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La dottoressa Pia

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La dottoressa Pia era il fiore all’occhiello del Pronto Soccorso: efficiente, cortese, sempre disponibile nei confronti delle persone che avevano bisogno; nonostante non fosse più una ragazza, anno dopo anno, affrontava come niente fosse i massacranti turni notturni. Il fine settimana, poi, era quasi sempre al lavoro. Se un collega aveva un qualsiasi problema a rendersi reperibile, lei era  pronta a sostituirlo. Affrontava con intenso spirito di servizio le più disgustose disgrazie con cui il suo lavoro le imponeva una promiscuità che altri avrebbero considerato intollerabile. Nel corso delle migliaia di ore di veglia e di lavoro, aveva dovuto imbattersi nelle prove più eclatanti della crudele precarietà dell’esistenza: i corpi umiliati dall’insorgenza repentina di un male fulminante, dalla banalità, dalla sfortuna, dalla stupidità, dall’insipienza. Ma lei tamponava,  suturava, somministrava farmaci, richiedeva consulenze, beveva sette caffè in una notte, e poi ancora stabilizzava pazienti gravemente compromessi, isolava, ingessava, redarguiva, ordinava di restare coscienti, imponeva lavande gastriche, induceva al coma farmacologico, sudava sette camicie per riacciuffare persone scivolate dentro un coma. Vittime di incidenti stradali, infartuati, etilisti cronici od occasionali, operai pasticcioni, vittime di pratiche sessuali non sufficientemente approfondite, casalinghe punite dalla distrazione, ragazzini alle prese con i prodigi della chimica, autolesionisti, suicidi impreparati o non del tutto motivati. Osservava tutto quello spreco di vita, tutto quel dolore inutile dall’alto della sua fede. In ognuna di quelle persone sorteggiate da quella insensata lotteria, non vedeva una testimonianza profonda e sofferente della condiziona umana, ma, come amava ripetere ai giovani che istruiva in parrocchia, “il volto di Cristo”. Per questa ragione, il bene che aveva obiettivamente fatto non valeva niente ed era rimasta, una volta spogliata dell’orgoglio e degli orpelli, una donna di mezza età di glaciale freddezza, il cui migliore amico era un grosso vibratore

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. Superficiale, paternalista e anche maschilista. Inutilmente offensivo (e io sono atea). E non fa neanche ridere. Perché il volto di Cristo non potrebbe essere, per un sincero credente, proprio il simbolo dell’umanità sofferente?

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