un blog canaglia

La felicità è un’arma calda

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Ho bisogno di stringerti, di tenerti, nuda, tra le mie braccia: questa cosa strana, nuova, che sento è dolce quasi come la botta che mi dava l’eroina quando mi facevo. Solo che, allora, mi svegliavo in un tugurio puzzolente di piscio e pieno di cocci; oggi apro gli occhi dopo una notte allegra di vino, film e sesso, avvoltolata in un lenzuolo che sa di bucato.

Nella mia altra vita, dovevo mettere più o meno al loro posto tutti i miei pezzi e tornare a… casa, diciamo così. Quel bilocale invivibile del Comune, pezzo pregiato della discarica umana. E dovevo sbrigarmi: correre a casa, col buco che ancora mi pulsava, e fare da mangiare a quei due trogloditi. Una specie di padre, in canottiera, ipnotizzato a guardare lo sport o qualche disgustosa soap alla tivvù. Una pianta grassa: che però, alle sei e trenta cominciava a sbraitare come un matto se la cena non era pronta. Poteva essere un uomo straordinariamente sgradevole, in quei momenti. Da quella sua fogna maleodorante, dovevi sentire che razza di idiozie reazionarie riusciva a cacciare fuori. Manco avesse studiato a Oxford, quel povero coglione. Ho sempre pensato che finire in quel modo fosse la punizione per aver dato voto e fiducia ai conservatori che hanno devastato il paese. Era ferroviere, un tempo, quella ridicola parvenza d’uomo: solo dio sa come sia finito a rubacchiare nei supermercati con quel suo trucco delle mani finte (in mostra) usate a mo’ di diversivo mentre le sue vere mani arraffavano roba dagli scaffali. Se non altro, devo riconoscergli che era andato a fondo in un modo creativo.

E poi Sid. Il povero Sid. Mai avuta fortuna con le donne. Certo, il fisico da Biafra, i brufoli, il carattere di merda non aiutavano. Non era cattivo, ma era diventato una barzelletta: non era riuscito a farsi nemmeno la più brutta tra le sudicie zoccolette vestite come Madonna che ronzavano nel comprensorio lasciando dietro di sé una scia di profumo a buon mercato. A scuola non faceva che pensare alla fica, senza mezza possibilità di passare dalla teoria alla pratica, dal sogno alla realtà. Ricordo di aver pensato, e forse anche di avergli detto, che, alla milionesima sega, quel poco di materia grigia che aveva gli doveva essere colata via dal corpo assieme al resto. Anche lui, a suo modo, un creativo. Vestiva in modo allucinante, per cui, il giorno che mi accorsi che aveva incollato sui suoi scarponcini economici dei frammenti di specchio, non ci feci più di tanto caso. Ho fatto due più due quando un agente lo riaccompagnò a casa con una denuncia per atti osceni: pare che in un negozio di dischi al centro si fosse messo a sbirciare con il suo improvvisato accessorio da guardone su per le calze ricamate della moglie di un giovane professionista. Il tipo – secondo Sid un “cazzone pallido col doppio mento” -, pur non essendo esattamente un’aquila, aveva mangiato la foglia notando il capannello rumoreggiante degli amici di Sid, che sghignazzavano attorno alla sua compagna impellicciata. Va da sé che non si era mosso senza prima aver chiamato un sbirro.

“Quella puttana aveva una pelle talmente bianca, profumata e liscia che pareva una saponetta. E non portava le mutande” fu l’unico commento di Sid, che lo pronunciò con voce piatta non appena lo sbirro se ne fu andato. Quanto a mio padre, dopo aver fatto una incredibile serie di salamelecchi al poliziotto – temeva infatti che fosse venuto ad arrestare lui – si tolse la cinta e le suonò di santa ragione a Sid. Al vecchio per poco non venne un infarto, mentre Sid era sul punto di perdere i sensi. Un bel momento di vita familiare. Non si capiva bene se a fare infuriare di più il vecchio fosse stato il terrore di essere preso, il disgustoso comporamento del figlio, o il fatto che questi si fosse macchiato di una simile mancanza di rispetto verso un membro della classe sociale che aveva risollevato il Regno dalla crisi.

La sera, però, dopo la terza pinta, il suo atteggiamento nei confronti di quel suo figliolo scapestrato era diventati più comprensivo: ci rideva quasi su, a raccontare per l’ennesima volta la bravata del suo ragazzo, e finì per pagare un giro anche a quel comunista incallito di Teddy, il quale così si espresse: “Io quella troia me la sarei mangiata, e l’avrei ricacata in un parco!”. Sorrise con espressione soddisfatta, convinto com’era di aver epresso una rimarchevole sintesi politica.

A volte mi manca, Sid: un essere così danneggiato e così bisognoso di amore, finito affogato nel suo stesso sangue per una bicicletta rubata. Gli sbirri che hanno seguito il caso sono sotto inchiesta, ora, ma non credo che avremo mai giustizia: in fondo questo è uno slum del cazzo.

Ma ora tutto questo è finito, ci sei tu nella mia vita: so che sembra una sdolcinata canzone pop, ma so che tra le tue braccia non potrà succedermi niente di brutto. Lo so, non sta bene che una ragazza che non si è fatta mancare niente nella vita si innamori della sua assistente sociale. Ma è così, la donna che si muove con la rapidità e la precisione di una lucertola su un vetro: la donna dal tocco di velluto è la mia donna. Questa donna che, appena varcherà quella soglia, mi porterò a letto.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. Io non so da dove tu tiri fuori tutte queste parole – so solo che mi colpiscono, e in fondo pagina rimane la delusione… che non continui.

  2. beh, grazie… In questo caso, tutto quello che ho scritto viene dalla canzone dei Beatles che dà il titolo al pezzo. Merito di John, Paul e degli altri…

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