Io non sono razzista (?)

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Ecco, ho voluto titolare questo post con una delle più disgustose tra le frasi da autobus, una di quelle che – cuffia o meno – quando le sento strisciare tra corpi lana sudore, mettono in allerta i miei sensori. Sì, perché, come noto, “io non sono razzista, però…” è una delle overture tipiche alle frasi più vomitevolmente razziste.

(Per dire, qualche giorno fa è salita sull’autobus una vecchia sorda con una gamba malconcia: quando ha cominciato a monologare a voce altissima con un’amica che aveva incontrato a bordo, l’ho adorata, specie quando ha cominciato a vomitare veleno su una classe politica di inetti che rubano ai deboli, soldi e dignità. Non ne vado fiero, ma il suo odio e il suo disprezzo mi stavano anche rinfrancando, davvero: ha valore, forse, ed è certo indicativo se una persona [che si ritiene] non-populista finisca per trovare conforto nel qualunquismo per interposta persona… Se non fosse che ad un certo punto, “perché li sòrdi li spennono pe’ fa’ abbortire quella manica de mignotte, mica peddà l’assistenza agli anziani che hanno lavorato ‘na vita – ed è tutto finito).

Questo post di Capriccioli mi è particolarmente piaciuto: perché è scomodo, perché è il calcio che rompe una delle gambe della poltrona su cui mi sono accomodato. Quante volte, ammetto con vergogna, anche io ho usato quell’epiteto disgustoso, “nano”, nei confronti di un tizio che mi sta sulle palle. Lo odio non perché sia effettivamente di bassa statura (cosa indubitabile ed empiricamente misurabile), né per il suo odore non buono, ma forse più perché lo considero un cultore di feticci borghesi, per il giornale di merda che legge, per la sua crassa ipocrisia. Lo disprezzo, e per questo mi sento autorizzato a dargli addosso (verbalmente) usando tutti i mezzi e tutti gli appigli, quelli concreti (anche se discutibili) come quelli di cui è giusto solo vergognarsi. Sono riflessioni che non fanno piacere, perché mettono in discussione l’immagine di me che mi sono costruito e che vorrei restasse di purezza adamantina.

Non ci vuole Ghandi o Freud per capirlo: il fatto di chiamare quel tizio “nano”, con l’aggravante di farlo anche davanti a chi si dovrebbe educare con l’esempio, appare chiaramente per quello che è: una smagliatura, se non uno strappo, nella maschera perfetta della persona civile perbene non perbenista progressista che mi piacerebbe essere. E quindi sono costretto ad interrogarmi su quanto sia “vera” questa immagine che mi sono dato, costruito, e che spaccio senza remore specie tra chi mi conosce meno bene – fortunatamente (o no?), a casa, è più difficile mentire, mentirsi.

Forse è un mio problema, ma ho notato una mia certa tendenza a mettere da parte tutti i sani principi che amo e condivido con trasporto, in un momento di rabbia. Può capitare, ma non è un po’ come dire “in vino veritas”? Ci sono pregiudizi e idiozie varie che fanno subito male a chi dà loro cittadinanza come alle vittime: ecco, di questo genere di cose, non credo di essere colpevole. Ma vi sono anche pregiudizi più nascosti e più subdoli, che talora sento riaffiorare sulla lingua come bile quando, per le ragioni più diverse, la buona disposizione naturale che ho verso una persona si trasforma in rabbia. Tutto questo solo per dire che, secondo me, il razzismo è come un difetto di vista: si può correggere con gli occhiali e/o con un intervento chirurgico. Ma non si fanno molti progressi se, da ciechi, si sostiene di vedere benissimo, come capita a chi soffre di anosognosia.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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