in entrambi i casi il decorso è stato complesso. Ma non parliamo di me. Non solo è crollato il valore famiglia, ma traballa molto anche l’ideale di coppia. Un fallimento reale. E poi tanti di noi diranno che di coppie felici ce ne sono (e mi incaponisco sul termine felicità), e che la famiglia è il luogo ideale per crescere i figli e che Walt Disney aveva ragione (il vero killer dei valori). Purtroppo ne ho viste poche di realtà familiari da manuale, anzi, non ne ho vista ancora nessuna. E’ il senso di appartenenza, così come lo concepiamo, a rendere ogni sentimento impuro. Il matrimonio è una vera gabbia e nemmeno tanto dorata, la coppia segue a ruota. Ma arriverà mai un’epoca in cui gli umani impareranno a bastarsi da soli? Complimenti per l’articolo e buona vita a tutti.

  5. Bella riflessione.

    Purtroppo la nostra società offre molte libertà e poche bussole, di questi tempi. Credo che il punto di equilibrio sia stato oltrepassato da un pezzo. Lo si capisce dalle molte considerazioni che capita di leggere o ascoltare in giro, proprio a proposito di questa “infelicità che ci stiamo fabbricando da zero”.

    Forse sarebbe il caso di non limitarsi a rilevare sempre il problema, ma vedere quali sono le piccole mancanze che lo generano. Di solito si tratta di piccole cose,
    si tratta quasi sempre di piccole cose.

    Al netto delle responsabilità della Disney e del Vaticano. Che sono notevoli, chiaro.

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