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La gioia e il potere del culo

in società by

Sul culo c’è una letteratura meravigliosa e sconfinata. Quel vecchio sporcaccione di Charles Bukowski lo riteneva “la faccia dell’anima del sesso”; l’aforismario ambulante Oscar Wilde vedeva in un fondoschiena ben fatto “l’unico legame tra l’Arte e la Natura”; il cultore Tinto Brass ne sostiene il  potere ipnotico, la vocazione laica e la natura onesta;  Gaber si chiedeva esistenzialisticamente “cos’è poi un culo, se non si conosce profondamente il proprietario?”.

Il culo è un oggetto del desiderio celebrato con toni e sfumature variegate, e perciò strumento di potere: checché se ne pensi e dica, il culo è eminentemente politico, perché incarna (mai termine fu più appropriato) il sussulto dell’individuo e le sue ragioni dello stare al mondo, ovvero il piacere. E’ l’etica e l’estetica che si ritrovano sorelle: con un bel culo, diventando il tuo culo, puoi fare strada e affermarti come soggetto non soltanto sculettante ma anche e soprattutto pensante. Del resto, le chiappe sollecitano il pensiero altrui attraverso il pensiero di sé: senza consapevolezza del mezzo, si va a sbattere.

Eppure, nonostante la base di pensiero autoaffermatorio, qualcuno dice che no, un cul very cul è sinistramente degradante, che è affare non di sinistra e perciò biecamente antifemminile. E allora mutandoni della nonna firmati mancinamente contro sottilissimi perizomi scuri per riaffermare uno spirito rosso, grosso e grasso di dignità. Le donne meritano rispetto. E il rispetto cultuale dei cultori del culo è culturalmente nefasto.

C’è bisogno di pudore bersaniano, altro che sensuale ispirazione renziana, dice Marina Terragni. Del resto, lui l’aveva detto che per vincere ci vuole un PD più cool, e quelle bellezze in costume da bagno l’hanno preso alla lettera. Anzi, hanno preso le lettere del suo nome e se le sono fatte stampare per lavoro sul cool. Col bikini, beninteso, ma sul cool. Ed ecco allora che Terragni e compagne senonoraquandiste gridano allo scandalo berlusconianamente ispirato. Che poi a loro Renzi è sempre stato sul culo, ma non in quel senso. Ed ecco che Terragni e compagne si ribellano a questo uso avvilente, repellente, martellante dell’immagine femminile: per salvare le donne, per proteggerle dal vortice machista. Perché, secondo loro, donna e culo non sono la stessa cosa e bisogna impedire che si perpetui la faccenda mercantilistica del posteriore. Come se cervello e culo fossero indipendenti, come se fossero elementi conflittuali: l’uno bene inestimabile e liberatorio, l’altro iattura carnale e squalificante.

La gioia e il potere, sembra dire Terragni, non si meritano: o l’una o l’altro. E guai se qualcuno decide di tatuarsi la propria anima sul culo, guai se qualcuno decide di essere razionalmente e felicemente solo culo e di scriverci sopra il proprio presente. Terragni non approva. “Siate libere, purché senza culo”, sembra suggerire con un pizzico di acrimonia.

Perciò, il politico fiorentino dovrebbe ringraziare (“ma neanche troppo”) e dissociarsi politicamente. Forse anche prendere la gomma per cancellare e far sparire quelle bianche lettere su fondo(schiena) rosso. Di certo non smutandare per fare in fretta, ché quella è indecente roba di destra. Ché poi va a finire che le donne continuano ad usare il culo col cervello. Ed è un disastro per quelle che, ammirando il proprio cervello, si sono dimenticate di avercelo, un culo.

16 Comments

  1. Mah, nzomma. Posto che siamo tutti d’accordo che Renzi in questa storia non c’entra nulla, e posto che non è che tre ragazze si siano messe in mostra spontaneamente, ma è un’azienda ad aver usato i loro sederi, mi sembra che siamo fermi alla vecchissima questione del fare pubblicità mostrando culi di donne. Il discorso della Terragni ha il difetto di cercare goffamente di collegare in qualche modo Renzi a questa roba qui, d’accordo; però che sia una pubblicità sessista mi pare ovvio.

    • “Posto che non è che tre ragazze si siano messe in mostra spontaneamente, ma è un’azienda ad aver usato i loro sederi”. Dunque, quelle ragazze sarebbero soltanto dei culi non pensanti? Io non credo.

      • No, intendevo che non stiamo parlando di una spontanea espressione di stima e libertà di pensiero tramite scritta sul culo, ma di un’operazione di marketing sulla quale dubito che le ragazze abbiano avuto grande potere decisionale. Ma capisco cosa vuoi dire, quindi la metto così: le ragazze non hanno colpa (se hanno deciso autonomamente di partecipare, liberissime; se non hanno avuto voce in capitolo per qualche motivo, ancora più innocenti), ma l’azienda che ha organizzato la cosa invece sì.

  2. In effetti tre modelle che sfilano per un marchio di costumi da bagno che cerca (giustamente) visibilità mediatica, pubblicità e (forse un po’ meno giustamente) appoggi politici, sono praticamente il simbolo della libertà “di essere razionalmente e felicemente solo culo”. Insomma, la donna postfemminista e senza complessi, che delle pippe mentali di chi, come Marina Terragni, ragiona di come i meccanismi della comunicazione pubblicitaria e di quella politica si incrocino e rappresentino il corpo delle donne, non se ne fa nulla: è una sua libera scelta.
    Complimenti per la profondità di analisi.

  3. Ma l’autore ha ragione. In democrazia l’immagine della donna non è imposta dall’alto. L’immagine della donna deriva dall’insieme, dove convivono inevitabilmente raffinatezza e volgarità, pudore ed esibizionismo.. e che da questo insieme risulti che le donne (e che gli uomini no?) hanno il culo e che un bel culo è un bel culo è sacrosanto.

    Bisogna castigare chi ha un bel culo e lo usa? bisogna far finta di non vedere il culo di una donna? sforzarsi di guardare una donna come se non avesse un culo? lo si può usare di nascosto soltanto in camera da letto? qualcuno, di Se non ora quando magari, mi compili la lista delle cose che posso fare con il mio culo (ed eventualmente con le altre parti del mio corpo che dovessero ritenere scandalose), delle cose a cui posso farlo partecipare, grazie! Mi dica oltre che in pubblicità dove altro mi è fatto divieto di averlo, usarlo, esibirlo, sfruttarlo. Mi si imponga il modello dell’uso del culo. Mi si liberi dal peso di questa autodeterminazione soffocante, mi si salvi dal lavaggio del cervello che la società mi ha fatto, mi si ammannisca la verità rivelata alle femministe. Abbiamo bisogno di custodi della morale, di chierici possibilmente talebani, in quest’epoca di decandeza e degerazione dei costumi! Amen.

    • Sul libero utilizzo del proprio culo mi sembra che siamo tutti d’accordo. Quello che alcuni (tra cui, qui, il sottoscritto) ritengono importante sottolineare è che esistono pubblicità maschiliste, come quella in esame, riconoscibile come tale dal fatto che tre donne vengono ridotte a culi parlanti; e dato che la pubblicità maschilista è legata a doppio filo al maschilismo nella società, ecco che “i custodi della morale” e i “chierici talebani”, insieme alle terribili “femministe” che bruciano i reggiseni in piazza, notoriamente amiche di moralisti e clericali, perseguitano i poveri liberali che vorrebbero solo un po’ di gratificazione.

      • non capisco bene dove stia il problema:

        non ci si deve vergognare di produrre costumi da bagno, nè di pubblicizzarli, nè di indossarli..

        quindi non ci si deve vergognare di pubblicizzare i costumi da bagno che si producono mostrando ragazze che li indossano, nè – quindi – di lavorare nella pubblicità dei costumi da bagno mostrandosi con addosso uno di essi..

        non c’è nulla di vergognoso nel pubblicizzarli cercando di dare il messaggio “indossa questo costume sarai bella e desiderabile”, perchè non ci si deve vergognare di voler essere belli e desiderabili, di dare peso alla bellezza, di esibire sensualità, di ammiccare, di alludere..

        nè, quindi, c’è alcunchè di male nelle allusioni sessuali, se non bisogna vergognarsi della (propria) sessualità, di fare sesso, di volerlo fare, di cercarlo, di invitarlo o di andarne a caccia.

        è normale che la sessualità condizioni i rapporti umani e anche il sottoinsieme di quelli economici, dal modo di vestirsi a quello di fare pubblicità, e dunque non c’è niente di cui vergognarsi nel collegare un prodotto, come un costume da bagno, alla bellezza e alla seduzione, nel fare una pubblicità ammiccante, nel rimandare al sesso.

        Non si deve vergognare il produttore dei costumi, nè le ragazze che li hanno pubblicizzati, nè quelle persone che fra le tante che hanno visto la pubblicità hanno apprezzato la cosa.

        Men che meno Renzi dovrebbe seriosamente prendere le distanze da quella che è una trovata provocante e nulla più. E ancora meno ci vogliono provvedimenti repressivi come alcune volte è stato proposto.

        L’mmagine della donna è data dall’insieme delle donne reali e rappresentate nell’intero della società.. insieme in cui si trovano donne, e rappresentazioni di donne, pudiche come esibizioniste, oche come geniali, tradizionali come trasgressive, volgari come raffinate, etc.. dal che emerge che la donna, come l’uomo, può essere e fare di tutto. E se mai è questo, credo, il concetto di libertà e rispetto da promuovere.

        Mentre, insomma, a me sembra che si voglia inutilmente censurare un pezzettino di quest’immagine per moralismo punto e basta, scusami..! (scusami anche per la lunghezza, la sintesi non è un dono che possiedo)

        • La lunghezza non è un problema, anche perché la risposta è estremamente banale: come mai per pubblicizzare un bikini si ricorre così spesso al sesso e per un paio di boxer no? Si è mai vista una pubblicità di bermuda con tre maschioni che fanno vedere il pacco?

          Certo che non ci si deve vergognare di fare una pubblicità incentrata sul sesso. Magari sarebbe interessante, ogni tanto, vedere una donna che, in una di queste pubblicità sessualizzanti, fosse un soggetto attivo invece di un culo in mostra.

          • se non c’è niente di male nell’esprimere ed usare la sessualità qualè il problema se ci sono molte pubblicità fatte da donne e rivolte a uomini dove questo accade? poche o tante non c’è niente di male comunque.

            La tua domanda avrebbe senso se avesse senso una specie di calmierazione.. se la parità fosse data dall’avere lo stesso numero di pubblicità che puntano sul culo femminile o maschile.. ma non è così: la parità è data dalla pari accettazione nei confronti di tutti gli stili e le differenze, è data da pari possibilità e riconoscimento per ognuno, così come sceglie di manifestarsi. Insomma devono essere pari le condizioni di libertà e rispetto. L’uniformazione è un’altra cosa e non è desiderabile.

            Per me una battaglia di sinistra è per allargare le maglie di ciò che è accettato e rispettato, a livello politico e sociale, e lo stato e la politica non devono proprio promuovere nessuna particolare immagine della donna o dell’uomo.. è – anche – una questione di laicità!

            Infine, davvero l’immagine della donna non è fatta dalle pubblicità e dalle veline. E non c’è nessun motivo particolare perchè Boldrini, Terragni, etc.. si sentano offese, e vogliano precisare che loro sono diverse dalle ragazze della foto.

          • Non c’è niente di male nel rappresentare la sessualità; c’è molto di male nel rappresentare una donna come oggetto inanimato di desiderio e appagamento sessuale dell’uomo. Mi sembrava una distinzione scontata. L’appunto sulla sproporzione donne/uomini in queste pubblicità era un modo per sottolineare che c’è un’ovvia corrispondenza tra il modo in cui le donne vengono utilizzate nella pubblicità e il modo in cui vengono considerate nella società.

            A me, sinceramente, che un marchio di costumi da bagno faccia leva sul sesso non sembra normale. Cioè, mi sembra “normale” nel senso che è pratica comune, ma non la definirei affatto una scelta neutra. Soprattutto, ripeto, se il concetto di “far leva sul sesso” è “esponiamo tre coppie di glutei tipo dal macellaio”.

            Voglio anche aggiungere questo: un discorso del tipo “non c’è niente di male nel mostrare un certo tipo di donna in un certo modo perché ci sono poi anche tutti gli altri aspetti” vale in un mondo perfetto, in cui non esiste un problema maschilismo nella società. Dubito che ci sia qualcuno disposto a difendere una pubblicità in cui un ragazzo nero senza un soldo lava i tergicristalli al semaforo e sullo straccio ha scritto “We want Vendola”, magari spiegando che non c’è niente di male nel mostrare un ragazzo nero che lavora al semaforo perché non rappresenta necessariamente tutti i ragazzi neri. Anche il contesto conta.

  4. @aioros se il contesto è importante allora dovresti tenere presente che non è un trattato sulla donna quella foto, ma la pubblicità di un costume da bagno e che non rappresenta la donna come oggetto inanimato di desiderio e appagamento dell’uomo, ma lancia in modo provocatorio e ammiccante il messaggio “mettiti il nostro costume sarai bella e desiderabile”. Dal momento che, ribadisco, non c’è niente di male nel voler essere belli e desiderabili, niente di sporco o vergognoso nella dimensione della sessualità, niente di sbagliato nel cercare di essere seducenti agli occhi dell’altro sesso, nulla di biasimevole nell’avere e usare il culo tanto quanto il cervello o nel fare del culo oggetto del proprio desiderio (la sessualità si può viverla anche solo a livello carnale, si può scopare per scopare e guardare alle persone come possibili partner sessuali, o no?), e che è naturale che il sesso, la sessualità, il desiderio, la seduzione, entrino nei rapporti umani, anche economici, non c’è niente di male a usare questo messaggio.

    Io guardo la foto e non mi sento spinto a considerare tutte le donne come oggetti inanimati per il mio sollazzo.

    Qualcuno per me strumentalizza quella foto (e altro), trattandola come se fosse rappresentativa in sè dell’immagine della donna qui e oggi, ma non è così. L’immagine della donna è ben più varia e complessa, quello è un piccolo pezzettino, che qualche ben pensante vuol censurare. Se mai bisognerebbe battersi contro la perenne tentazione di ricorrere a strumenti repressivi, autoritari, proibizionisti, e di dare allo stato un ruolo moralizzante. Bisognerebbe battersi per chiarire che in democrazia ha piena cittadinanza anche la volgarità e non c’è l’imposizione del buon gusto e dell’eleganza (di qualcuno). Certe tentazioni censorie le troverei naturali in partiti che vanno da La Destra di Storace in là, non a sinistra, sinceramente.

    Infine l’esempio del nero rimanda ad altro: sfruttamento, lavoro nero, miseria, immigrazione clandestina, ordine pubblico, etc..

  5. Molto interessante il dibattito, anche se un po’ datata la notizia, per me che leggo il pezzo solo ora.
    Vorrei osservare un paio di cose:
    non credo sia scontato che le donne che usano il culo lo facciano con consapevolezza, ovvero, che siano consapevoli di una scelta fra culo e cervello o abbiano facoltà di alternarne l’uso.

    Altro punto: l’immagine è e rimane sessista.
    Proprio ora che ci sono i manifesti elettorali nella mia città, stavo pensando quanto diverrebbe più chiara la portata di questa discussione se tutti i candidati avessero usato manifesti con culi su cui troneggiano i loro nomi.

    E ancora: nulla accade per caso. Non è un caso che il nudo femminile sia più diffuso e usato per pubblicizzare qualsiasi cosa, e in modo molto più sessuato, del nudo maschile.
    Certamente, come donna, vorrei una parità di quantità. Uno stralcio della ipocrisia con cui queste immagini vengono utilizzate.

    Infine, un accenno al fatto che questa immagine è decisamente portatrice, a mio avviso, di ciò che domina il nostro immaginario del piacere: il piacere dell’uomo, per l’uomo. Questi culi non danno alle donne un messaggio di piacere, non sono una incitazione per le donne ad usare con piacere il proprio deretano.
    Esistono, però, culture, in cui le donne in prima persona si sentono piacevolmente portratrici ed orgogliose esibitrici di culi, più o meno belli, più o meno grossi, più o meno rotondi, più o meno abbronzati, più o meno illetterati.

    Hasta la bunda siempre!
    Ciao

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