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La vera pornografia

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Una ventina di “sconosciuti” vengono invitati a formare delle coppie e a baciarsi, davanti ad una telecamera. In questo modo la regista Tatia Pilieva realizza “First Kiss”, un filmino di poco più di tre minuti, divenuto nel giro di un giorno successo planetario – in questo momento conta oltre 46 milioni di visualizzazioni. Se lo si guarda con occhio ingenuo, il video è notevole per la tenerezza che si sprigiona dalle sequenze in un furbo in bianco e nero “autoriale”, montate con grande sapienza. La naturale timidezza e ritrosia trascolorano nella curiosità, la curiosità in piacere, il piacere in una forma di strana intimità.

A essere un po’ più smaliziati, ci si poteva accorgere fin da subito della puzza di fake. Innanzitutto, l’assenza di riferimenti, ad eccezione del nome della regista, Tatia Pileva; esperimento psicologico o performance artistica? Macché, bieca pubblicità, come si è scoperto il giorno successivo al lancio, quando tutte le bacheche Facebook del mondo erano state ormai intasate dallo still del video. E in effetti, non è un po’ strano che tutti i protagonisti abbiano volti e corpi gradevoli e/o interessanti? E non a caso, visto che sono tutti attori e modelli, – tra di loro c’è anche la cantante Soko, cui la sua comparsata in questa colossale truffa ha fruttato il piazzamento del suo brano “We Might Be Dead By Tomorrow” al 36-esimo posto della classifica delle vendite di iTunes Francia.

Perché una sequenza di questo genere diventa un trionfo mediatico? Dimentichiamo per un momento che si tratta di un manufatto di lubrificata ingegneria sociale. E fingiamo di credere che sia tutto vero: un contesto immaginario, avulso dai vincoli della realtà, in cui ci viene detto che dobbiamo baciare una bella ragazza, o un bel ragazzo per gioco. Una specie situazionismo per l’uomo della strada, un agire avulso da premesse e privo di conseguenze durature, in cui l’unico obiettivo è mettere a nudo il bambino bisognoso di coccole sepolto dentro parecchi di noi (non me la sento di generalizzare, non ho abbastanza esperienza del genere umano per farlo). Ebbene, chi potrebbe trovare una buona ragione per non abbandonarvisi?

Ecco, in quelle immagini mi sono visto, ragazzino timido ed impacciato, a fare tappezzeria ad una festicciola mentre finge di non notare gli amici più disinvolti che limonano come matti sulla pista resa appiccicosa dalla melassa di “Through The Barricades” (1986). Per poi tornare all’oggi, a scaricare la mia delusione sugli spin doctor assoldati dalla Wren (la casa di abbigliamento che ha orchestrato la compagna pubblicitaria).

Si fa un gran parlare della strumentalizzazione del corpo della donna (e in parte anche dell’uomo) nei messaggi pubblicitari. Mi secca dirlo, ma dal mio punto di vista la campagna pubblicitaria di Wren è eticamente ancora più riprovevole, proprio perché fa leva sul bisogno di calore ed attenzione. E’ più grave mercificare il sesso o il desiderio di essere abbracciati, coccolati, baciati? C’è questa leggenda metropolitana secondo cui le prostitute non bacerebbero mai i clienti sulla bocca. Non so se sia vero, però è certo che questa credenza è alimentata dalla sensazione, solidamente radicata nell’immaginario collettivo, che un bacio sulla bocca costituisca segno di intimità più profondo della penetrazione. Chi ruba i baci per vendere stracci si fa estensore dell’unica pornografia che mi mette in imbarazzo.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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