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La mattanza delle donne

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di SmxWorld

In preda ad un raptus di follia uccide la fidanzata”, “In uno scatto di gelosia accoltella la moglie”.

Titoli di questo genere se ne leggono a cadenza quasi quotidiana, ogni anno sono centinaia le donne che vengono ferite, mutilate, o peggio ancora uccise dai propri partners.

Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua, se ci sono così tanti “attacchi d’ira”, “scatti di gelosia”, “raptus di follia”. O forse no? O c’è qualcos’altro?

E’ evidente che il problema è di ben altra natura: culturale! Qui da noi il femminicidio (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, avremo già fatto un passo avanti) è un fenomeno tristemente diffuso che trova linfa in un maschilismo molto radicato.

E’ l’idea del possesso, del comando, che porta molto spesso ad uccidere una donna che si rende protagonista di un tradimento, o che semplicemente lascia il suo partner per le più svariate ragioni.

Se non sta con me, allora non deve stare con nessuno” è una frase tristemente nota, così come “ha disonorato la famiglia”. Altrettanto spesso capita di sentire frasi del tipo “la mia donna fa quello che dico io”, “qualunque cosa debba fare, deve chiederla a me”. Queste frasi dovrebbero rappresentare un fortissimo campanello d’allarme, e invece passano inosservate nelle risate generali o, peggio ancora, nell’ammirazione: perché, diciamocelo chiaro, quasi sempre l’uomo che comanda la propria donna è ammirato. E’ un duro, un vero uomo. E pazienza se un giorno si macchierà del sangue di quella donna.

E’ un problema di cultura, dicevo. Se non si educa la gente al rispetto, non si risolverà mai. Fino a quando i telegiornali parleranno di scatti d’ira e menate varie, senza chiamare il fenomeno col suo vero nome, il problema non verrà portato chiaramente alla luce. Fino a quando si avrà l’idea che un uomo che fa sesso con 20 donne è un macho, e una donna che fa sesso con 20 uomini è una puttana, non ci saranno manco le basi per crescere. E non basta inasprire le pene per spaventare un malintezionato.

Infatti, fino a pochi anni fa , in caso di omicidio, c’era l’attenuante per delitto d’onore. L’articolo del codice penale recitava:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Da notare che, benchè parli della morte “del coniuge”, poi parla “della figlia o della sorella”. Sempre al femminile. Sono la figlia o la sorella che possono arrecare disonore alla famiglia. Non il figlio o il fratello.

Oggi quell’articolo non esiste più nel codice penale, ma l’unica cosa che è cambiata nella società italiana è che chi commette un delitto d’onore non ha attenuanti e va in carcere per omicidio premeditato.

Come spesso succede in Italia, si è creduto che un inasprimento della pena fosse sufficiente a spaventare i male intenzionati. Come se un uomo che sta per uccidere una donna pensasse “mmmh, col delitto d’onore me la cavavo con tre anni, ma ora non mi conviene più”. Ma dai, ma non scherziamo! L’abolizione di quest’articolo è stato il classico lavarsene le mani e la coscienza tipico di chi vuol far finta di occuparsi di un problema scomodo. Noi ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà, perché così possiamo fare i moralisti senza sporcarci le mani.

Non molto tempo fa, da noi in molti si stracciavano le vesti, si battevano, per difendere le sorti di Sakineh: una donna iraniana condannata a morte per lapidazione per aver commesso il reato di adulterio.

Come sempre, siamo bravi a guardare i problemi degli altri e cercare di nascondere i nostri. Perché, se è vero che non siamo a livello dell’Iran come legislazione, è altrettanto vero che come idea non ci allontaniamo molto, visto quanto è diffusa l’idea dell’omicidio giusto.

La strada per uscire da questa arretratezza è lunghissima. E’ impossibile far cambiare idea ad una persona adulta, quindi la speranza è che le prossime generazioni crescano con l’idea del rispetto della donna, compagna e non subordinata.

Siamo già in terribile e colpevole ritardo, ma se non si porta il problema alla luce quotidiana, finiremo per rimandare la sua soluzione di altre due o tre generazioni.

7 Comments

  1. Allora, sono molto d’accordo con l’idea di fondo: l’aggravante di femminicidio non serve a una beneamata minchia se non a lavare la coscienza di chi lo propone. Dopodiché il post è un po’ didascalico, alcune parti andavano sfrondate e l’aria complessiva è un po’ da tema del liceo. Nondimeno, in ragione di quanto detto all’inizio, lo voto.

  2. Da adesso in poi faccio come Mazzone: chi parla di cultura (sia nella forma sostantivale che in quella aggettivale) perde il mio voto.

  3. Cosa mi piace:

    – l’argomento e l’opinione, ovviamente.

    Cosa non mi piace:

    – lo stile (scusa, gusti personali). Riconosco però che togliere i punti esclamativi e i grassetti lo redimerebbe quasi del tutto ai miei occhi;
    – l’approccio: un po’ generico, con fatti già piuttosto noti.

    Voto questo, anche perché sto cercando di guarire dal nazismo grammaticale.

  4. Ho apprezzato in particolare la parte in cui si discute di scandalo e distanza culturale: “ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà”. Non ha uno stile definito, e per il resto non mi pare aggiunga molto al dibattito. Però lo voto, anche perché l’altro non mi ha scaldato.

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