un blog canaglia

L’attimo fuggito

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Vecchia storia quella dell’attimo che va colto. Vecchia storia letteraria che è pure antica faccenda antropologica: capire il senso delle cose per poi afferrarle e tentare di trattenerle e infine fallire. Il ciclo mai chiuso dell’umanità. Perché le cose della vita mica si possono trattenere; al massimo si chiariscono – alcune più di altre – e certamente si ricordano. Ma fermarle, appropriarsene, non è possibile. Allora ci accontentiamo delle rappresentazioni, delle immaginazioni feroci, bugiarde qualche volta. Spesso bugiarde.

Quelli della mia generazione (quelli nati negli anni ’80) sono cresciuti con la retorica della possibilità, anzi col senso del possibile, che è il territorio della felicità irraggiunta, irraggiungibile. Tanti della mia generazione sono cresciuti con le Lettere (con la elle maiuscola), con la poesia ermetica, il verso libero e un Ego che si gonfiava e gonfiava e gonfiava più o meno consapevolmente. Abbiamo scritto i nostri versi, li abbiamo conservati e abbiamo desiderato di fare parte di una setta, senza tener conto del fatto che contava milioni di persone e che chiamarla “setta” era una presa per il culo bella e buona. Ma si sa: da giovanissimi si campa di prese per il culo, soprattutto di quelle autoprodotte.

È forse questo il motivo per cui quel film, quello in cui bisognava cogliere l’attimo e si andava in una grotta a leggere Whitman e Thoreau, quindi a masticare le Lettere con la elle maiuscola, ci è piaciuto tanto. Ma che dico piaciuto, l’abbiamo divorato e ci siamo incazzati perché noi non c’eravamo, non potevamo esserci. Perché quella roba lì solo nei film; perché quella roba lì nella vita vera avrebbe fatto un po’ ridere. 

L’abbiamo cercato il professor Keating; l’abbiamo cercato ovunque disperatamente. I più fortunati l’hanno addirittura trovato. O almeno qualcuno che gli rassomigliava. I più fortunati hanno scoperto quanto possa essere naturale imparare, senza vergognarsene, e pure senza rinnegare gli slanci centrifughi tipici dell’età adolescenziale. Contro i dogmatismi mortiferi, contro gli inquadramenti militareschi e avvilenti. L’abbiamo cercato un maestro con lo sguardo malinconico di Robin Williams. Per poi dover accontentarci di quello severo o semplicemente bonario di un insegnante fuori dallo schermo, in carne ed ossa.

Ci siamo piaciuti parecchio nella veste dell’allievo e ci siamo detti che avremmo fatto esattamente le stesse cose, qualora l’avessimo trovato, il nostro Keating: l’avremmo seguito, amato e saremmo saliti tutti sui banchi per lui. Tutti. Perché da giovani si ha buona memoria e ce le ricordavamo fin troppo bene le schiene di quelli che nella scena finale erano rimasti seduti, composti, dogmatici. “Vigliacchi” abbiamo pensato a dispetto di ogni realismo, trascinati dall’immaginazione intransigente della rivolta. E capirai che rivolta.

“Vigliacchi” abbiamo pensato tutti, nessuno escluso, mancando nettamente la verità. O forse provando a spazzarla via col piede sotto il tappeto, come si fa con la polvere. Del resto, è dura uscire dalla bella illusione della diversità, da quel pensiero appagante, dalla vocina che ti dice “io non sono così”.

“Vigliacchi” abbiamo pensato spesso, senza capire che era – ed è ancora – sufficiente alzare un poco il tappeto per trovarsela di fronte, la verità. No, non ci saremmo alzati in piedi sul banco, non avremmo gridato “Oh Capitano, mio capitano”.  Avremmo taciuto. Certo, con la morte nel cuore, ma avremmo taciuto. Pur volendo gridare, anche con le gambe frementi, con gli occhi lucidi di rabbia. Sì, molto probabilmente avremmo taciuto. E poi saremmo andati avanti, come sempre. E ci saremmo portati dietro il senso di colpa per quella schiena nell’inquadratura e quello sguardo perso nel vuoto e quel silenzio che non si può più rompere.

6 Comments

  1. e magari in un momento decisivo ricorderò di aver letto questo post e non sarò una schiena inquadrata da dietro e mi alzerò e urlerò e oh cazzo rieccomi in zona “io no”.
    l’umanità è condannata, ma bell’articolo.

  2. Quarta liceo, 1996, supplente di matematica molto brava dopo un anno, il terzo, disastroso a causa della precedente svogliata insegnante. Questa supplente, molto giovane, non era ovviamente Keating, ma era in gamba, amava la matematica e sapeva farla piacere anche a quelli tra noi che la masticavano poco. Ce l’hanno cambiata dopo tre mesi riassegnando le supplenze secondo un meccanismo insensato basato sulle graduatorie, tutta la classe presente in provveditorato quel giorno quando l’ultimo prof in lista prima di lei, un noto scansafatiche ci era stato detto, dopo aver dichiarato che sarebbe rimasto dov’era, ha preso la cattedra. Il giorno che se n’è andata siamo saliti sui banchi, e l’abbiamo salutata con quella frase, imitando un film con qualche imbarazzo, ma tutti convinti. Era brava, piaceva a tutti, e ce l’avevano cambiata secondo noi ingiustamente. A ripensarci oggi mi fa ancora sorridere, avevo 17 anni, e conservo un bel ricordo dell’aula vista dall’alto, con i miei compagni, nel mio piccolo.

  3. Vorrei poterti dire che non è vero, ma so che mi è successo, e il senno di poi aiuta a capirlo.
    Quindi non lo so cosa farei, ma so che è molto tristemente verosimile.
    bel pezzo

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