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Lavorare per niente

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Una recente ricerca di Confcommercio regala una fotografia controintuitiva del mondo del lavoro italiano: guardando le percentuali, inoltre, mi sono evaporate seduta stante tutte le ragioni per le quali non ho ancora preso la decisione di emigrare (la mamma, la pizza, la mozzarella e lo stracchino). A dar retta a questa statistica, in Italia mediamente si lavora molto più che in Germania: le trecento ore che separano le nostre 1.700 ore e le loro 1.400 corrispondono all’equivalente di sette settimane e mezzo (lavorative). Dopo un breve controllo sui sito del Department of Labor degli Stati Uniti, le conclusioni dello studio sembrano grossomodo confermate.

Da uomo della strada, ho provato a darmi qualche spiegazione. Uno: vi può essere una sensibile differenza tra le ore di presenza in ufficio e quelle effettivamente lavorate. In Italia abbiamo tornelli, timbrature ed altri ammennicoli degni di un allevamento intensivo di vacche, ma alla produttività non bada nessuno. Ho imparato a temere le persone particolarmente scrupolose nel rispetto dei regolamenti interni su orari, permessi e ferie: al momento di produrre qualcosa di aziendalmente utile non di rado si rivelano inesistenti, quando non dannose. Questa non è che una delle declinazioni del principio generale nazionale, che vuole la forma trionfare sulla sostanza. Lo constatiamo ogni giorno: per dire, che ci si può aspettare da un candidato premier che dice a destra e a manca che lui con Berlusconi non farà mai alcun accordo per governare, ma che, per avere la fiducia, non potrà fare a meno della “dissidenza controllata” di una manciata di senatori delle forze politiche con cui per carità?

Tolta la tara dei fancazzisti (e non è roba da poco, anche se la mia visione potrebbe essere viziata dall’esperienza personale), resta il fatto che all’interno delle aziende private italiane che ho conosciuto da vicino, la produttività viene mortificata perché, nelle ore che si dovrebbero dedicare alla risoluzione di problemi e alla creatività, si fa tutt’altro: si lavora per caricare di gloria il proprio cerchio magico, ci si adopera per mettere in conto ad altri i propri errori, si mente si ruba si spia si getta discredito si tendono tranelli, si gestiscono le risorse in base a chi esse rappresentano anziché in funzone del valore che portano. Il tutto in modo talmente abituale, che ormai non ci si fa neanche più caso.

Ho stilato una mia personale statistica: tra il 20 e il 30% del mio tempo in ufficio è impiegato in difesa preventiva, in attività di competenza di altri, ed in generale ad ammortizzare inefficienze generate altrove. Dove le regole non sono chiare (oltre a non essere condivise) l’entropia regna. L’assenza di protocolli e la conseguente dispersione di energia potrebbero secondo me spiegare una grane quantità di ore lavorative buttate letteralmente nel cesso.

Senza contare che il tasso di occupazione in Germania è di gran lunga più elevato che in Italia (oltre il 50% contro 40%): se considerassimo la Germania come il mondo perfetto, ad occhio in Italia mancherebbero all’appello (al netto dei diversi tassi di disoccupazione) qualcosa come cinque milioni di lavoratori. Non so se queste persone (donne principalmente) non potrebbero aiutare a trasformare in realtà il polveroso mantra, lavorare tutti, lavorare meno…

La cosa carina è questo tempo in eccesso dato al lavoro non produce niente di utile. Mentre infatti il PIL medio orario per occupato in Germania è di oltre 40 euro, da noi ci si ferma prima dei 35. In sostanza, non solo lavoriamo più ore rispetto ai tedeschi, ma assenza di concorrenza (inefficienza), burocrazia e fisco sono in grado di più che compensare tutte queste ore di fatica in più. Al momento sembra però che questi temi resteranno appannaggio degli accademici: in parlamento gli eletti non hanno tempo per occuparsene: troppo occupati a giocare all’asilo nido.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. Credo che 1400 e 1700 siano invertiti nell’articolo. Ad ogni buon conto, non so come si potrebbe agire concretamente per incentivare gli italiani a “lavorare di meno ma lavorare tutti”. Una prima idea potrebbe essere quella di una sorta di “tassazione progressiva” del lavoro dipendente. Che ne so, fino a 20 ore/settimana si tassa al 15%, da 20 a 30 al 20%, da 30 a 40 al 30%, oltre le 40 al 40% e così via. Cose di questo tipo per esempio.

    • hai ragione! grazie della segnalazione. mi sa che è stato un lapsus freudiano… Mah, non tasserei ancora di più il lavoro dipendente. Io sarei più per mettere le donne in condizione di lavorare senza crepare – e tagliare invece le tasse sul lavoro.

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