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La mia fine è solo mia

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Devo confessare una cosa: io quando leggo o sento la parola “eutanasia” ho l’istinto di girare la testa, di tapparmi le orecchie e non pensare. La parola eutanasia è come un pugno nello stomaco, lo è l’idea che qualcuno possa stare così male da preferire andare incontro alla morte invece di aspettarla. Tutto questo mi succede nonostante io sia radicale da sempre e a mente fredda io sostenga fermamente la legalizzazione dell’eutanasia. Poi però penso che è troppo facile essere tutti pimpanti e allegri mentre si raccolgono firme per il maggioritario, per cancellare finanziamenti pubblici ai partiti, contro la legge 40 e altre amenità varie. La battaglia per l’eutanasia non è una battaglia di cui parlare col sorriso, a cuor leggero, ma questo la rende forse ancora più giusta e importante. A me la voglia di girare la testa e tapparmi le orecchie passa appena ascolto le parole di chi vive l’esperienza della malattia terminale sulla sua pelle e mi dice che la sua scelta è di rocorrere all’eutanasia. La storia di Piera è una di queste. Ascoltando questa storia mi vergogno di quel mio primo istinto e l’unica cosa che rimane è voler dire a tutti che bisogna andare oltre e fare in modo che i malati terminali siano padroni della loro vita e della loro morte. In questi giorni l’Associazione Luca Coscioni raccoglie le firme per una proposta di legge sull’eutanasia e il fine vita. Spero che quandro vedrete un loro tavolino, vogliate firmare in tanti.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

2 Comments

  1. Una vicenda personale che ancora mi fa soffrire mi fa venire i brividi quando sento la parola “eutanasia”. Se ami qualcuno vuoi che continui a starti vicino: vuoi accarezzare la sua mano, intercettare il suo sguardo, raccontagli della tua vita, nella strana ed egoistica speranza che ti possa rispondere, consigliare, magari tornare ad essere quello che era, per te, prima. Ma poi capisci che lo ami più di così e che, se vuole andarsene, tu sarai lì ad aiutarlo. Non è facile, ma la volontà di ognuno di noi è già troppo soggetta a quella altrui ogni giorno, almeno nel nostro ultimo addio ci sia concesso di decidere come congedarci. Perciò si: “La mia fine è solo mia”. Firmerò.

  2. Ogni testimonianza secondo me è preziosa, quella di Piera, quella di Anna Missiaia e anche quella di chi riesce a parlarne col sorriso. L’essenziale è parlarne. Qualche volta io ne parlo sorridendo, altre volte con pena o con paura, e con rabbia se penso di dovere andare addirittura all’estero, io che sto tanto bene a casa mia e che anche adesso, in salute, evito i viaggi; ma sempre ne parlo come di una cosa seria, pure ridendo come spesso si ride delle cose più gravi della vita.

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