La legge morale dentro di voi

in economia/società by

Dato che e’ tornato di moda spararsi addosso per via di dispute intorno agli scritti di filosofi tedeschi (no compagni, stavolta e’ Kant), proviamo a volare alto. Me la prendo, al solito, con qualche vizio della sinistra italiana – non perche’ gli “altri” mi stiano simpatici, ma perche’ ho sempre voglia di parlare con l’originale e mai con la copia.

Ed ho voglia di esprimere l’immenso fastidio per la fondamentale incomprensione che i nostri amici “di sinistra” mostrano verso un fatto fondamentale: la societa’ in cui viviamo ( democrazia liberale + economia di mercato ) e’ un fenomeno etico. Per fenomeno etico intendo che esiste fintanto che certi comportamenti vengono omessi – e questo include sia il piccolo comportamento opportunista di breve periodo che il luogo comune vuole attribuire ai napoletani, sia il comportamento sistematicamente criminale di un Madoff. Include anche, in buona misura, il comportamento banditesco di chi ritiene che sia sensato spostare le risorse di x su y per motivi “politici” (e con le famose migliori intenzioni di cui e’ lastricata la strada per l’inferno), di chi piega la propria responsabilita’ pubblica alle richieste di privilegi privati, e cosi’ via. Stabilire cosa tenga tutto insieme e’ un esercizio un po’ esagerato. Ma le norme morali comunemente accettate, comunque le si voglia chiamare, hanno un ruolo importante.

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E allora: come esprimere lo schifo, il fastidio e lo sdegno con cui gli intellettualucoli da bar del nostro paese liquidano episodi che non sono altro che la sintomatica rappresentazione dello stadio cui siamo arrivati in termine di sfacciata banditocrazia? Come trattenere la violenza verbale, per non dire fisica, quando con aria saccente continuano a ribadire che “i problemi sono altri”, magari intendendo l’egemonia tedesca, il neolibberismo, lo stipendio di Marchionne o quello di Cristiano Ronaldo, il riscaldamento globale, il fracking, i tonni radioattivi spiaggiati sulle spiagge giapponesi?

Non lo so. E chi lo dice non sta invocando improbabili piazzali Loreto per Amato, Mussari, o chi per loro. Anzi. Semplicemente ritengo che questi episodi rappresentino la piu’ palese dimostrazione che sia irresponsabile lasciarsi intortare a lungo da Amato e Mussari (o Tremonti, Lorenzetti, etc…)  lasciandogli il controllo del 50% del nostro reddito, piu’ quello delle banche e il controllo di tre delle piu’ grandi imprese italiane, della RAI e di tutte le municipalizzate.

E invece no, dobbiamo lasciargli tutto in mano. Senno’ e’ neolibberismo.

E ora torniamo a parlare dei problemi veri, dai.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

22 Comments

  1. corro sul balcone a ritirare i panni. E’ in arrivo la più grande tempesta milanese del secolo. Sono d’accordo con Mazzone.

    Un solo appunto (così magari non sarà pure tornado). L’Italia è tra i primi posti nel mondo per immobilismo sociale, se nasci povero rimani tale, e viceversa. Pur avendo uno stato sociale, cosa che in genere contiene il fenomeno. Parte della colpa è per quello che racconti (se poi lo si estende a tutto il sistema di vassalli etc, dal notaio all’avvocato), ma anche perchè abbiamo una delle peggiori classi imprenditoriali esistenti, e non intendo solo il pubblico. Lasciando perdere il settore banche, che è meglio, siamo incapaci di avere una visione strategica, e viviamo di piccolo cabotaggio e rendite. E dando in mano il pubblico ai privati (vedi benzina, autostrade, telefonia, rifiuti) di solito si creano cartelli, si alzano i prezzi a fronte di incrementi minimi di qualità, dove ci sono.
    Spesso da noi ‘privatizzare’ vuole dire scambiare una gestione a basso costo e inefficiente con una a costo più elevato ed altrettanto inefficiente.

    • “ma anche perchè abbiamo una delle peggiori classi imprenditoriali esistenti”

      E questo smonta la faccenda del fatto “etico” e del “preferiamo lasciargli il controllo di”

      • Capisco l’avversione all’imprenditoria a la Colaninno. Ma d’altra parte l’ossessione dell’italianita’ io la ritengo nient’altro che uno specchietto per le allodole, utile a conservare il potere o al massimo a dividerlo con qualche amico “capitano coraggioso”.
        Se poi l’obiezione non e’ pragmatica se non all’apparenza, l’obiettivo e’ dire no a prescindere, lieto di conoscere un Altro lieto d’esser servo.

        • Un altro perché con te siamo in due? Lieto di fare la tua conoscenza allora (io lieto d’esser servo di nonsochi, tu di una ideologia sideralmente lontana dalla realtà del paese in cui vivi).

          Tornando IT:
          non so quale sia la tua esperienza concreta al di là dell’iperuranio liberista in cui vedo ti muovi molto bene; la realtà in Italia, da quel che è la mia personale esperienza, è suppergiù la seguente.

          PMI:
          – autodefiniti “imprenditori” con fabbrichetta e suvvone ereditati dal papi che continuano a fare gli stessi prodotti fatti dal genitore negli anni 80, all’incirca con gli stessi macchinari e che si lamentano della concorrenza cinese/impossibilità di licenziare per tagliare i costi/ esosità dello stato anziché spendere due lire in miglioramento di processo o prodotto (ovvero fare qualcosa per rimanere nel mercato e non galleggiare in attesa dell’onda che li affondi)

          Grosse Realtà (alcune con “prestigio internazionale” a la colaninno, come dici tu):
          – mangiatoie per i soliti noti con fenomeni al limite dello schiavismo e meritocrazia basata su “chi voti”, “di chi sei amico”, ” quali culi lecchi per salire di un gradino”.

          Capisco che secondo te possa esser colpa dei comunisti: ma con imprenditori di questa risma l’economia “di mercato” come la chiami tu sarebbe l’eutanasia del paese.

          Tutto qui.

  2. Uno sforzino e ci arriva pure Stefano a capire che un certo clima socio-politico e certi incentivi generano una certa classe imprenditoriale. Dai!

    • E con uno sforzino ulteriore Luca capisce che una certa classe imprenditoriale al timone di una nazione invoglia a tutto meno che alla “economia di mercato” visto che in genere gli strenui campioni della stessa ne sono oltremodo allergici?

    • no. Non credo si tratti di clima socio-politico. Credo si tratti di altro. Il motivo per cui noi le teste ai re non le abbiamo tagliate, perchè le uniche ‘rivoluzioni’ sono state una certa aristocrazia che combatteva contro un’altra aristocrazia etc.
      La pavidità di avere una rendita. Finchè galleggio me ne sbatto, sia che io sia un forestale della Sila, sia che abbia la fabbrichètta del padre.
      “In Italia la rivoluzione non si fa: ci conosciamo tutti”, per dirla alla Flaiano. Una delle cose che tiene in piedi il libero mercato, se si guarda oltre i confini nazionali ormai inesistenti (almeno per quanto riguarda l’economia), è la ricerca dell’eccellenza. Cosa che può avere i suoi lati negativi, ma o cambi modello o almeno ci provi. Non puoi voler guidare una F1 e mettere nel serbatoio una 95 ottani. O giri con la punto o cambi benzina.

  3. Quindi ci vuole meno Mercato, piu imprese pubbliche, meno concorrenza, piu cartelli, meno pulizia, piu tornei a orbetello.
    Preciso, come dici tu.

    • Oh no: ci vuole più mercato in cui gli imprenditori che vogliono scaricare il rischio di impresa sui dipendenti poi pretendano l’aiutino dallo stato per combattere i cinesi anziché metterci la faccia e scommettere su ricerca e miglioramento delle proprie aziende.

      Ci vuole più mercato in cui gli imprenditori attaccati da concorrenza forte (vedi cinesi che cominciano a fare roba di qualità e non fregnacce) chiedano la tutela dell'”italianità”.

      and so on.

  4. Posto che la rappresentazione dell’imprenditoria italiana da te presentata e’ limitata e caricaturale, non si vede in forza di quale miracolo un burocrate nato nello stesso Paese, e privo anche del vincolo Della concorrenza, dovrebbe invece rivelarsi Angelico. L’esperienza ci ha insegnato il contrario.

    • Esattamente di “quale” vincolo della concorrenza (immagino che il maiuscolo sia un lapsus freudiano) parli?

      In italia?

      Dove “putacaso” la gara d’appalto “alla miglior offerta” per rifare la piazza del mio paese è stata vinta dall’azienda del cugino del sindaco (PDL: sai quelli del “più mercato, merito eccetera”) che ha rifatto 4 (QUATTRO) volte uno sputo di dosso fuori normativa (quattro volte) che sarebbe fare pure mio cuggino?

      Parliamone.
      PRIMA si comincia a legnare dibbrutto gli imprenditori che campano alle spalle dello stato e che giocano con le loro piccole rendite di posizione.

      POI: quando sono chiare le regole e cosa succede a chi non le rispetta.. parliamo di “mercato libero”.

  5. Ah.. specifichiamo:

    ” la rappresentazione dell’imprenditoria italiana da te presentata e’ limitata e caricaturale, ”

    No: sono tutte esperienze e casi visti con i miei occhi.

    Semmai è l’imprenditoria italiana ad essere una caricatura.

  6. Quindi secondo te, dato che “non siamo in grado di produrre politici e burocrati all’altezza” dovremmo dare “libertà massima” ad una classe imprenditoriale.. uh.. caricaturale sperando che questo porti a selezionarne una migliore?

    Una cura omeopatica insomma.

  7. Problemi con le implicazioni logiche?
    Boh vediamo un po’

    “La classe imprenditoriale fa schifo” e no ispira nessuna fiducia” per te implica (tuo post qui sopra) “allora meno mercato, più cartelli, meno pulizia eccetera) e lo trovi naturalmente logico.

    Curiosamente il tuo stesso metro di giudizio applicato paro paro alle tue parole “burocrati politici ecceteta” implica “libertà di misfatto ad una classe imprenditoriale men che mediocre” non è più logico.

    Ah, per completezza: io non ti avevo ancora dato del cretino finora, le nonne non ti hanno spiegato anche la storia della trave e della pagliuzza?

  8. Il problema non è la gestione pubblica delle risorse, ma la mentalità di merda che c’è in sto Paese. Non è che se togli allo Stato le risorse pubbliche i politici tornano poveri e non fanno più danni, anzi diventerebbero ancora più ricchi perché avrebbero i soldi (visto che qualcosina metteranno da parte tra stipendio e bustarelle) per accaparrarsi tutto ciò che verrebbe privatizzato (che è più o meno quel che è successo nell’est Europa dopo il crollo del socialismo).

    • Hmmm non ce lo vedo questo rischio, le privatizzazioni in un paese UE dovrebbero essere necessariamente a gara o almeno con procedure non palesemente cialtronesche, e inoltre un politico, per quanto possa aver rubato o messo da parte non potrebbe mai comprarsi una cosa come l’Eni. Solo altre imprese avrebbero quel volume di risorse.

      Difendo la tesi “più mercato”: in un mercato davvero libero e concorrenziale gli imprenditori del tipo descritto da Rob prima o poi falliscono, perchè il prodotto degli anni ’80 mai innovato prima o poi viene battuto sul mercato da un prodotto migliore. Anche perchè se il mercato è davvero libero e concorrenziale, chi comanda non sono gli imprenditori, ma i consumatori, che con le loro scelte di acquisto fanno crescere alcune imprese e ne fanno morire altre.
      E’ tutta una questione di regole: vanno eliminate quelle che creano rendite e barriere all’ingresso (aiutini, cartelli, monopoli, “l’italianità!” e balle varie) e sostituite con altre che si occupino di tutelare il consumatore (e la mancanza di concorrenza, alla fine della fiera, va a danno del consumatore).
      C’è anche da comprendere un meccanismo: è vero che il libero mercato tende a generare grandi imprese (perchè se un prodotto piace a tanti, in assenza di impedimenti se lo comprano in tanti e l’impresa cresce), ma non appena un’impresa diventa grande, diventa anche presto nemica del libero mercato, che a quel punto per lei diventa un rischio (più il tuo mercato è aperto, più c’è la possibilità che spunti un concorrente che ti batte e ti priva dei tuoi profitti). La grande impresa tende quindi a cercare il favore della politica per far “chiudere” il proprio mercato (modificando le regole di cui sopra), magari facendo leva sul fatto che essendo grande genera molta occupazione, oppure buttandola sul nazionalismo economico eccetera eccetera.
      Nemiche naturali del libero mercato quindi non sono solo le grandi burocrazie (che non si vogliono far sottrarre aree in cui esercitano il potere), ma anche le grandi imprese. Ne consegue che un politico che è contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni e propone il mantenimento dello status quo, riceverà l’appoggio sia delle grandi burocrazie sia delle grandi imprese. Al contrario uno che va a professare le privatizzazioni e il libero mercato si troverà avversato da entrambi, con notevole svantaggio in campagna elettorale. Per questo motivo secondo me i sistemi con bassa concorrenza ed ampio settore pubblico tendono ad autoperpetuarsi, perchè favoriscono una classe politica che garantisce il mantenimento dello status quo a chi dallo status quo spreme grosse rendite.
      Questa è naturalmente una semplificazione, ma mi sembra che il ragionamento alla base sia valido almeno per il nostro paese.

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