un blog canaglia

Invettiva

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Non so se sia vero (anzi personalmente dissento), ma sugli autobus e nelle bocciofile piene di nonnetti tabagisti si dice da sempre che il primo amore non si scorda mai.  Ma io voglio parlare dell’odio. Della prima volta. Del primo minuto della mia vita biologica in cui ho provato quel potente e terrificante sentimento, della prima volta che il mio cuore, la mia carne, la mia mente sono state schiacciate e mischiate assieme come pezzi di pongo di colore diverso da quella forza nera e corrosiva.

Avevo dodici anni ed ero il più piccolo di una comitiva di ragazzi in viaggio-studio in Inghilterra. Per qualche ragione ero diventato lo zimbello della compagnia, dominata da un paio di maschi alfa sui sedici-diciassette anni, e completata da una gruppuscolo di personaggi biodegradabili, cera nelle mani delle due merde. Le quali merde, in quelle tre, quattro settimane, non persero occasione per tormentarmi in ogni modo. Quando leggo qualche cosa sul bullismo, ho un tuffo al cuore. Io in effetti l’ho provato in scala minore, non mi hanno mai picchiato, ma capisco perfettamente di cosa si tratti. In fondo, tra quello che è capitato a me e quello che tocca a quelli che finiscono sul giornale, c’è solo una (pur importante) differenza di gradazione.

Perché un tranquillo sabato sera di oltre trent’anni dopo ho capito il valore educativo dei colpi subìti da quei due: per cui, ecco, lasciate che ringrazi GB e B (il nome non lo ricordo) per avermi fatto sentire “un soggetto”, una persona diversa, in qualche modo inferiore, in certi momenti un’anomalia, un errore nell’universo. Ero debole, in quanto molto amato e protetto, e la prima volta che ho varcato la porta della mia casa di bambino, qualcuno mi ha annusato, comprendendo istintivamente di poter sfogare la sua rabbia su qualcuno da cui non aveva niente da temere: niente muscoli, niente soldi. Una storia vecchia come il mondo.

A vedere il bicchiere mezzo pieno, posso solo dire che, se mi fosse capitata una cosa simile oggi, con le dovute proporizioni, non so proprio cosa sarebbe successo a me, o a loro. In ogni caso, io credo che i problemi con la mia autostima siano cominciati allora: e per questo io devo ringraziare quei miei due compagni di scuola che, un’estate di tanti anni fa, l’azzopparono forse per sempre. Posso dire che siete “forgotten but not forgiven”, cari miei. Se ci penso, ancora vi odio, con grande calore e passione, proprio come il primo giorno, forse anche di più, oggi che ho gli strumenti per capire quanto male avete fatto a me e, non ho dubbi, anche a tanta altra gente.

E pensare che di GB, fino a quando non era diventato uno dei miei due bulli preferiti, conservavo solo un ricordo: un episodio di diversi anni prima, in cui compariva con un ruolo non proprio trionfale. Si era nel cortile della scuola: lacrimoni giganteschi scorrevano sulle sue guance congestionate ed inzuppavano il ridicolo grembiulino. Era stato oggetto, credo, di una solenne lavata di capo, e, mentre cercava di far uscire una qualche giustificazione resa incomprensibile dai suoi singhiozzi, si passava da una mano all’altra una minuscola penna giocattolo a forma di revolver. Ecco, quella volta, diversi anni prima dell’Inghilterra, ricordo di aver provato per lui tenerezza e solidarietà. Un’emozione che conservo ancora oggi, a dispetto di quello che è successo dopo. Pensa tu.

Per quanto riguarda l’altro bastardo, il destino aveva in serbo una simpatica sorpresa. I genitori di B. presero casa proprio al portone accanto ai miei (con cinque milioni di abitanti, proprio lì). Avevo notato il nome sul loro campanello, ma ho pensato ad un caso di omonimia. Una bella mattina di domenica, però, l’ho visto comparire, con la sua bella divisa candida da ufficiale della Marina Militare. Anche se era diventato adulto, i capelli gialli e gli occhi azzurri liquidi, sfuggenti, incapaci di sostenere lo sguardo dell’interlocutore, li riconobbi immediatamente. Ero in gran forma e non da solo, per cui lo salutai perfino, forse perché era un modo goffo ed un po’ ipocrita di dimostrargli che, nonostante lui, ero cresciuto abbastanza normale. E che ancora avevo una gran forza. Per odiarlo. Mi piaceva inoltre l’idea di vederlo con indosso quell’abitino da carnevale, legato per le palle all’esercito, fottuto per sempre. Posso solo immaginare a quali atti di nonnismo si sarà abbandonato in Accademia.

Non vado fiero del mio odio. Lo sento pulsare, e so anche che la miglior cura è non opporglisi. Lo accolgo, consapevole che se ne andrà presto, come un temporale.

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(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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