La linea gialla*

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“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” picchia in testa la voce metallica cioè levigata dal metallo e dal tempo e da tutti i minerali terrestri e patetici freddi freddi freddi e giusti. Il cancello era verde, il piazzale leopardato di macchie d’olio, il garage puzzava di guanti sudati. Il pastore tedesco di mia zia Maria si chiamava Zeus; un giorno fu ritrovato impiccato al cancello verde. Questo è l’unico ricordo senza gambe che ho. In braccio a mamma a papà a zio, di braccio in braccio di petto in petto, di odore in odore: Zeus il pastore tedesco di zia Maria impiccato al cancello verde straziato dalle lacrime umane che non capivano la morte canina per impiccagione forse accidentale forse caninamente premeditata.

“Il sotterraneo odorava di formalina e acido fenico, e in tutto s’avvertiva la presenza di un mistero, a cominciare dall’ignoto destino di tutti quei corpi distesi, fino al segreto della vita e della morte, che lì aveva la sua casa, o il suo quartier generale”. Boris Pasternak scrisse un solo zigzagante romanzo fatto di zeta striscianti e di dottori e di Russia e pure parole a volte di parole cirilliche tradotte e premiate con un Nobel svedese libertario non cirillico. Jurij, Jura, che cazzo di nome, un nome da gregario moscio da ginnasta da bolscevico. Pavelekino, Pederelkino o come cazzo si chiama quel posto dove morì nella solitudine da compagno con la gloria della storia senza pane Boris Pasternak. Un uomo deve stringere i denti e condividere…Un uomo deve stringere i denti e condividere la sorte del proprio paese diceva Jurij Jura Zivago Boris. No, no, no. Sono pigro e assurdo come il giallo della linea gialla da cui mi sono allontanato mnemonicamente tutte le mattine i pomeriggi le sere e le notti collettivamente. La mia linea gialla è la memoria, “ricordarsi di un risveglio triste in un treno all’alba”. Penna, Sandro Penna poeta marchiato giustiziato dall’amore per l’amore puerile dell’universo. Un risveglio triste in un treno all’alba nel bianco di una Berlino morbida definitiva europea. Funkenflug, funkenflug, Berlino è scintille diceva Arne operaio polacco pelato malinconico in un agosto disperato.

Alice faceva spesso la torta rustica col radicchio rosso di Treviso e la crescenza. Le pulsava la giugulare e ci mettevo l’orecchio senza capire e pulsava e pompava sangue al cervello quel cervello che diceva parole “ho scelto te”. Alice tedesca acquisita e imbiondita nell’anima scura e selvaggia e antica; Alice riverniciata dal tempo nuovo dalla modernità, accasata con la testa sulle spalle e il cuore a tracolla. Sono patetico e giusto e antico e giallo come la mia memoria, come quel maglione spelacchiato senza seno tolto mille volte e dopo il seno. Al civico numero 6 ora ci sono degli stronzi mai visti ma stronzi. Al civico numero 6 c’è il mio strazio, le urla di gioia e di paura, l’eccitazione dello stato d’assedio. Alice  e il cantautore romano, quello che vorrei essere quello che vive ad Atlantide e non fa più domande del tipo “conoscete per caso una ragazza di Roma?”.

Devo averlo scritto in un vecchio quaderno “Se stropiccio gli occhi, vedo l’origine: un Giuda di latta, un cammello di seta e una ruspa abbandonata in un molo d’autunno”. Venerdì ho appuntamento dal dentista sloveno biondo professionale. La luce ospedaliera della  lampada frignava un bambino l’ultima volta non voleva entrare “ho paura” diceva. Perdio, dovevo strapparlo quel biglietto quello del parcheggio invernale aeroportuale di quando lei è decollata e puf. Aiuto. Chissà qual è il momento preciso in cui cade la prima foglia pigra autunnale del primo albero di questa città. E’ l’una e trentacinque, chissà perché ogni volta che guardo l’orologio è l’una e trentacinque o la lancetta dei minuti sta per arrivare lenta al trentacinquesimo minuto su sessanta dopo l’una. Zeus il pastore tedesco impiccato al cancello verde zia Maria la giugulare di Alice il civico 6 e i miei piedi immobili paralizzati dalla memoria. Cazzo, perdio.

“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” è un bisbiglio ormai il metallo della voce la ripetizione paziente e involontaria. Quanto occorre per dimenticare il non fatto il non detto il non scritto? Quanto fatto? Quanto detto? Quanto scritto? Il giallo della memoria che non ricorda più il pericolo è la salvezza tristezza e giustizia. Sono pericoloso e salvo e triste e giusto. E ormai vedo tutto giallo e cammino, cammino, cammino.

 

 

*Questo post partecipa a #StayAnimalSpirit, il liveblogging della performance milanese di Mali Weil a cura di Virginia Fiume, storyteller del media collective Perypezye Urbane. Virginia mi ha chiesto di improvvisare sul tema dell’istinto che muove l’essere umano e questo è il mio contributo. Gli eventi narrati sono immaginari.

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